FERRARI MODELLO MARPIONNE – DOPO LA CACCIATA DI DOMENICALI, TOCCA A MONTEZUMA? – L’ORDINE DELL’AD FIAT: ‘NON POSSIAMO STARE A 2 SECONDI DALLA MERCEDES, SUI MOTORI IL CAVALLINO DEVE ESSERE IMBATTIBILE’ - CON MATTIACCI LA ROSSA CERCA UN NUOVO TODT

1 - FERRARI, IL GRANDE BUIO FAZIONI E GUERRE DI POTERE DOMENICALI SI ARRENDE
Marco Mensurati per "la Repubblica"

La nave , ormai, non rispondeva più ai comandi. Gli ufficiali non obbedivano agli ordini, e i marinai bivaccavano in coperta, in attesa della prossima tempesta. E così il comandante, esausto, si è dimesso. Non c'era altro da fare.

Ha un bel dire, oggi, Stefano Domenicali, che l'ha fatto solo per proteggere i suoi uomini, che se ne è andato dalla Ferrari - dalla sua Ferrari - per permettere «alle donne e agli uomini di Maranello» di lavorare con serenità. La verità è un'altra. E lui lo sa.

Andandosene, si è alleggerito l'anima di un gigantesco peso, ha smesso di assumersi responsabilità non (solo) sue e, soprattutto, ha tolto ogni alibi a quanti, in questi anni, dentro la Gestione Sportiva, hanno giocato non sempre in maniera pulita su mille tavoli, ammiccando ora al presidente, ora al pilota, ora al padrone, ora al pubblico, e mai alla squadra. Ingegneri, piloti, manager, meccanici. Il nobile gesto di Domenicali, con tanto di assunzione di responsabilità - l'ultimo sportivo italiano di rilievo noto per essersi dimesso è Dino Zoff dopo gli Europei del 2000 - ha il pregio di mettere ora tutti di fronte alla realtà per il resto della stagione. Una stagione che, a giudicare dalle premesse, sarà lunghissima e molto dolorosa.

Ed è proprio da qui, dalle singole responsabilità di ciascuno, che Marco Mattiacci dovrà ripartire. Il primo passo sarà fare chiarezza sul nodo di potere e burocrazia che sembra soffocare, in questo momento, la Rossa: quello che sull'asse Maranello- Torino strozza ogni iniziativa. Chi comanda davvero in Ferrari? È questa la prima domanda da porsi, oggi. E magari proprio prendendo spunto dall'epilogo inglorioso della vicenda professionale di Domenicali, uomo scelto, voluto, protetto e aiutato da Montezemolo.

La prima volta che Sergio Marchionne, ad Fiat, chiese la sua testa fu lo scorso anno, dopo la figuraccia rimediata al Gp di Austin, in America (mercato decisivo per il Cavallino, presidiato proprio da Mattiacci). Montezemolo resistette. Cosa che non è riuscito a fare ora: «Potevamo accettare che a batterci fosse la Red Bull con i suoi alettoni » spiegano dall'azienda, «ma non possiamo sopportare di stare a due secondi dalla Mercedes,
un competitor, per colpa del motore. La Ferrari sui motori deve essere imbattibile». Ecco. C'era l'impossibilità di replicare a questa affermazione nella fuga poco bonipertiana di
Montezemolo, domenica scorsa dal circuito del Baherein. E c'era anche, allegato, l'avviso di sfratto per Domenicali.

Stabilire una gerarchia, solida e definitiva, sarà dunque la vera priorità. Dando per scontato che il 2014 è ormai andato e che il vero obbiettivo è provare ad essere competitivi per il 2015, Mattiacci dovrà poi dedicarsi a ricostruire da capo il team. Che oggi è ridotto a mesto scenario di macerie fumanti, attraversato da una perenne e insensata guerra per bande, con gli "alonsiani", guardati male da tutti, che fanno la voce grossa.

Tanto che a febbraio per arginarne lo strapotere venne promosso ad hoc uno dei migliori manager della scuderia. Una sorta di marcatura a uomo su Fernando e i "suoi". I quali da allora hanno un unico scopo: arrivare prima di Raikkonen. Alla faccia della collaborazione.
La verità è che cambiato Domenicali con Mattiacci il panorama a Maranello resta lo stesso.

