1. ALITALIA, SEDOTTA E ABBANDONATA? LA TRATTATIVA CON GLI ARABI SI STA INCASINANDO 2. I NODI DA SCIOGLIERE NON RIGUARDANO SOLTANTO LA DECAPITAZIONE DI TREMILA DIPENDENTI E NEMMENO LA SISTEMAZIONE DEI DEBITI PREGRESSI (OLTRE UN MILIARDO) CHE GLI ARABOTTI DI ETIHAD NON HANNO INTENZIONE DI ACCOLLARSI, MA ANCHE PER LA PRESENZA DI AIRFRANCE CHE, CON POCO PIÙ DEL 7% DI AZIONI, NON HA NESSUNISSIMO INTERESSE AD AVALLARE L’OPERAZIONE. PER PARIGI ETIHAD È L’AVVERSARIO PIÙ PERICOLOSO PER L’ESPANSIONE SUI MERCATI ARABI DOVE AIRFRANCE HA MARGINI DI REDDITIVITÀ ALTISSIMI 3. COME SI PUÒ FARE PER SISTEMARE I FRANCESI CHE SEDENDO NEL CONSIGLIO DI ALITALIA POSSONO SCOPRIRE TUTTE LE STRATEGIE DEL LORO PIÙ TEMIBILE CONCORRENTE? 4. NON RESTA CHE SPERARE CHE ETIHAD FACCIA SOLO UN GIOCO AL RIALZO. A PALAZZO CHIGI C’È CHI AGGIUNGE CHE SE IL GOVERNO METTESSE SUL TAVOLO LA CESSIONE AL FONDO SOVRANO DI ABU DHABI UNA QUOTA PESANTE DI ENI, IL GIOCO POTREBBE CONTINUARE

DAGOREPORT

Le hostess dell'Alitalia hanno perso il sorriso che avevano riacquistato a dicembre quando gli arabi di Etihad avevano manifestato il loro interesse a salvare la Compagnia.
Molte di loro non vedevano l'ora di trasferirsi ad Abu Dhabi ,magari in una suite più grande di quella di Beirut che ha ospitato il fuggiasco Dell'Utri, e di sposarsi con qualche emiro dal miliardo facile. E tra le hostess c'era chi aveva già cominciato a studiare il Corano fermando l'attenzione su quel versetto della Sura XXIV in cui si legge "crediamo in Allah ,e nel Messaggero, e obbediamo".

Poco importa se nel versetto il Messaggero non è il quotidiano di Caltariccone, ma il profeta più amato da Allah. Per loro le anticipazioni lanciate fin da dicembre dal giornalista Mancini del quotidiano romano, hanno aperto orizzonti e paradisi meravigliosi, e adesso temono che le porte dorate si chiudano e la trattativa salti per aria.

In realtà c'è un lancio dell'agenzia Reuters delle 12,04 in cui si parla di irrigidimento non insuperabile da parte degli arabi e ,riprendendo fonti anonime vicino a palazzo Chigi, si legge: "il governo conta di trovare la soluzione".

Da parte loro Etihad e Alitalia non hanno voluto commentare la notizia che arriva dopo proclami e notizie (l'ultima è dell'Ansa di ieri) che davano per scontata la conclusione tra le parti. Il più zelante è stato il ministro Lupi, l'esponente di Comunione&Fatturazione che scalpita dalla voglia di raccogliere un successo.

Nessuno gli ha spiegato che durante una trattativa di questo tipo le dichiarazioni governative sono improprie e servono soltanto a fare incazzare tutti i soggetti interessati. E nessuno ha detto al querulo ministro che i nodi da sciogliere non riguardano soltanto la decapitazione di tremila dipendenti e nemmeno la sistemazione dei debiti pregressi (oltre un miliardo) che gli arabotti di Etihad non hanno intenzione di accollarsi.

Eppure Lupi gongola da settimane e sostiene di aver visto "fisicamente" la proposta e la lettera di intenti.

Nella sua infinita miseria Dagospia ha sostenuto sin dall'inizio che il salvataggio di Etihad sarebbe stato particolarmente arduo, e non solo per il groviglio dei problemi che hanno fiaccato la Compagnia portandola alle soglie del fallimento, ma anche per alcune questioni che forse sono state sottovalutate. Una di queste riguarda in particolare la presenza di AirFrance che è rimasta sull'uscio con poco più del 7% di azioni, ma non ha alcun interesse ad avallare l'operazione.

