julio velasco

VELASCO-PHILOSOPHY- “GIOCARE DI SQUADRA NON E’ UN IMPERATIVO ETICO, E’ UNA NECESSITA’: FA RENDERE DI PIU’. PLATINI SI TENEVA STRETTO BONINI CHE CORREVA PER LUI" – IL COACH DELL’ITALVOLLEY DEI FENOMENI PARLA DEL RITORNO A MODENA, DELLA SUA NAZIONALE MIX DI "TALENTO, AUTOSTIMA, UMILTA’", DELL'ARGENTINA DEI MILITARI, DEL FRATELLO TORTURATO E DEGLI AMICI UCCISI - "LA DEMOCRAZIA? STIAMO PERDENDO IL VALORE DEL CONVIVERE CON CHI LA PENSA DIVERSAMENTE"

Walter Veltroni per la Gazzetta dello Sport

 

julio velasco

Julio Velasco, cosa ha l' Italia che ti attira? Per te è un po' come il ritorno di Ulisse, ogni tanto torni nella tua seconda patria.

«Ho vissuto più in Italia che in Argentina. Un argentino qui si sente a casa. Non pensa mai di essere estraneo. A volte chi è nato nel primo mondo, l' Europa, non si rende conto di quale privilegio sia. Si può essere più o meno bravi, nella vita, ma la fortuna dipende anche da dove si nasce. La bellezza dell' Italia è la sua "integrale diversità" , tutto è nello stesso Paese. La montagna, il mare, i borghi . E' un Paese in cui la bellezza è sovrana, ovunque. E sono felice di essere tornato a Modena Volley. Quando mi chiamarono la prima volta pensavo scherzassero. Io non mi sarei chiamato. Ero giovane e non formato. Ma qui mi trovo bene.Per questo sono tornato».

 

La tua doppia identità, argentina e italiana, il tuo fascino per paesi e culture sconosciute come l' Iran dove hai allenato e vinto. E' possibile coniugare identità e apertura? Cioè essere insieme radici e mondo?

«Per me sì. Uso una metafora che riguarda il nostro ambiente. Noi abbiamo sempre bisogno di avere autostima forte. Se hai troppi dubbi, i giocatori se ne accorgono. Anche i grandi campioni devono avere autostima, devono sopportare le pressioni. Ma la differenza decisiva sta tra l' avere una grande autostima ed essere egocentrici. Uno può avere una grande autostima e capire però che ci sono anche altri bravi, forse più bravi di lui. Si deve essere consapevoli che nessuno, mai, è il centro del mondo.

 

ZORZI ITALVOLLEY

Siamo solo uno dei tanti. Io credo che questo succeda anche con le culture e con i popoli. Si può avere una grande autostima, quindi una grande identità, senza pensare che tutto si concluda con noi. Ci sono anche gli altri. Trovo a volte un po' curioso dimenticare che molte delle cose del vivere quotidiano, che oggi consideriamo nostre, ieri non lo erano. Il caffè, per dirne uno. Cosa di più italiano? Ma in Italia non ci sono piante di caffè, è arrivato da terre lontane. Qualcuno lo ha fatto entrare e l' Italia lo ha fatto suo, lo ha integrato. E non parliamo della musica: dal tango alla salsa al jazz».

 

Ti pare che la globalizzazione abbia appiattito però le differenze, omologato tutto?

«Sì, e questo determina una reazione alla globalizzazione. Uno viaggia e trova gli aeroporti, centri commerciali, pubblicità uguali in tutto il mondo. Questo crea anche la reazione, il dire "no, questo è nostro, sono radici, non vogliamo che diventi tutto uguale". E così, purtroppo, quella che prima è nata come una legittima reazione culturale - il dire "Io voglio essere io nel mondo grande"- ora sta diventando anche ideologia, un pensiero politico e lì le cose si complicano. Io sono molto preoccupato, non per me, ma per i miei nipoti, per il loro futuro».

julio velasco

 

Ti sembra che questo sia un tempo che ha perduto le speranze? Che coltivi solo passioni tristi? Rabbia, rancore?

«No. Nella storia c' è sempre stata rabbia, c' è sempre stata ingiustizia. E sono stati grandi motori della storia e del progresso. Il problema è quando quella rabbia prende strade sbagliate, sbaglia nemico, sbaglia i linguaggi.Adesso non voglio troppo entrare in cose politiche. La sinistra sta lasciando la rabbia sociale alla destra. Come è già successo in Europa. E' come quando si dice dei giovani, "I giovani di adesso." Queste generalizzazioni non le condivido. Anche noi non eravamo tutti partecipi degli ideali, della rivoluzione, dei sogni. Eravamo una minoranza grande ,ma minoranza, negli Anni 60.

