ATTENTI ALL' AFRICA - DAL NORD AL SUD DEL CONTINENTE E' PARTITA LA CONQUISTA DEL WEST. A COMINCIARE DAL PRIMO DIRETTORE NERO DELLA BIENNALE DI VENEZIA 2015, ECCO ARTISTI, CURATORI, MERCANTI E GALLERISTI UNITI IN NOME DELLA BLACKNESS.E GIA' CHARLES SAATCHI LA CONSACRA NEL SUO MUSEO DI LONDRA

Alessandra Mammì per l'Espresso
«Okwui Enwezor? Certo che lo conosco». Ride con il suo vocione profondo, David Koloane, 76enne sud africano, nero dagli occhi chiari, autore di opere narrative fatte di pastelli, cere, matite, colori su carta e su tela che tra i segni fitti lasciano trapelare messaggi politici e la rabbia di chi ha vissuto gli anni dell'apartheid. «Enwezor diventò famoso nel 1997, proprio grazie a Johannesburg , quando arrivò là a dirigere la Biennale. Lo aspettavamo tutti come un messia: l'uomo che difendeva da New York l'arte africana. Ma poi? Mette in piedi una mostra tutta video, schermi, monitor, lightbox, foto,installazioni. Proprio a Johannesburg dove gli artisti neri erano in maggioranza scultori e pittori ancora legati al mestiere. E allora ci fu una rivolta. Okwui fu sommerso da una montagna di proteste e di insulti. E si diceva: "ma questo è arrivato fin qui per farci colonizzare pure dagli afro-americani?"».

 

«Okwui Enwezor? Certo che lo conosco: le sue mostre le ho studiate a scuola e sono state fondamentali non solo per me, ma per la costruzione di un' intera generazione. Se oggi sono un artista immerso nella contemporaneità globale e non solo un artista africano, lo devo a gente come lui», dice in perfetto inglese e abbigliamento vagamente hipster, Ibrahim Mahama, nato in Ghana, che all'epoca della leggendaria Documenta in cui Enwezor riscattò l'African Art di lotta e di ricerca, aveva solo 14 anni.

 

Oggi che ne ha 27 crea monumentali installazioni, costruisce altissimi muri e plasma addirittura colline con centinaia di sacchi di carbone laceri e malcuciti insieme. Sa benissimo cos'è l'Arte Povera, ma ritiene che il sacco sia ormai materiale sdoganato e riguardo al lavoro ( che nei suoi pensieri rimanda alla sudditanza dell'Africa nel mercato mondiale) non si sente di dover niente a nessuno.

 

Tranne a Okwui Enwezor, naturalmente. Il guru nigeriano di nascita, newyorkese d'adozione. Il ragazzo che a 21 anni sbarcò negli Stati Uniti e visse da protagonista la Manhattan degli anni Ottanta. Quella dell'ultimo Warhol e della cometa Basquiat; quella dell'esplosione delle griffe di moda da Parachute a Comme des Garçons; quella della movida tra il Village e Soho. Lì, costruisce il suo personaggio dagli abiti eccentrici, conversazione seducente, creatività eclettica.

 

E' critico d'arte, poeta, scrittore, storyteller, grande affabulatore. Difende l'arte del suo popolo e in generale di tutti i neri creativi del mondo e si definisce un uomo nella cui anima «la coscienza etica africana e la realtà quotidiana occidentale si mescolano in una costellazione post-coloniale». E' a questo sguardo strabico che probabilmente deve la sua eccezionale carriera. Primo nero a conquistare la direzione di Documenta, unico curatore insieme al leggendario Harald Szeemann ad aver avuto l'incarico di dirigere anche la Biennale di Venezia. Lo farà nel 2015 e segnerà un'altra tappa fondamentale per la sua biografia e per la blackness creativa dell'intero pianeta.

 

Dunque non stupisce che Ibrahim e David, insieme a Londra, discutano di Enwezor. Ne parlano sorvegliando la messa in posa delle loro opere, a poche ore dall'inaugurazione della mostra "Pangaea", quella che Charles Saatchi nel suo potente e candido museo di King's Road dedica ai linguaggi emergenti di un immaginario continente: Sud America e Africa riuniti come se non ci fosse mai stata deriva. Ma è l'Africa, che qui s'impone per quantità e qualità delle opere. E a dichiararlo per prima è la stessa curatrice l'argentina Gabriela Salgado: "l'arte africana in questo momento è oggetto di un'enorme ondata di attenzione». Se lo merita è in momento di grazia sia all'interno che all'esterno del continente. E'ovunque presente in biennali, fiere, festival e come sottolinea la Salgado non solo ha ormai pienamente conquistato una sua identità ma «sta diventando un punto di riferimento e di confronto per tutta la ricerca visuale». Come smentirla? Tra le sale della Saatchi Gallery il livello di proposta è altissimo.

