1- ORSI “COMMISSARIATO”, IL BASTONE DEL COMANDO PASSA NELLE MANI DI ALESSANDRO PANSA. MA NESSUNO CREDE CHE QUESTO SIA L’ASSETTO DEFINITIVO DEL GRUPPO 2- UN RIDIMENSIONAMENTO TALMENTE DRASTICO DA FAR PENSARE CHE IL PERCORSO PROFESSIONALE DEL 67ENNE ORSI SIA AVVIATO VERSO LA CONCLUSIONE. GLI RESTERANNO IL PERSONALE, L’AREA LEGALE E LE RELAZIONI ESTERNE, UN PACCHETTO DAVVERO MISERO 3- RUGGIERO E LUCIANI ESCONO DA TELECOM, MA C’È DA GIURARE CHE LA STORIA NON È FINITA 4- L’ICE, SU CUI PASSERA HA IMBARCATO L’AMICO DI FAMIGLIA RICCARDO MONTI, IN FIBRILLAZIONE 5- LA CORTE DEI CONTI BACCHETTA L’ISTITUTO DI TECNOLOGIA CREATO A GENOVA DA TREMONTI

1- ORSI "COMMISSARIATO", IL BASTONE DEL COMANDO PASSA QUINDI NELLE MANI DI ALESSANDRO PANSA NESSUNO CREDE COMUNQUE CHE QUESTO SIA L'ASSETTO DEFINITIVO DEL GRUPPO
È iniziata alle 10,30 l'Assemblea degli azionisti di Finmeccanica e nella stessa ora il traffico a Genova è impazzito per i cortei dei quasi 5mila dipendenti che lavorano nel capoluogo ligure.

Ed è proprio in questa città che hanno cominciato a circolare nel pomeriggio di ieri le notizie sul drastico ridimensionamento delle deleghe al comandante supremo Giuseppe Orsi, una scelta che sarà ratificata oggi nel corso dell'Assemblea a Roma Eventi nell'auditorium alle spalle di piazza di Spagna.

A parlarne è stato per primo il leader del Pd Pierluigi Bersani durante l'incontro con i lavoratori di Ansaldo ai quali ha detto senza mezzi termini che si devono salvaguardare gli asset industriali italiani e genovesi "perché certe strategie che adesso si annunciano devono essere prima di tutto confrontate nelle sedi giuste in modo da discutere in trasparenza quello che si vuole fare".

Per gli operai dell'Ansaldo queste parole hanno avuto il suono delle campane a morto per Orsi che nelle ultime settimane aveva trovato in Corradino Passera il principale difensore. Poi in serata il giornalista Pietro Romano, solitamente bene informato sulle vicende di piazza Monte Grappa, ha lanciato per primo sul sito del settimanale "Il Mondo" la notizia che al manager piacentino amico della Lega e protetto dall'Udc di Lorenzo Cesa, sarebbero state tolte le deleghe più importanti.

L'Assemblea di oggi dovrebbe ratificare questa operazione che porta nelle mani del direttore generale Alessandro Pansa le deleghe su strategie, finanza e controllo.

A Dagospia risulta che oltre a queste verrà sfilata anche l'altra delega importante che riguarda i rapporti commerciali, e questo si spiega con la preoccupazione del Tesoro di lasciare nelle mani di Orsi (sul quale si teme l'arrivo di fulmini giudiziari) la firma di contratti importanti con partner stranieri.

In pratica al pavone di piazza Monte Grappa sono state tolte le piume più colorate, un ridimensionamento talmente drastico da far pensare che il percorso professionale del 67enne manager sia avviato verso la conclusione. D'ora in avanti gli resteranno tra le mani la gestione del personale, l'area legale e le relazioni esterne, un pacchetto davvero misero che può far godere soltanto chi come Carlo Maria Fenu e il mite Marco Forlani ha tentato in tutti i modi di salvargli la pelle.

Il bastone del comando passa quindi nelle mani di Alessandro Pansa, il dirigente che dopo la laurea alla Bocconi ha fatto numerose esperienze in banca e nel 2001 è entrato in Finmeccanica per curare il settore finanza. Va detto che prima di questa nomina il 50enne Pansa si era interessato di finanza straordinaria per varie aziende e per il ministero del Tesoro dove ha conosciuto il pallido Vittorio Grilli, l'uomo che più lo ha aiutato in queste ore.

