italia euro

UN BILANCIO DOPO I PRIMI 20 ANNI DELL’EURO? CI HA SDERENATO - NELLA CLASSIFICA STILATA DA "BLOOMBERG", IL NOSTRO PAESE E’ FRA I PIÙ DANNEGGIATI NEL PASSAGGIO ALLA MONETA UNICA, ASSIEME ALLA FRANCIA - A CHI E’ CONVENUTO DI PIU’? ALLA GERMANIA - GLI ANALISTI DI BLOOMBERG: “VENT'ANNI DI ADESIONE ALL'EURO NON HANNO PORTATO NULLA ALL'ITALIA. LEGANDO LA SUA ECONOMIA AD ALTA INFLAZIONE ALL'EXPORT TEDESCO SENZA ADOTTARE MISURE PER AIUTARE LE IMPRESE A COMPETERE, L'ITALIA HA PERSO UNA GUERRA DI LOGORAMENTO”

1- L'EURO FA 20 ANNI: L' ITALIA CI HA PERSO

Gabriele Carrer per “la Verità”

 

TERMINALI BLOOMBERG jpeg

Domani l' euro compie 20 anni. Era, infatti, il 1 gennaio del 1999 quando il Consiglio dei ministri europei ne comunicò la nascita. A distanza di due decenni da allora e di oltre cinque anni dalla crisi greca (la fase più complicata per l' euro), Bloomberg Economics ha pensato di tirare le somme sul ventennio di moneta unica. La quale, passata dagli iniziali 11 Paesi aderenti agli attuali 19 sui 28 dell'Unione europea, ha visto crescere l' economia dell' eurozona del 72%.

 

Ciò ha permesso all' economia dell' area, sostiene l'agenzia, di diventare (mondialmente) seconda soltanto agli Stati Uniti e di crescere come potenza globale. Tuttavia si tratta di una crescita disomogenea, che vede vincitori e vinti. Tra i primi Austria, Belgio, Finlandia, come prevedibile Germania, Slovacchia e Slovenia. Tra i secondi, Cipro, Francia, Italia, Malta e Spagna. Ben Sills, editor di Bloomberg, commenta così la situazione del nostro Paese.

 

EURO CRAC

«Vent' anni di adesione all' euro non hanno portato nulla all' Italia. Legando la sua economia ad alta inflazione all' export tedesco senza adottare misure per aiutare le imprese a competere, l' Italia ha perso una guerra di logoramento».

 

Attraverso dieci test, Bloomberg Economics ha cercato di capire quali Paesi abbiano più beneficiato della maggiore integrazione economica, quali si siano sforzati di rimanere competitivi e di proteggere le loro economie in tempi di crisi del debito sovrano. Dei 16 Paesi testati (le tre nazioni baltiche hanno aderito soltanto nel 2011 e una rilevazione sarebbe avventata), sei hanno preso «A», cinque «B» e altri cinque «C».

 

Italia Crac

Tre gli ultimi della classe ci sono, come detto, Francia, Spagna e Italia, ovverosia tre delle cinque economie più grandi dell'eurozona. Competitività, produttività, politiche fiscali e costo del lavoro sono i punti deboli del nostro Paese, secondo l'agenzia. Se in un primo momento queste economie hanno goduto di maggiore credibilità che ha permesso un allentamento delle condizioni, poi la mancanza di riforme strutturali ha complicato il loro percorso, sostiene l' economista Maeva Cousin. In piena crisi greca, nel 2012, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi definì l' euro un «calabrone», che riusciva a volare senza che si sapesse bene come, come recita un celebre detto anglosassone.

 

«Per molti anni l' euro, questo bombo, ha volato bene senza che si sapesse come. Ma ora», aveva dichiarato Draghi, «è venuto il momento di evoleversi e l' euro deve diventare una vera ape». A quell' intervento rispose l' economista Paul Krugman, sostenendo che quella metafora fosse «imperfetta», ma «il messaggio è chiaro». Nel lungo periodo, aggiungeva il premio Nobel, «l' euro potrà funzionare solo se l' Ue assumerà le caratteristiche di un Paese unificato».

mario draghi

 

Oggi, a distanza di 20 anni dalla nascita dell' euro e di più di cinque dalla crisi greca e da quel confronto tra Draghi e Krugman sul «calabrone», con un' Ue che appare disgregarsi sempre più, quel tentativo di unificazione non si è dimostrato altro che un ulteriore fattore di frammentazione.

 

2 - COSÌ L’EURO HA MESSO IN GINOCCHIO L’ITALIA

Michele Zaccardi per “Libero quotidiano”

 

paul-krugman

A gennaio l' euro compirà vent' anni. Tempo di festeggiamenti, per qualcuno, e tempo di bilanci. Poche settimane fa , il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, parlando all' università Sant' Anna di Pisa, ha rivendicato i successi dell' euro. E non poteva fare altrimenti, del resto. Mai chiedere all' oste se il vino è buono.

Allora, per cercare di capire come è andata negli ultimi vent' anni, da una prospettiva italiana, abbiamo deciso di approfondire il tema basandoci sui dati prodotti dalle principali istituzioni internazionali, raccolti e organizzati dall' imprenditore Giovanni Piero Rotundo.

 

Dal confronto tra i diciassette anni precedenti all' euro e i dicassette successivi, l' Italia ne esce martoriata. Un' Italia che proprio per le sue caratteristiche di Paese manifatturiero e votato all' export, soffre più degli altri di un cambio troppo forte. Mentre tra l' 85 e il 2001 il prodotto interno lordo italiano è cresciuto di 482 miliardi di euro (+44%), tra il 2002 e il 2017 di soli 31, uno scarno + 2% in quasi vent' anni. E l' export è testimone di quanto l' euro danneggi la nostra economia. Sempre tra l' 85 e il 2001, le esportazioni, intermini reali, sono aumentate del 136,3%. Dopo l' adozione della moneta unica, del 40,9%, meno di un terzo.