 

Dai simbolici ritratti di bambini fotografati da Mario Macilau, ai colori acidi e tratti nervosi con cui Boris Nzebo immortala paesaggi metropolttani psichedelici, all ' African Dream pixellato di Vincent Michea che scontorna piscine e sogni consumistici anni Cinquanta fino alle meravogliose "Demoisellés de Portonovo" con cui Agbodjélou provocatoriamente rovescia i nostri valori e i parametri storici citando come un modello primario e brut "Le démoiselles d'Avignon" di Picasso. Qui rivedute e corrette da prospettive certe e nudi plastici.

 

E' la riscossa del continente nero offuscato negli ultimi anni da quella irresistibile ascesa dell'Asia che aveva ipnotizzato i mercati. "Art Review" insegna. Nella sua hit parade annuale del Power100 2013 tra il diluvio di cino-indiani rampanti, il trionfo del mercato e dei galleristi e collezionisti su curatori e critici, il nome di Okwui Enwezor era scomparso e la presenza africana ridotta al solo El Anatsui, scultore del Ghana che occupava il 98mo posto in fondo alla lista. Ma buon Saatchi non mente. Il suo leggendario fiuto gli fa capire che è il momento di riprendere le fila di un discorso. I fatti glielo confermano: la nomina di Okwui a Venezia ; il Leone d'oro al padiglione dell'Angola nella Biennale del 2013; l'arrivo alla Tate Modern di una infaticabile e determinata curatrice, paladina dell'arte nera: Elvira Dyangane Ose, quarant'anni appena compiuti e (in testa) tanti dreadlocks e idee chiare.

 

«E' ora di liberarsi della definizione "artista africano", una provenienza geografica non è una categoria estetica», ha detto appena nominata. E ha lanciato nel tempio artistico di Londra un fervente dibattito a colpi di conferenze, incontri, mostre mirate poco africane e molto afropolitane. Termine coniato nel 2006 dal filosofo camerunense Achille Membe, come sintesi di africano e cosmopolita, per definire quella classe intellettuale e professionale emergente nelle metropoli del mondo che ha origini africane e vita da globetrotter.

 

Per esempio un giovane economista ( ma anche architetto o artista)che parla molte lingue è nato in Zimbawe ,vive a Johannesburg ma ha studiato a Londra e sta per trasferirsi a Hong Kong. Ci son parole che in poche sillabe cambiano il mondo. Alla sua prima comparsa l'Afropolitanism ha rilanciato in ogni disciplina l'afrodibattito e superato d'un colpo concetti come Blackness o Negritude, Black Internationalism e Panafricanesimo.

 

"La definizione "Blackness"» dice oggi dal pulpito della Tate, la combattiva Elvira « ha avuto un ruolo importante nel periodo post coloniale, intorno agli anni Cinquanta e Sessanta. Rivendicava l'esistenza di una cultura in grado di abbracciare non solo gli africani ma tutti i neri coinvolti nella diaspora. Da una parte rafforzava l'identità dei neri soprattutto nei paesi occidentali ma dall'altra la indeboliva annullando le differenze e finendo per sostituire alla Storia e alle storie del continente complesso e variegato qual è, una sorta di vaga ideologia».

«L'idea di Arte Africana è già diventata antica» secondo Guido Schlinkert, curatore e gallerista nato in Germania residente in Italia « Sono almeno dieci anni che gli artisti non ne vogliono più sentir parlare. Del resto l'Africa è un putiferio e come si fa a ridurre a una sola immagine un territorio che va dal Marocco al Sud Africa, dall'Etiopia all'Angola, dall'Egitto al Congo? Usereste indifferentemente americano per definire un artista canadese e uno peruviano? O vi dice qualcosa il termine: artista europeo?».Specializzato in cultura visiva dell'intero continente, Schlinkert da anni espone in mostre private e pubbliche attraverso il lavoro di artisti impegnati su diversi fronti: dal fotoreporter Guy Tillim, fondatore di Afrapix (collettivo che negli anni Ottanta svolse un importante lavoro di denuncia dell'apartheid) al radicale Nicholas Hlobo che recupera in chiave contemporanea simbologie della sua originaria, tribale cultura Xhosa. Fino all'angolano Edson Chagas premiato all'ultima Biennale e ora in mostra con altri connazionali dall'11 aprile negli spazi della FAO a Roma.

 

Tutti nomi dalle personalità forti, con lavori potenti e organizzati, premi internazionali in curriculum e soprattutto alle loro spalle una squadra di nuovi e giovani curatori agguerriti e informati, che hanno sostituito allo scivoloso concetto di blackness un dialogo "inter pares" con le ricerche più avanzate del mondo. O addirittura con i mostri sacri dell'Occidente. Come ha fatto Agbodjélou nella "Pangaea" di Saatchi sfidando Picasso. O l'Angola a Venezia quando ha occupato Palazzo Cini scegliendo il pericoloso confronto con Pier della Francesca, Dosso Dossi e i Tiziano di una delle più belle collezioni della Laguna.

 

Lì tra capolavori dei maestri della pittura italiana, accumulati in terra giacevano poster di Chagas che immortalavano umili angoli di Luanda .E così, da una parte suonavano le nostre trombe, dall'altra le loro campane. Ma già un anno fa il Leone d'oro scelse le campane dell'Africa, e nessuno allora immaginava che a guidare l'intera Biennale sarebbe presto arrivato generale Enwezor.

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