LA GUERRA DEL VECCHIO - ANDREA GUERRA MESSO ALLA PORTA PERCHÉ FACEVA IL PADRONCINO E DEL VECCHIO NON GLIEL’HA PERDONATO – SE NE VA CON UNA BUONUSCITA DI 45 MILIONI, CHE IN ITALIA È SECONDA SOLO AI 68 MILIONI CHE ROMITI PRESE LASCIANDO FIAT

Dagonews

 

Andrea Guerra Andrea Guerra

Ne hanno scritte di ogni, a cominciare dal fatto che Leonardo Del Vecchio non avrebbe condiviso le ultime strategie di Andrea Guerra sugli occhiali sempre più hi-tech (Google glass e dintorni). Poi ci ha pensato direttamente il patron della Luxottica, in un’intervista al Corriere, a spiegare che lui voleva solo affiancargli un altro amministratore delegato, ma Guerra non ha voluto. Vero, ma non era la prima puntata. Manca il movente di quella scelta.

 

Ebbene il movente è un classico delle aziende gestita da un bravo manager: Guerra faceva il padroncino. Non è che fosse in disaccordo con Del Vecchio sulle strategie. Semplicemente, a volte manco gliele comunicava. E a un certo punto Del Vecchio si è stufato e gli ha ricordato che il padrone della ditta è sempre lui.

 

 

“Guerra, un addio d'oro ma Romiti resta al top”

Laura Verlicchi per “Il Giornale”

 

del vecchio del vecchio

Per Andrea Guerra un addio in pace, e ci tiene a farlo sapere: «Con Leonardo Del Vecchio ci siamo sempre capiti», scrive l'ex amministratore delegato ai dipendenti di Luxottica (ieri in Borsa -0,8%), di cui ha retto il timone per dieci anni. Nessun rancore tra lui e il patron del colosso di Agordo, dunque: come prova la maxi liquidazione (45 milioni) che fa balzare Guerra direttamente al secondo posto della speciale classifica «buonuscite d'oro» dei manager italiani. In termini assoluti, il primo posto infatti resta, dal 1998, appannaggio di Cesare Romiti: i 105 miliardi di lire (66 milioni di euro) che incassò lasciando, da presidente, la Fiat che aveva guidato per 24 anni sono un record finora imbattuto.

PERSOLPERSOL


In tempi più recenti, sono stati soprattutto i banchieri ad aggiudicarsi le buonuscite più cospicue: nella «hit parade» spicca Alessandro Profumo, attuale presidente di Mps, che ha lasciato il timone di Unicredit nel 2010 con un assegno di 40 milioni (ma ne ha devoluti due in beneficenza). Mentre pochi anni prima, nel 2007, l'addio a Capitalia dell'allora giovane ad, Matteo Arpe, ha avuto come contropartita oltre 30 milioni, tra liquidazione e stock option.

 

Ray BanRay Ban

Per ritrovare un manager dell'industria - è anche questo un segno dei tempi - dobbiamo risalire al 2001: ovvero all'attuale (ancora per qualche mese) presidente di Alitalia, Roberto Colaninno, allora alla guida di Olivetti-Telecom, da cui si congedò con un assegno di 25,8 milioni. Del resto, il suo non è stato l'unico «addio dorato» nel gruppo di tlc: la tradizione è proseguita anche quando la società è passata sotto il controllo del gruppo Pirelli. Nel 2007 Telecom ha accordato infatti buonuscite importanti a due manager di primo piano, Riccardo Ruggiero (17,2 milioni) e Carlo Buora (12 milioni).

Cesare Romiti e Nicola Mancino Cesare Romiti e Nicola Mancino


Le superliquidazioni, comunque, non sono un'esclusiva italiana. A cominciare dagli Stati Uniti, dove i frequenti cambi al vertice si traducono in un tourbillon di biglietti verdi. Non sempre in rapporto con l'andamento dell'azienda: Carly Fiorina, discussa ceo di Hewlett Packard, ha intascato al momento di andarsene 21,4 milioni di dollari e vari benefit (compreso il pc aziendale), e poco meno - 17,5 milioni - è andato al successore di Bill Gates al timone di Microsoft, Steve Ballmer, dopo 12 anni di successi ma anche di brucianti flop, come Windows Vista.

alessandro profumoalessandro profumo

 

Ma non c'è solo la Silicon Valley: Rick Wagoner, il manager simbolo della crisi di Detroit, costretto da Obama a lasciare il timone di General Motors in bancarotta, ha comunque incassato una liquidazione di 20 milioni di dollari.

 

Mentre dall'altra parte dell'Oceano, 50 milioni di euro hanno accompagnato le dimissioni del ceo di Porsche, Wendelin Wiedeking, ritiratosi nel 2009 dopo aver tentato invano la scalata a Volkswagen, che invece ha inghiottito la rivale. Briciole, comunque, in confronto ai 300 milioni di dollari che hanno premiato - qui sì - il meritato congedo di Alan Mulally, il ceo che ha salvato Ford.

 

MATTEO ARPE MATTEO ARPE

 

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