1. SE È VERO CHE LA SVENDITA DI QUESTE ORE SU TELECOM, ALITALIA E FINMECCANICA E' LA DIMOSTRAZIONE PLASTICA DI UNA CLASSE POLITICA IMPOTENTE E SENZA COMPETENZE, È ALTRETTANTO VERO CHE LA VULNERABILITÀ DEL SISTEMA ITALIA, CHE FINO A VENTI ANNI FA ERA AL QUINTO POSTO NELLA CLASSIFICA DELLE NAZIONI PIÙ INDUSTRIALIZZATE, HA UNA CAUSA IMPORTANTE NEL FLOP DI UNA CLASSE IMPRENDITORIALE CHE SICURAMENTE NON HA SOLDI, MA ALTRETTANTO SICURAMENTE È PRIVA DI IDEE 2. A QUESTO PUNTO LA DOMANDA È D’OBBLIGO: QUALE RICCHEZZA E QUALE VALORE HANNO SAPUTO CREARE FRANCHINO BERNABÈ (TELECOM), ROBERTO COLANINNO (ALITALIA) E IL RAGIONIERE ALESSANDRO PANSA (FINMECCANICA)? LA RISPOSTA È CATEGORICA: NESSUNO 3. SI SONO SOLO PRESTATI E CONTINUANO A PRESTARSI AL GIOCO E AI GIOCHETTI DEI POTERI FORTI, DEI SALOTTI COME MEDIOBANCA DOVE OGGI SI FREGANO LE MANI PER AVER CEDUTO ALLO SPAGNOLO ALIERTA LA QUOTA DI TELCO CON UN UTILE DI 60 MILIONI

DAGOREPORT

Prima di salire sulla limousine che lo porterà oggi nel palazzo del "Council of Foreign Relations" dalle parti di Park Avenue, Enrichetto Letta avrà sicuramente letto la rassegna stampa della Presidenza del Consiglio dove campeggiano i titoli dedicati alla scalata degli spagnoli di Telefonica su Telecom.

Scopo della sua missione che è stata battezzata "Destinazione Italia" è richiamare l'attenzione degli investitori americani sulle opportunità offerte dal nostro Paese. È facile immaginare che il premier farà un discorso tranquillizzante sull'inerzia della burocrazia che frena gli investimenti e sulla corruzione che con la condanna del suo predecessore a Palazzo Chigi ha avuto un epilogo importante.

Nonostante questi handicap Enrichetto spalmerà nella sala fialette di fiducia sulle virtù del Belpaese e per dare più forza alle sue tesi potrebbe snocciolare l'elenco di tutti i gioielli italiani che negli ultimi anni sono finiti in mani straniere. Dovrebbe farlo con la freddezza glaciale di chi si limita a un elenco dei settori che nell'arco degli ultimi anni sono passati dalle mani di imprenditori italiani a soggetti di ogni parte del globo.

L'elenco è facile e attraversa come una lama l'intera economia. Per fare qualche esempio, Letta potrebbe dire che aziende come Parmalat, Bulgari, Valentino e Loro Piana sono già nelle mani dei francesi e dei fondi arabi, poi potrebbe ricordare che sul turismo e gli hotel di lusso si sono scatenati gli appetiti di russi, arabi e cinesi, mentre le motociclette Ducati sono finite nelle mani dei tedeschi e gli yacht del Gruppo Ferretti hanno preso la strada di Pechino.

Se la memoria lo assisterà il nostro presidente , che sa parlare l'inglese come Mario Monti, avrà gioco facile a evocare l'arrivo dei russi nella siderurgia di Lucchini e quel 70% straniero che ormai la fa da padrone dentro la chimica e la farmaceutica. Con un pizzico di ironia potrebbe avviare il suo speech verso la conclusione ricordando che perfino i thailandesi hanno messo i piedi dentro la Rinascente e hanno scucito 300 milioni per salvare dai guai l'Inter del giocherellone Moratti.

Forse Letta non avrà il coraggio di aggiungere che a Detroit c'è un manager dal pullover sgualcito di nome Marpionne che ormai considera la Fiat come l'appendice marginale di un impero automobilistico, ma qualche parola dovrà spenderla sulle tre grandi aziende che in questo momento stanno barcollando di fronte all'arrivo imminente di altri "predatori" (pardon, investitori).

Il discorso va in direzione di TelecomItalia, Alitalia e Finmeccanica, tre medaglie che fanno gola in questa stagione di saldi dove per una manciata di dollari e di euro si possono portare a Madrid, Parigi e in Corea quelle che un tempo erano considerate le roccaforti del nostro sistema industriale.

Questo scenario rende problematico l'appello di Letta agli uomini che dopo il crollo di Lehman Brothers non sanno più dove mettere i soldi. A sua difesa Enrichetto potrebbe dire di aver ereditato una situazione di instabilità politica nella quale una classe dirigente e impotente ha lasciato marcire i problemi surrogando la volontà dei politici con la sapienza dei tecnici.