 

Anche adesso ci sono giovani che prendono, partono, vanno negli altri paesi, lavorano, studiano, rischiano, sognano. Altri no, altri si accomodano nel consumismo più assoluto. Io credo che oggi ci sia anche molta energia, nella società. Si dice che gli Anni 60 erano meravigliosi. Ma se gli Anni 60 erano meravigliosi come mai gli Anni 70 sono stati gli anni della ribellione, dei gruppi armati? Come mai se era tutto fantastico? Perché è nata la contestazione, il maggio francese, tutto quello che è venuto? Non è vero: è che noi eravamo giovani.

Questo era fantastico. La nostalgia non aiuta la storia».

 

Che ruolo hanno i social?

walter veltroni

«Io non li ho, non li uso. Non li leggo nemmeno. Sono come tutti gli strumenti. Possono essere usati in tutti i modi. I mezzi di informazione in un regime totalitario possono essere strumento di libertà di opinione. I social network lo stesso.Ma con gli stessi mezzi un regime può controllare l' opinione pubblica. E' inevitabile che il progresso abbia due facce. Io non sono né favorevole né contrario. Non li uso perché faccio come il computer, che se ha troppe cose dentro poi diventa lento. Molte cose le elimino per essere più veloce per le cose che mi interessano.

 

Quello a cui non partecipo è il giudizio negativo dell' epoca in cui viviamo. Perché l' umanità ha fatto passi incredibili, e le opportunità che ne sono discese sono infinite ed eccezionali. Mi sembra che viviamo un momento di cambiamento epocale. Credo che tra cinquant' anni si scriverà di questo periodo come di una rivoluzione costante. Per noi è più difficile pensare che il mondo sia così perché ne abbiamo conosciuto un altro e forse siamo noi che facciamo fatica a capire. Così ci sembra negativo quello che non comprendiamo. Come in tutte le cose saranno gli uomini, saranno le persone a decidere. La storia deciderà».

 

Ti sembra che ci sia un po', non dico la morte, ma l' autunno delle competenze?

«Mi ricordo quando si diceva "Sono morte le ideologie". Invece sono più vive che mai. Solo che hanno preso altre forme.Ideologia oggi significa che se uno la pensa come me io sono in diritto di assegnargli un incarico o un ruolo, anche se non ha competenze. Perché la sola cosa che conta è che la pensi come me. Ma a livello del lavoro, delle aziende, dello sport, le competenze sono, al contrario, molto importanti. In Italia dopo la guerra, dopo il fascismo, c' è stato un momento storico assolutamente straordinario.

 

JULIO VELASCO

C' era da ricostruire un Paese dopo vent' anni di fascismo che, non bisogna mai dimenticarlo, aveva il consenso popolare. Oggi tutti dicono che i politici di quell' epoca erano più preparati. Ed è vero. Ma prenda gli imprenditori, i manager, i medici... Oggi c' è più competitività. Una volta bastava fare le cose bene, oggi bisogna farle meglio degli altri. Una caratteristica tipica dello sport, questa. Nel nostro mondo ad esempio, è impressionante il livello di specializzazione che si è raggiunto. Una volta il medico di una squadra di calcio era quello della famiglia del presidente».

JORGE VIDELA

 

Che cosa è il concetto di squadra in una società in cui l' io, rispetto al noi, è sovrastante?

«Prenda la cultura americana dello sport. Se c' è una cultura individualista è quella americana. Però loro lavorano molto in squadra, in tutti gli ambiti.Nello sport si mettono insieme allenatori di primo livello e lavorano insieme per un' Olimpiade. Io credo che il lavoro di squadra sia un metodo e non un imperativo etico. Non è che giochiamo di squadra perché siamo poco egoisti, perché siamo buoni, perché ci piace stare con gli altri. Giochiamo di squadra perché è più efficiente, perché si rende di più. Anche perché siamo meno soli nei momenti difficili. Però quella è una conseguenza, non voluta».

 

Fammi un esempio...

«Quando organizziamo una partita di calcio di bambini, mettiamo a tutti le maglie e i pantaloncini giusti. Ma non è una partita di calcio, perché ognuno prende il pallone e non lo molla finché non lo prende un altro che, a sua volta, non lo mollerà. Così i bimbi vanno avanti e si divertono da matti.

IL GESTO DELL OMBRELLO DI JULIO VELASCO

Ma non è una partita. Se è una partita bisogna insegnare a passare la palla, definire i ruoli: uno gioca davanti, uno dietro, non vanno tutti dietro la palla.