Trattato di Maastricht

 

L' euro fu introdotto nei mercati finanziari nel gennaio 1999, mentre entrò nei portafogli degli europei solo tre anni dopo, nel 2002. La neonata eurozona a quella data contava dodici Paesi aderenti per poi allargarsi negli anni successivi inglobando altri sette Stati. Con il Trattato di Maastrcht, firmato dai governi il 7 febbraio 1992, si disegnò l' architettura istituzionale dell' euro. Le due regole cardine, il limite del 3% al deficit e il tetto del 60% del debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo, furono messe nero su bianco.

 

euro crisi grecia

Nelle intenzioni dei padri nobili dell' Europa, l' euro doveva servire a rendere irreversibile il processo di integrazione europea, un treno inarrestabile diretto verso le "magnifiche sorti e progressive" di un luminoso futuro di pace e prosperità. Non è andata così. I Paesi ricchi sono sempre più ricchi, quelli poveri sempre più poveri. Per l' Italia il bilancio dei primi vent' anni di euro è drammatico. Il pil pro capite è allo stesso livello del '99, la disoccupazione gravita da sei anni attorno all'11%, la produzione industriale è ancora inferiore del 22% rispetto al picco del 2007.

 

Gli altri Paesi del sud non stanno meglio. In Spagna i disoccupati sono il 17,2% , 4 milioni di persone, più del doppio del 2007. La Grecia ha perso 500mila abitanti tra il 2008 e il 2016, emigrati all' estero, mentre la disoccupazione, al 7,8% nel 2007, ora è al 21,5%. La percentuale di greci in povertà assoluta è passata dal 2,2% del 2009 al 15% del 2015. Un terzo della popolazione, 3,7 milioni di persone, è a rischio indigenza.

crisi euro su murale

 

Persino la Francia ne è uscita con le ossa rotte: i senza lavoro sono aumentati dal 7,4% del 2007 al 9,4% dell' anno scorso. Difficile pensare che i fautori della moneta unica ignorassero gli altissimi costi sociali cui si sarebbe andati incontro prima di coronare il sogno degli Stati Uniti d' Europa. Svariati premi Nobel, soprattutto americani, cercarono di dissuadere le cancellerie europee dall' adottare una moneta unica: non c' erano i presupposti per procedere in quella direzione.

 

Troppo grosse le barriere culturali tra i popoli europei, troppo grandi i divari di produttività, troppo diverse le leggi nazionali sul mercato del lavoro. Si decise di andare avanti lo stesso, costruendo la casa a partire dal tetto dimenticandosi delle fondamenta. E forse, rileggendo le dichiarazioni dei protagonisti politici che ci hanno portato nell' euro, ci si rende conto che essi sapevano benissimo cosa sarebbe successo.

 

mario monti

«Non dobbiamo sorprenderci» ha detto l' ex presidente del Consiglio ed ex Commissario europeo, Mario Monti «che l' Europa abbia bisogno di gravi crisi per fare passi avanti», passi che «sono per definizione cessioni di parte delle sovranità nazionali a un livello comunitario».

 

Tuttavia, i politici e i cittadini «possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico-psicologico del non farle è superiore al costo di farle perché c' è una crisi in atto». Dunque avanti fino alla morte, come recita il titolo di un libro dell' ex premier Enrico Letta, Euro sì. Morire per Maastricht. Più prosaico Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio, secondo il quale «quando si mette in comune la moneta si fa un laboratorio». Resta da capire chi siano le cavie, anche se qualche sospetto ce lo abbiamo.

 

GIULIANO AMATO

Quanto alle lacune della costruzione europea non può esserci sintesi migliore di quella di Giuliano Amato, giudice della Consulta e primo ministro nel '92-'93, che scomoda il Faust, l' alchimista dell' omonimo poema di Goethe che vende l' anima al diavolo: «Noi abbiamo avuto la faustiana pretesa di gestire una moneta senza metterla sotto l' ombrello di quei mezzi che sono propri di uno Stato». Non solo, ma «abbiamo addirittura stabilito dei vincoli che impedissero di aiutare chi era in difficoltà». Insomma «abbiamo fatto una moneta senza Stato». Per questo «era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi».

 

Amato evidenzia così un problema fondamentale dell' architettura dell' eurozona, e cioè il fatto di avere una banca centrale, la Bce, che non garantisce il debito pubblico dei singoli Paesi. Ciò significa che i singoli Paesi si indebitano in una valuta che non controllano, che non possono stampare, una valuta straniera, zattere in preda ai marosi dei mercati.

DEBITO PUBBLICO

la crisi Per capire quanto la gestione della crisi, da parte dei governi italiani e delle istituzioni europee, sia stata disastrosa, basta un dato: il reddito degli italiani tornerà al livello del 2007 soltanto nel 2022.

 

Quindici anni persi. Una distruzione di ricchezza senza pari nella storia italiana, superiore addirittura alla seconda Seconda Guerra mondiale quando ci vollero dieci anni perché il pil pro capite superasse il livello del '39. Tutto questo, però, riguarda solo i paesi più fragili, non certo la Germania, l' altra metà di questa storia ventennale, l' unico grande Paese europeo ad averci guadagnato con l' euro, spesso a scapito dei suoi partner. Basti pensare ai 3mila miliardi di euro che ha accumulato dal 2002 esportando più di quanto importava.

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