I tecnici sono sempre loro, Tombazis (la matita), Marmorini (il motorista), Fry (addetto al telaio), Allison (direttore tecnico), un poker di uomini stanchi e appesantiti dai rancori e dalle insicurezze delle troppe sconfitte rimediate negli anni. «Stefano è troppo buono e non incute loro il giusto timore », si è sempre detto, così assumendo implicitamente però che si trattasse di quattro bambinoni chiusi ciascuno nella propria porzione di fabbrica, e non di quattro ingegneri super pagati.

Ora l'uomo «troppo buono» si è fatto da parte, dall'America è arrivato quello cattivo, mister centoventi per cento, «il manico» che sa far rigare dritta la gente. Staremo a vedere. Certo però oggi la memoria non può non tornare a quel ventoso giorno di maggio del 2011. Quando a Montecarlo, Domenicali fu costretto da Montezemolo a licenziare l'ingegnereamico Aldo Costa. «Fa da tappo alla creatività di Tombazis», dissero. Oggi alla Mercedes, ricordando quel giorno, ridono.

2 - DALLA CINA AGLI USA, IL MANAGER CHE PRETENDE IL "120 PER CENTO"
Stefano Zaino per "La Repubblica"

A non funzionare era il metodo. Il metodo Domenicali che ora Marco Mattiacci, 43 anni, romano, da ieri nuovo capo della gestione sportiva Ferrari, dovrà radicalmente cambiare. Dicono che i modi sempre garbati di Domenicali, volto pulito, atteggiamenti da amico della porta accanto, amante della mediazione, non fossero garanzia di successo, di rimonta miracolosa, tale è il presente della Rossa di fronte al missile Mercedes.

Serviva un radicale cambio di rotta che dovrà essere portato da questo nuovo uomo Ferrari, da 13 anni a Maranello, manager in carriera, già protagonista in prodotto e marketing sul mercato asiatico, Giappone e poi Cina, dal 2010 ad dell'area Nord America, la zona di vendita più importante dell'azienda.

Un dirigente senza esperienza in Formula 1, seguita da tifoso, da pilota per diletto, comparsate in pista senza passato professionistico, da membro influente della causa in rosso, ma abile allenatore di risorse, autoritario quando serve, determinato nelle scelte, molto più simile, nell'approccio, a quel Todt, oggi presidente Fia, che resta un modello di riferimento, non fosse altro per i tanti successi raccolti con le insegne di Maranello.

Di sicuro Mattiacci non è un traghettatore. Non potrebbe esserlo un dirigente giovane su cui la Ferrari già molto ha investito e molto intende investire ancora. Si discute dell'organizzazione, con una sola testa sinora caduta, ma presto il tiro potrebbe essere allargato agli uomini, con tutti i vertici in discussione, a cominciare da Fry, strappato alla McLaren e per ora portatore di poco o nulla, per continuare con Allison, proveniente dalla Lotus e sinora invischiato nel marasma generale, o Marmorini, padre di un "power unit" che dà tanta affidabilità, ma poca prestazione.

Mattiacci non è esperto di strategie, ma sa come si governa ed è in grado di giudicare, programmare, magari con nuova rivoluzione, un futuro diverso, da prima fila e non da centro gruppo.

Un compito non facile, per uno amico degli Elkann (qualche vacanza assieme) e stimato da Marchionne, l'ad della Fiat, che si dice abbia dato pieno appoggio all'allontanamento di Domenicali, convinto che carta bianca faccia rima anche con porte chiuse (se serve), in una gestione lontana da quella piena di aperture di credito (spesso mal riposte) dell'ex team principal.

Mattiacci ha accettato con entusiasmo, trasferirà la sua corte (moglie canadese e 3 figli, bambina di 4 anni e due gemelli, maschio e femmina, di tre) a Maranello, conscio che Alonso e Raikkonen non saranno i clienti Ferrari gestiti nel Challenge Nord America o quelli assistiti nelle corse Endurance, ma che il suo motto "Execution, Execution, Execution" (Agire, Agire, Agire) o la sua parola d'ordine «estrarre il 120 per 100 dagli uomini del team» sapranno esaltarli. Senza farlo pentire di aver sottratto, per la nuova missione, ogni secondo a nuoto, tennis e libri di saggistica, i grandi hobby.

 

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