IL MOMA IN TRASFERTA A PARIGI! – RIELLO: ALLA FONDAZIONE VUITTON UNA MOSTRA RIUNISCE OLTRE 200 CAPOLAVORI PROVENIENTI DAL MUSEO DI NEW YORK – TRA HOPPER, BRANCUSI E WARHOL, C’È PERFINO L’ORIGINALE “STEAMBOAT WILLIE”, LA PRIMA ANIMAZIONE IN ASSOLUTO DI TOPOLINO FATTA DA WALT DISNEY NEL 1928 - VIDEO

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Antonio Riello per Dagospia

 

A Parigi, al Grand Palais, c’è il FIAC, la Fiera di Arte Contemporanea. Manifestazione trendy e in netta ascesa, molto più internazionale di qualche anno fa, quando era un evento preminentemente francese e un po’ “polveroso”. Forte presenza di gallerie dall’Estremo Oriente. A volte sembra che le vecchie potenze coloniali riflettano ancora nelle fiere dell’arte le loro vecchie sfere di influenza.

 

Chic-et-Cher quanto basta (sempre molto elegante anche la direttrice, la neozelandese Jennifer Flay) quest’anno il FIAC si espande ambiziosamente verso l’esterno su spazi all’aperto. Opere, artisti e gallerie peró raccontano, piú o meno, le stesse storie appena viste/sentite a Londra e che molto presto ri-incontreremo a Torino con Artissima (la settimana prima c’era anche la fiera d’arte di Verona….).

 

Una straordinaria installazione di Anita Molinero, “Le Grosse Blue” (2017) presentata dalla Galerie francese Thomas Bernard – Cortex Athletico e il lavoro molto ludico e sorprendente di Gilles Barbier (galleria Georges-Philippe & Nathalie Vallois) sono tra le cose più “fresche”.  Forse un po’ ruffiani e “JeffKoons-style”, ma certamente molto apprezzati e fotografati anche i palloncini di Jeppe Hein (“Yellow, Orange, Green and Red Mirror”) ospitati dalla 303 Gallery.

 

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In questi stessi giorni la Fondation Louis Vuitton presenta una grande mostra, “Being Modern: MoMa in Paris”. Un appassionato omaggio al MoMa di New York, il quale nei suoi primi anni per le acquisizioni si era notevolmente nutrito dell’Arte delle Avanguardie parigine. É quindi un po’ come se si chiudesse un cerchio e venisse ripagato un debito ideale (alcune opere tornano a respirare aria francese dopo molti decenni passati in America e alcune non sono mai state esposte prima in Europa).  

 

La sede della Fondazione voluta da Bernard Arnault e aperta al pubblico dall’ Ottobre del 2014, è una complessa e impressionate architettura progettata da Frank Gehry. E pur non assomigliando granché esteriormente al Guggheneim di Bilbao ne conserva però una specifica attitudine: ovvero è una di quelle architetture che da lontano dicono molto, mano a mano che ci si avvicina diventano misteriosamente meno interessanti, e quando si entra dentro si viene presi da un certo sconforto per il totale spreco di spazio e la manifesta mancanza di funzionalità.

 

Siamo di fronte ad una architettura prestigiosa e tecnicamente assolutamente all’avanguardia. Per giunta in una superba location (nel Jardin de Acclimatation del Bois de Boulogne). Una celebrazione in pompa magna di chi l’ha ideata e di chi l’ha commissionata (e pagata). Certamente una mirabile opera d’arte autoreferenziale, ma non esattamente un efficiente e razionale contenitore per ospitare al proprio interno mostre e opere d’arte. Insomma una struttura “piena di sè” (nel bene e nel male).

 

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Forse è anche per questo che fino ad oggi le mostre qui organizzate (Daniel Buren, Olafur Eliasson, BENTU - una collettiva di artisti Cinesi) non hanno avuto quell’ enorme ritorno di pubblico e di immagine che ci si sarebbe aspettati (e che le mostre avrebbero certo meritato). Malgrado un imponente e pressante battage mediatico, chi veniva in visita principalmente lo faceva per vedere la famosa architettura di Gehry. Le mostre finivano per essere, in qualche modo inesorabile, un evento accessorio.

 

Quest’anno c’era proprio bisogno di qualcosa di molto significativo per competere con la grande e blasonata offerta museale parigina di Ottobre (Gauguin e Rubens tra gli altri). Serviva del “sangue blu” artistico. Chi meglio del Museo della “Modernità” per antonomasia poteva fornire questa (costosa) trasfusione? Glenn Lowry (MoMa) e Suzanne Pagé (Fondation Louis Vuitton) con l’aiuto di Olivier Michelon, Quentin Bajac e Katerina Stathopoulou se ne sono amorevolmente e professionalmente occupati.