E lì comincia a essere una squadra. Una squadra lo sport lo fa in modo naturale. In altri ambiti è giusto parlare di valori. Nello sport è una scelta pragmatica. I ruoli si rispettano altrimenti la cosa non funziona. Nel mondo del lavoro delle volte non si rispettano i ruoli e si usa la famosa frase: "Ci perdo più tempo a spiegarlo che a farlo io". Nello sport questo non esiste. Il tempo giusto, mai sprecato, è quello della spiegazione.E' quello che definisce, che costituisce, una vera squadra».

 

Non facile in un tempo in cui i campioni sono star mediatiche...

JORGE VIDELA

«Quando mi chiedono del gioco di squadra dico: bisogna convincere gli egoisti a fare il gioco di squadra. Come? Dobbiamo dimostrargli che conviene. Sembra cinico, altrimenti non funziona. Non possiamo fare una squadra di bravi ragazzi. Noi cerchiamo i migliori giocatori e i migliori spesso sono egoisti, ma certo sono più individualisti, perché sanno di essere forti.

 

trapattoni platini

Dobbiamo convincere loro. E come li convinciamo? Ci sono molti esempi nel calcio: tutti i grandi giocatori, da Maradona a Platini, hanno sempre avuto almeno un compagno di squadra che faceva quello che non facevano loro. E se lo tenevano stretto...».

 

Il Bonini?

«Certo, Bonini correva e se uno menava Platini lui interveniva dicendo: "Attento o meno io te". Questa è l' essenza, la diversità propria del gioco di squadra, la complementarietà nei ruoli. E' un metodo, il gioco di squadra, e bisogna conoscere il suo funzionamento».

 

JORGE VIDELA

Come si gestisce una vittoria e come una sconfitta in un collettivo?

«Quando uno vince deve capire che ha vinto quella volta, con quell' avversario, quel giorno e che domani tutto può cambiare. Bisogna insegnare la precarietà della vittoria. E soprattutto guardare le cose che ancora dobbiamo migliorare. Quando si vince è un buon momento per farlo. A condizione che ci sia l' umiltà di non credere che, siccome abbiamo vinto, siamo imbattibili. Quando si perde invece è il momento di dare fiducia, di alimentare l' autostima, di dire "va bene sono stati più bravi loro, ma abbiamo avuto una brutta giornata, e passerà". Non abbiamo potuto, ancora. Non ci siamo riusciti, ancora. Se non c' è quell' ancora tutto diventa più difficile».

 

C' è un giorno della tua vita che non vorresti rivivere?

PLATINI

«Il periodo della giunta militare in Argentina. E quando è scomparso mio fratello. Quello è stato un giorno che sicuramente non avrei voluto vivere».

 

Ricordi quel momento?

«Era un periodo in cui ero andato via dalla mia città e campavo insegnando qualunque cosa.

Stavo spiegando a una ragazza ortografia in casa sua. Suona il campanello, ed è un mio amico de La Plata, un professore di filosofia. Lo vedo lì e mi dice: "Hanno preso tuo fratello". Io sono andato via da lì, siamo andati a prendere un caffè ed era surreale, perché sono quelle situazioni in cui ti senti sospeso in aria. Non potevamo fare niente. Mi piacerebbe essere scrittore per poter raccontare quel momento, perché è come se si perdesse contatto con la realtà. Non mi è successo di fronte alla morte, perché la morte era consumata.

 

Quando è morta mia mamma ero a un corso in Sud Corea. Mi hanno svegliato alle tre del mattino in albergo.Era definitivo: "E' morta tua mamma". Non mi sentivo fuori dalla realtà. Quando sparì mio fratello fu una cosa tremenda. Il vuoto, l' attesa, la ricerca. Il rammarico è di non essere stato di più con mia mamma, in quei giorni».

IL GESTO DELL OMBRELLO DI JULIO VELASCO

 

Tuo fratello quanto è stato nelle carceri?

«Quaranta giorni».

E' stato torturato?

«Sì».

Dove?

«Nel commissariato. A La Plata».

Quanti amici hai perduto in questa tragedia?

«Io ho perso il mio miglior amico delle superiori. Erano tre fratelli. Tutti e tre uccisi. Erano artisti. Ho perso anche il mio miglior amico dell' università.E poi due compagni di pallavolo, della mia squadra».

 

L' indifferenza è l' anticamera della violenza?