Agli occhi degli azionisti e dei giornalisti la soluzione di caricare le deleghe sul figlio del noto giornalista ha comunque il sapore di una soluzione provvisoria che può servire al Gruppo e al Tesoro per rimettere un po' di ordine nella strategia industriale che Orsi, insieme al suo mentore ultraottantenne Caporaletti, ha enunciato sollevando un'infinità di polemiche. Nessuno crede comunque che questo sia l'assetto definitivo del Gruppo e sono in molti a chiedersi se Pansa, uomo di numeri e firmatario dei bilanci dell'era Guarguaglini, avrà la testa così attrezzata da inventarsi una strategia industriale.

C'è chi ne dubita e pensa che la scelta operata dallo sponsor Vittorio Grilli sia dettata soprattutto dalla volontà di accelerare le dismissioni di alcuni asset importanti. In questo caso il bocconiano Pansa dovrà lavorare di fino cercando di portare a casa il massimo risultato senza scatenare la rivolta dei sindacati contrari alla logica dello spezzatino.

Adesso Orsi, al quale Monti aveva affidato la doppia delega di presidente e amministratore delegato, dovrà preoccuparsi soprattutto di allontanare le ombre. Per evitare imbarazzi sembra che dopo l'Assemblea degli azionisti non si terrà nell'Auditorium romano la tradizionale conferenza stampa dove qualche giornalista potrebbe porre domande maliziose sul polverone giudiziario.

Le nubi si sono alzate dopo il 23 aprile quando i magistrati napoletani hanno sequestrato a Lugano una montagna di carte, e un'altra montagna di carte pare che sia stata portata ieri alla Procura di Napoli dal team degli avvocati che lo difendono. Tra questi c'è anche Ennio Amodio, uno dei legali di Berlusconi che secondo un lancio dell'agenzia Reuters di ieri sera (poco prima delle 20) avrebbe consegnato i documenti in mano a Orsi sulle commesse in India e a Panama.


2- RUGGIERO E LUCIANI ESCONO DAL PERIMETRO DI TELECOM, MA C'È DA GIURARE CHE LA STORIA NON È FINITA

Gli uscieri di TelecomItalia che leggono il "Financial Times" e Dagospia con la stessa passione, non sono rimasti affatto sorpresi per la decisione di Franchino Bernabè di avviare un'azione di responsabilità nei confronti di Carlo Buora e Riccardo Ruggiero, i due manager ex-Telecom coinvolti nella vicenda delle sim false.

L'annuncio l'ha dato ieri Bernabè durante l'Assemblea di Telecom che si è svolta a Rozzano Milanese, ma la decisione era nell'aria da tempo ed è legata alle dimissioni del biondo Luca Luciani, il dimissionato capo di Tim Brasil. Prima che calasse la ghigliottina, Franchino si è fatto precedere da un'intervista al "Financial Times" nella quale annunciava l'impegno di Telecom a ridurre di 3 miliardi la montagna di debiti dell'azienda, e con un linguaggio quasi simile a quello di Matteuccio Arpe (intervistato nello stesso giorno dal quotidiano inglese) ha detto che "Telecom è la metafora dell'Italia e si impegnerà per consentire alla società di recuperare tutto il suo valore potenziale".

Per gli uscieri queste sono parole molto belle che servono anche a mettere da parte le voci su un dissidio sempre più forte tra Franchino e l'amministratore delegato Marco Patuano.

Resta l'amarezza per l'uscita di scena di Luca Luciani che, dopo le dimissioni per l'inchiesta avviata nei suoi confronti dalla Procura di Milano, lascia la spiaggia di Copacabana con una liquidazione di 4,4 milioni di euro. Franchino ha spiegato che il compenso "è allineato alla retribuzione del manager e con la prassi di mercato in Brasile per una società di quelle dimensioni".

Agli uscieri, impegnati ancora adesso a spiegare ai loro figli che la gaffe di Luciani su Napoleone vittorioso a Walterloo è stata un incidente di euforia, non è sfuggito il passaggio del discorso in cui Bernabè ha precisato che TelecomItalia "non ha assunto impegni di manleva o di indennizzo per eventuali azioni di responsabilità nei confronti di Luca Luciani".

In poche parole questo significa che se le indagini della magistratura dovessero portare a conclusioni pesanti, il povero manager padovano dovrà utilizzare i 4,4 milioni di euro per difendere la sua onorabilità.