È probabile che in questo momento nel quartier generale della Compagnia francese, dove si stanno investendo soldi per riorganizzare l'azienda sulle tratte e sulle alleanze, il chairman Frederic Gagey, un 57enne sposato e con cinque figli, stia godendo come un pazzo ,insieme ai due big Alexandre de Juniac e al famoso Cyril Spinetta, per le voci che rimbalzano da Roma.

Non è un mistero che a Parigi considerano Etihad l'avversario più pericoloso per l'espansione sui mercati arabi dove AirFrance ha margini di redditività altissimi. Forse a Roma nelle stanze del mitico ministro Lupi nessuno si è posto il problema di prevedere e concordare con gli arabi l'uscita di AirFrance.

Come si può fare per sistemare i francesi che sedendo nel consiglio di amministrazione di Alitalia possono scoprire tutte le strategie del loro più temibile concorrente? e per quale ragione Etihad dovrebbe far decollare il business italiano sistemando con i suoi soldi i rapporti societari con gli uomini di Parigi?

Il problema esiste come esistono certamente le perplessità di Etihad sulla sistemazione degli aeroporti in Italia e sulle garanzie finanziarie da parte del nostro Governo. Per quanto riguarda gli aeroporti l'idea di chiudere Malpensa destinandola soltanto al traffico merci fa arrabbiare la Lega e il sindaco Pisapia, ma gli arabi sanno che la concorrenza se la trovano anche da Bergamo, Verona, Trieste, Venezia, e perfino dal microscopico aeroporto di Lugano (per non parlare poi di tutti gli altri scali come Firenze, Pescara, Verona, Treviso) che pensano di ampliarsi in barba a tutti i regolamenti e alle leggine per la riorganizzazione del sistema aeroportuale italiano.

Ma c'è di più perché a Malpensa partiranno anche i voli diretti di Emirates, la Compagnia araba concorrente di Etihad che, dopo il blocco da parte del Tar, ha ottenuto dal Consiglio di Stato il via libera a proseguire con voli diretti Malpensa-Stati Uniti ed è in grado di offrire standard di qualità più elevati e a prezzi supercompetitivi.

Ecco quindi come al di là delle questioni finanziarie la vicenda si sta incasinando. Nell'incontro di giovedì scorso tra il boyscout di Palazzo Chigi e l'amministratore delegato di Etihad, James Hogan, l' australiano che ha messo in piedi la Compagnia nel settembre 2006, nessuno forse ha avuto la risposta in grado di tranquillizzare i nuovi soci già inquieti per le riserve che da Bruxelles potrebbero arrivare sull'assegnazione di nuove rotte.

Certamente il tandem Renzi-Lupi avrà detto che si tratta di problemi risolvibili e le stesse parole le avrà ripetute Gabriele Del Torchio, il manager di Caravate che pur sapendo poco e nulla di trasporto esattamente un anno fa ha preso tra le sue mani la cloche di Alitalia.

Per lui è stata fondamentale la decisione presa a ottobre dal governo Letta di ricapitalizzare la Compagnia con 500 milioni. Sarebbe curioso chiedere dove è finita questa promessa perché di milioni se ne sono visti soltanto 75, regalati dalle Poste per iniziativa di quel Massimo Sarmi dalle orecchie generose che adesso passeggia a Villa Borghese come un disoccupato insieme a Paoletto Scaroni e Fulvio Conti.

Per lui si era addirittura ipotizzato che diventasse presidente della nuova Alitalia e probabilmente ci ha creduto fino a quando non è spuntato il nome di Luchino di Montezemolo. La candidatura del 67enne presidente della Ferrari ha cominciato a circolare il 20 febbraio scorso (48 ore dopo il giuramento di Renzi al Quirinale) a causa di una cena che Luchino ha organizzato a casa sua tra il boyscout di Palazzo Chigi e il numero uno del Fondo Mubadala, azionista di Maranello e grande amico del "ragazzo dei Parioli".

Sei giorni dopo (26 febbraio) il povero Del Torchio durante un party dispendioso su una terrazza romana ha dichiarato: "Luca è benvenuto", e da quel momento il politico mancato si è calato nei panni del "facilitatore" per portare a conclusione la trattativa con i suoi amici arabi.

Adesso anche lui, come le hostess dell'Alitalia, teme di perdere l'aereo e di aggiungere ai guai enormi della Ferrari e dei treni di Ntv, un'occasione di grande visibilità internazionale.
Non resta che sperare nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso, che Etihad faccia soltanto un gioco al rialzo.

Negli ambienti di Palazzo Chigi c'è chi crede a questa versione e aggiunge che se il governo mettesse sul tavolo la cessione al fondo sovrano di Abu Dhabi una quota pesante di Eni, il gioco potrebbe continuare.

 

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