Non sarà così perché Enrichetto è un uomo di stile che non può scendere nella pancia della memoria per ricordare che un genio della Bocconi come Mario Monti se ne è fottuto altamente di Telecom, Alitalia e Finmeccanica. E nemmeno avrà il cattivo gusto di deliziare i suoi interlocutori di Wall Street con l'episodio di Corradino Passera che di fronte ai minatori del Sulcis scappava in elicottero mentre il pallido Vittorio Grilli si "suicidava" per cause famigliari dicendo agli italiani che la ripresa sarebbe arrivata nel primo trimestre di quest'anno.

Allo stesso modo spegnerà sul nascere qualsiasi critica a Fabrizio Saccomanni, quel tecnico prestato alla politica che in Banca d'Italia era famoso soprattutto per far sganasciare gli uscieri e le segretarie con i versetti di Gioacchino Belli.

C'è però un punto sul quale l'onestà indiscussa del 47enne politico allevato all'università di Pisa, potrebbe ribaltare il dramma di un paese che è diventato colonia. Se è vero infatti che gli ultimi episodi di queste ore su Telecom, Alitalia e Finmeccanica sono la dimostrazione plastica di una classe politica impotente e senza competenze, è altrettanto vero che la vulnerabilità del sistema Italia ha una causa importante nel flop di una classe imprenditoriale che sicuramente non ha soldi, ma altrettanto sicuramente è priva di idee. E qui bisognerebbe mandare a quel paese quei bocconiani come Fabrizio Onida che di fronte allo shopping degli stranieri dicono con insipienza: "è la globalizzazione, bellezza! e stavolta davvero possiamo vantare una competitività italica".

Verrebbe da dire "grazie al cazzo, caro professore", perché la competitività di imprenditori senza soldi e senza idee ha ormai distrutto quasi per intero la forza di un Paese che fino a venti anni fa era al quinto posto nella classifica delle nazioni più industrializzate. A questo esimio economista e a quei quattro straccioni dei suoi colleghi che impauriti dal voto tedesco pensano di uscire dall'euro, bisognerebbe ricordare che le operazioni in atto su Telecom, Alitalia e Finmeccanica somigliano maledettamente a quelle dei capitani di ventura del ‘500 che ingaggiavano truppe per servire i fabbisogni dei principi e dei potenti senza mai perdere di vista i loro interessi.

Non a caso le prime citazioni del termine "imprenditore" nascono intorno a quell'epoca; poi la figura assume un profilo moderno e trova nei libri di studiosi come Schumpeter una definizione più limpida.

L'imprenditore diventa per definizione colui che detiene fattori produttivi e contribuisce a creare nuova ricchezza e nuovo valore sotto forma di beni e servizi utili alla collettività e alla società. A questo punto la domanda è d'obbligo: quale ricchezza e quale valore hanno saputo creare Franchino Bernabè, Roberto Colaninno e il super-ragioniere Alessandro Pansa? La risposta è categorica: nessuno.

Su di loro pesano come macigni l'incapacità di costruire un futuro e di salvare la forza delle loro aziende. Si sono prestati e continuano a prestarsi al gioco e ai giochetti dei poteri forti, dei salotti come Mediobanca dove oggi si fregano le mani per aver ceduto allo spagnolo Alierta la quota di Telco con un utile di 60 milioni.

E ancora: pagando parcelle mostruose a famelici consulenti hanno messo in piedi un carnevale dove i coriandoli sono caduti dentro piani industriali sbandierati per tenere a bada il parco buoi dei piccoli azionisti, dei dipendenti, e della stampa compiacente. Per nascondere la miscela di impotenza e incompetenza alcuni di loro continuano a sbandierare l'alibi della politica impotente e incompetente: un alibi che sicuramente ha pesato sulla volontà e sulle scelte, ma questo non basta a chiedersi come abbiano potuto restare incollati col mastice per tanti anni alle loro ricche poltrone. Non c'e' bisogno dei Savonarola dell'economia per dire che in qualsiasi azienda del mondo sarebbero stati cacciati a furor di popolo.

Invece sono ancora li' per cercare predatori (addirittura schiacciati da montagne di debiti), investitori di ogni colore, e capitali sui mercati che ormai considerano l'Italia il discount della finanza. E quando non li trovano eccoli invocare l'intervento di quella Cassa Depositi e Prestiti che il patetico presidente Bassanini non vuole trasformare nell'Iri del ventunesimo secolo.

Sulla base di questo ragionamento i discorsi che oggi Enrichetto Letta farà ai tycoon e ai gestori di New York per "destinare" i loro investimenti in Italia, assumono un tono problematico. Per lui sarebbe molto più facile usare il linguaggio plebeo dei mercati ortofrutticoli dove si urla: "venghino, signori, venghino": il richiamo per un popolo che ha le pezze al culo e cerca di mettere insieme il pranzo con la cena.

 

Enrico Letta a colloquio con obama article LETTA, ALFANO, SACCOMANNIsaccomanni, alfano e lettaLogo "Telecom"ALITALIAfinmeccanicaFRANCO BERNABEANDREA RAGNETTI E ROBERTO COLANINNOALESSANDRO PANSAVALENTINA VEZZALI E MARIO MONTICorrado Passera Vittorio Umberto Grilli e Alessandra Ferruccio Fabrizio Onidabassanini - amato

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