Come Dagospia ha anticipato due settimane fa la storia delle sim false è iniziata il 20 giugno 2005 quando la Direzione Audit di Telecom rappresentata dal signor Focaroli ha avvisato Luciani, il presidente di Tim Buora, l'amministratore delegato Marco De Benedetti e il direttore operativo Castelli che 1.750.000 utenze erano prive di anagrafica. L'errore grave (come si legge nel documento segreto "Progetto Grenfield" del dicembre 2010) lo ha fatto Luciani quando ha ritenuto "di non dover dar seguito alla sospensione del traffico delle sim fasulle.

Se fosse stato meno "eccitato" dalla volontà di fare i numeri con le carte prepagate, avrebbe evitato i report degli anni successivi che sono stati scritti con un crescendo di allarmi sulle irregolarità delle carte prepagate. L'ultimo porta la data del 4 luglio 2008 ed è stato inviato a Galateri di Genola, Bernabè, Golinelli, Cappuccio e al responsabile delle risorse umane Migliardi.

Purtroppo Luciani il 13 maggio 2009 ha scelto di scaricare su Ruggiero le responsabilità più grandi accusandolo di aver imposto una politica commerciale "spinta" e protesa all'incremento progressivo delle quantità di vendita.

Adesso Ruggiero e Luciani escono dal perimetro di Telecom, ma c'è da giurare che la storia non è finita.


3- LA CORTE DEI CONTI BACCHETTA L'ISTITUTO DI TECNOLOGIA CREATO A GENOVA DA TREMONTI
Chi ha buona memoria ricorda l'impegno che Giulietto Tremonti nel 2003 profuse per la creazione del IIT, l'Istituto italiano di tecnologia creato a Genova con l'intento di farne un centro di eccellenza tecnologica.

In quell'operazione l'ex-tributarista di Sondrio di avvalse soprattutto del pallido Vittorio Grilli, l'allora direttore generale del Tesoro che adesso fa i salti mortali per rinnegare la politica dell'era Berlusconi.

Quando la Fondazione IIT prese corpo nel mondo politico e accademico si scatenarono polemiche furibonde per l'imponenza dei soldi stanziati e per le voci su presunte speculazioni relative ai terreni del nuovo complesso. A distanza di anni va detto che l'Istituto è riuscito a ritagliarsi un profilo internazionale di alto livello grazie soprattutto al lavoro del direttore scientifico Roberto Cingolani, uno scienziato milanese che ha lavorato in Germania accanto a un premio Nobel, poi in Giappone e negli Stati Uniti.

Adesso è arrivata all'improvviso la bacchettata sulle dita della Corte dei Conti che pochi giorni fa - come spiega il quotidiano "Italia Oggi" - ha messo in discussione la gestione finanziaria dell'Ente. Sembra infatti che i costi siano passati nell'arco di un anno da 45,3 milioni a 77 con un aumento di oltre il 70%. E tra le voci spulciate dai magistrati balzano agli occhi le spese per il personale (passato da 374 a 589 unità), gli eventi, i telefoni e le consulenze.

Per il pallido Vittorio Grilli questi rilievi relativi alla gestione del 2010 avranno sicuramente provocato una fitta al cuore. Il più colpito dai moniti della Corte dei Conti è sicuramente il direttore generale Simone Ungaro, un romano 41enne che dal 2002 al 2006 ha lavorato al Tesoro al fianco di Grilli e di Giulietto Tremonti.


4- I DIPENDENTI DELL'ICE SONO IN FIBRILLAZIONE

Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che i dipendenti dell'Ice sono in fibrillazione.

Dopo la nomina del nuovo presidente Riccardo Monti (sponsorizzato da Corradino Passera) non riescono a capire la misura dei tagli sul personale. In un'intervista concessa dal manager due domeniche fa hanno letto che i dipendenti dell'Istituto dove l'ex-ambasciatore Vattani ha imperversato senza lasciare rimpianti, passeranno da 633 a 300 unità.

Oggi invece leggono sul "Sole 24 Ore" che Corradino Passera pensa di irrobustire il ruolo dell'Ice con un decreto sulla riforma degli incentivi. La nuova Ice potrà così gestire la regia dei fondi europei per l'internazionalizzazione e potrà farlo con una dotazione di 450 unità. In questa incertezza si inseriscono le intenzioni del nuovo presidente napoletano Riccardo Monti di fare dell'Ice la cabina di regia per la promozione del commercio nel mondo.

Ai sopravvissuti dell'Ice la definizione "cabina di regia" suona male e velleitaria perché è stata usata molte volte con esiti quasi sempre nefasti".

 

 

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