A CHE SERVE LA “MERDA D’ARTISTA” DI PIERO MANZONI (1933-1963)? FACILE: DOPO AVER VISTO LA STRAORDINARIA MOSTRA MILANESE DI PALAZZO REALE, SI COMPRENDE AL VOLO CHI SONO GLI “ARTISTI DI MERDA”…

Marco Vallora per "la Stampa"

Ci si (di)spiega lui, da solo. «Non possiamo assolutamente considerare il quadro come spazio su cui proiettiamo le nostre scenografie mentali, ma come nostra area di libertà, in cui noi andiamo alla scoperta delle nostre immagini prime. Immagini quanto più possibile assolute, che non potranno valere per ciò che ricordano, spiegano, esprimono, ma solo in quanto sono: essere».

Tutto qui, ed è moltissimo. Concentrato, come in un chewing-gum esplosivo: una piccola bombetta atomica. Da Metodo di scoperta, 1957-58. Si parla di metodo, dunque (e di scoperta, quasi scientifica), tra Descartes, Wittgenstein, ma pure Einstein: il Tempo-spazio come feticcio da decifrare. Da infiltrare, come un cagnolino subdolo, in galleria.

A pre-leggere il Diario giovanile e a suo modo wertheriano, di Manzoni ventenne questo angosciato brogliaccio di vita mentale, che Electa pubblica nei Pesci Rossi, rivela una sorta di armatissimo boy scout junghiano, che va alla scoperta dell'indicibile figurale, dei principi primi, assoluti (glielo insuffla alle orecchie prensili-scimmiesche, il compagno di strada e più oracolare, Castellani: aprono insieme la Galleria Azimut).

Fascino vertiginoso, abissale dello zero. Saltando già al di là della tela, con quella sua allure di ilare tragicità impassibile, alla Buster Keaton, entro la giungla infida e rotta del figurale, che l'hidalgo Fontana ha ormai squarciato e domato per sempre, con il machete aristocratico dei suoi tagli zen, pubblicamente demonizzati. A vedere che cosa c'è di là, melvillianamente (citazione testuale). Alla «scoperta delle nostre immagini prime» (e di sgomentante «solitudo».

Appunto wittgensteiniane: denudate. Come le modelle di Klein). Ma non sono, queste, illazione dei «soliti critici» iper-citazionisti. Manzoni, conte di provincia cremonese (ma lui pare dimenticarsene) allievo gesuita al Leone XIII milanese.

Manzoni dunque è un vero studioso, incontra nella sua «gaia scienza» bulimica (sente il tempo mancare) Nietzsche, Husserl, Brentano, Heidegger e perfino il «nostro» Pareyson. Va a lezione di «ilozoismo» presocratico da Guido Calogero, ascolta parlare d'illimitato, di monadi, di un in-finibile apeiron e di aletheia, quale non-nascondimento (lo certifica Gaspare Luigi Marcone nel suo testo nell'utile catalogo Skira) ed è chiaro che trae qui linfa per la sua idea di «achrome». Impregnato com'è di stimmung fenomenologica, il suo è quasi un tornare «alle cose stesse» husserliane, mettendo il mondo (dei significati) tra parentesi.

Tornare alle bombate pagnotte (quasi ironiche, provocatorie) del cibo primario. Tragicamente (dopo il non-pane di Auschwitz: le briciole contese) non c'è più spiegazione adorniana. Non c'è che la presenza nuda, ma non disarmata, dell'«essere in sé», essere tela, e basta. Un precetto che avrebbe potuto benissimo pronunciare il Robbe Grillet di Marienbad («non datele dei nomi, potrebbero aver avuto tante altre avventure») o il Barthes del Grado zero della scrittura.

Esercizi di stile, alla Queneau (per dire l'air du temps) ma «contro lo stile», come impone un altro Manifesto. Perché a Manzoni, come a Burri, Fontana, Bonalumi e Castellani (con le sue Estroflessioni) sta stretta l'idea «prigioniera» di quadro, anche se non vuol fare a meno di quel perimetro derisorio. Di quel carcere inevadibile del «mondo della vita». Congelato. Lo vediamo, nel Diario, già alle prese-slapstick con una cornice troppo imponente, che gli ha mandato lo zio: vorrebbe incenerirla, «io non parto... non ho nulla da seguire... non so dipingere, scrivere».

In effetti le sue prime, peciose prove nucleariste, non lo avrebbero consegnato alla Storia. «Cleptomane e rabdomante» (Marcone) intinge le chiavi nel colore, sbricia Baj e Dubuffet, insegue le colature catramose di Burri, stampiglia caratteri di cassa (che poi Schifano avrebbe ripreso) ma con ridondanze sdolcinate, da canzonetta (Tenderly, Domani chi sa). Poi il grande salto, con la scoperta di Fontana, Tapiès, Novelli, Marca-Relli e l'imprescindibile Klein, che stanno, o «traNsitano», decisivi, per la Milano, di questo presocratico, seduto alla mensa di Duchamp.

L' Achrome è il regno del Possibile, della libertà assoluta «così vicina al niente». che annunzia (col caolino) Paolini. E non è vero, come dice Porta ch'egli è «indifferente al piacere della pittura», tutt'altro. Preleva l'uovo di Piero da Brera, lo rende sodo, lo stampiglia alla Steinberg e lo distribuisce come una sacra reliquia, a tutti i suoi «firmati» viventi. Prende la merda oro-alchemica di Jarry e la stipa, in una sorta di Manzon-tin mercificabile: se l'apri per verificare addio ad ogni valore. Calembour visivi.

Come l'idea di rovesciare, galileianamente, il mondo, mettendoci, sotto-sopra, un «socle magico»: piedestallo, con lapide cimiteriale. Inventando le «sculture viventi» un decennio prima di Gilbert & George. È inevitabile che l'intensa, calibrata mostra curata da Flaminio Gualdoni & famiglia, coprodotta da Skira e Comune di Milano, abbia un «fiato» un po' funereo, strategicamente ultimale-museale (via la vita «sciupata»). Perché con la sua intelligenza sulfurea Manzoni ha posto una pietra tombale su tante sciocchezze a venire, nullificandole prima di lasciarle fiorire.

 

 

PIERO MANZONI CON UNA MODELLA PIERO MANZONI ACHROME IN PELUCHE PIERO MANZONI IMPRONTA PIERO MANZONI MERDA DARTISTA

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