 

In questa bellissima raccolta si può intravedere la storia e l’evoluzione del MoMa dalla sua fondazione (1929) ad oggi. Tre signore, abbienti e sinceramente amanti delle arti (erano chiamate “The Ladies”), Lillie P. Bliss, Mary Queen Sullivan e Abby Aldrich Rockfeller lo fondarono, ma la figura decisiva fu il primo carismatico direttore, il mitico Alfred H. Barr. Venne deciso, proprio da lui, che fosse il primo museo a tenere in considerazione l’architettura e il design come elementi paritari rispetto all’ Arte. Alcuni esempi di design tecnico piuttosto “basico”, come dei cuscinetti a sfere, infatti sono in mostra.

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Ci sono naturalmente dei “mostri sacri” come “Rue de byciclette” (1913) di Marcel Duchamp, “L’uccello nello spazio” (1923) di Costantin Brancusi, “La casa sulla ferrovia” (1925) di Edward Hopper, “Campbell’s Soup Cans” (1962) di Andy Warhol, “Identical Twins” (1967) di Diane Arbus, tanto per citarne qualcuno. Ma anche opere poco conosciute come le bellissime foto dei senzatetto newyorkesi della Grande Depressione fatte da Lisette Model. E’ non casualmente presente una bella opera di Francis Picabia. Questo artista, importante ma finito un po’ in secondo piano, è attualmente oggetto di grande e rinnovato interesse (anche da parte del mercato). C’ è perfino l’originale “Steamboat Willie”, la prima animazione in assoluto di Topolino fatta da Walt Disney nel 1928.

I moltissimi lavori presenti sono distribuiti su vari piani e la visita finisce per essere una faccenda logisticamente un po’ complicata, a dire il vero. Ma ne vale la pena. Interventi sui muri come quelli di Sol Lewitt e General Idea rendono il percorso più vario e stimolante.

Gli anni settanta/ottanta in America sono naturalmente molto ben rappresentati: Frank Stella, Barbara Kruger, Cady Noland, Sherrie Levine, Cindy Sherman e tanti altri ancora.

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Salendo ai piani alti si possono vedere gli ultimi arrivi del MoMa, molto interessanti quelli legati al piano di acquisti “Fund for the Twenty-First Century”, iniziato nel 2009. “The Newsstand” (2016) è una installazione interattiva (originalmente piazzata nella metropolitana di New York) di Lele Saveri. Sempre del 2016 si può ammirare la grande opera a parete di Shigetaka Kurita, una ricerca per niente banale sugli emoticons digitali.

 

Un video piuttosto ben fatto quello di Jacolby Satterwhite, “Reifying Desire 3” (2012), É ricchissimo di spunti estremamente vari che oscillano dal privato all’universale e viceversa: non annoia mai e sorprende sempre. Si presenta invece come un indecifrabile videogame di ultima generazione “Emissary in the squat of Gods” (2015) di Ian Cheng (dopo qualche minuto di stordimento ci si abitua e la faccenda diventa curiosamente abbastanza coinvolgente).  Park McArthur, un artista americano affetto da una particolare tipo di distrofia muscolare, realizza a sua volta delle angosciose e inquietanti barriere usando gli strumenti medicali usati negli ospedali e nei manicomi. Il lavoro forse più affascinante di questa sezione è però forse anche il più semplice.

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 Infatti “Measuring the Universe” (2017) dello slovacco Roman Ondak è in sostanza una grande stanza vuota. Sulle pareti, scritte con un pennarello nero da una apposita incaricata, le altezze di centinaia e centinaia di visitatori (con il relativo nome). Il risultato é un qualcosa che ricorda la tradizione domestica di misurare l’altezza dei bambini segnando delle tacche su un punto preciso di un muro. Ma allo stesso tempo riesce a mescolare e integrare, con raro acume, la babele di identità e di nazionalità dei visitatori della mostra. L’altezza delle persone come elemento identitario e collettivo. Ce l’avevamo tutti davanti agli occhi senza rendercene conto. C’est géniale, come si dice qui.

 

Being Modern: MoMa in Paris

FOUNDATION LOUIS VUITTON

8 Avenue du Mahatma Gandhi, Bois de Boulogne

75116 Parigi

 

11 Ottobre  2017 – 5 Marzo 2018

 

 

 

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