«L' essere umano può essere meraviglioso, ma può essere terribile. E' la storia di Caino e Abele. Lo dobbiamo tenere presente, perché in un attimo diventiamo feroci. Non si può linciare una persona perché ruba un cellulare. Siamo fatti così, si vede anche nello sport: genitori che finiscono con il menarsi per discussioni nelle partitelle dei figli. È parte dell' essere umano, non siamo naturalmente buoni. Bisogna lavorarci. Dobbiamo vivere insieme, c' è poco da fare. Quello che mi mette molta paura è che si sta perdendo uno dei principi fondamentali della democrazia: devo convivere con quelli che la pensano diversamente da me. Non è vero che se io sono maggioranza posso fare quello che mi pare. No, devo convivere, devo cercare l' accordo su un sacco di cose.

JULIO VELASCO

Posso pensare di aver ragione, ma mi devo mettere d' accordo con un altro che secondo me non ha ragione».

 

C' è il rischio che la democrazia appaia all' opinione pubblica, abituata alla velocità, un ferro vecchio?

«Sì, purtroppo questo rischio c' è. Molta gente vuole la soluzione subito e non importa il prezzo che deve pagare, compresa la libertà degli altri, compresi i diritti degli altri. Sempre di più si sta diffondendo questa idea. Idea che c' è stata già in Europa, nel mondo. E questo è un rischio enorme, anche per oggi. La democrazia, intesa come un sistema di governo politico, ma anche la democrazia in ambiti più piccoli, come può essere una squadra o una società sportiva, deve essere efficiente, non deve insistere solo sui valori. Se la democrazia è efficiente deve dare risposte concrete alla gente.

Altrimenti viene qualcuno che risponde a questo bisogno...».

 

La differenza tra leader e capo?

ZORZI LUCCHETTA VELASCO

«Il capo comanda. Il leader guida, indica la strada. Un grande leader indica la strada e fa crescere quelli che la devono percorrere perché poi la sappiano fare da soli. Poi c' è bisogno di capi. A livello militare per esempio, sono più capi che leader perché, questo me lo spiegava un professore alla scuola militare in Argentina, in guerra bisogna insegnare a non ragionare. Se ti dicono andiamo a prendere quella collina, non bisogna rispondere "no, non abbiamo la mitragliatrice". Andiamo a prendere la collina, punto. Ti dicono di tagliare la gola a un uomo?

Se ragioni non lo fai. Proprio per questo i militari non possono guidare un Paese, perché sono educati alla guerra, che ha le sue caratteristiche.

Quando mi chiedono cosa caratterizza un leader io rispondo che prima di tutto deve sapere dove andare. Lo deve sapere. E saper spiegare».

 

Tu hai allenato la Nazionale italiana che è stata la squadra di pallavolo più forte del secolo. Ed è stata più forte anche perché l' hai allenata tu. Come definire quel miracolo?

«Si sono combinate diverse cose che non sempre si presentano contemporaneamente. Il talento, la grande disponibilità al lavoro, l' umiltà, ma con grande personalità e autostima. E condizioni di lavoro buone, non ci mancava niente. Il tutto ha prodotto quel fenomeno. A volte c' è il talento, ma la disponibilità è limitata, soprattutto dopo che si vince cala e invece in quella squadra non è mai calata. Talvolta c' è l' autostima però manca l' umiltà. Invece in quella nazionale c' era tutto. La squadra si rinnovava, entravano nuovi giocatori e con i nuovi io praticamente non ho dovuto fare niente, perché entravano in un meccanismo che gli altri già seguivano.

velasco

Guardavano gli altri e andavano avanti quasi da soli. E' stato un gruppo eccezionale, un momento eccezionale».

 

Nella poesia "I giusti" Borges dice che i giusti sono il tipografo che compone i caratteri con i quali la poesia è scritta, chi gioca a scacchi, chi accarezza un cane. Il giusto non è il capo, ma il comportamento di ciascuno, corrispondere al proprio dovere. Chi sono per te i "giusti"?

«Mi viene da dire che sono d' accordo con Borges. Mi viene da pensare che un giusto è uno che cerca di non essere ingiusto... Si può essere duri, qualche volta anche odiati, perché per portare al massimo un gruppo a volte uno non fa sempre delle cose carine. Però non ci si può permettere di essere ingiusti. Faccio l' esempio del professore. C' era l' insegnante che ti riempiva di compiti, ti interrogava duramente.

 

Non parlavi bene di lui. Ma non lo facevi con livore o con odio, dicevi solo: "Questo è un rompicoglioni". Del professore ingiusto parlavi invece con disprezzo. Quello che, ai leccaculo, metteva un buon voto. E allora penso che nella vita bisogna cercare di non essere ingiusti. E non bisogna nemmeno sembrarlo. Devi pensare come ti vede l' altro, quando prendi le tue decisioni. Che possono essere dure, ma mai ingiuste».

 

Julio VelascoLUCCHETTA

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