INTESA ESCE DA GENERALI: TREGUA CON MEDIOBANCA IN VISTA DI UN NUOVO SCONTRO? LA BANCA DI BAZOLI STA METTENDO IL PIEDINO NEL FONDO PALLADIO, NEMICO DI NAGEL

1. TREGUA TRA INTESA E MEDIOBANCA? NON SE LA BANCA DI BAZOLI METTE IL PIEDINO NEL FONDO PALLADIO
DAGONOTA

Uscendo da Generali Assicurazioni, il mondo IntesaSanpaolo perde lo storico presidio sul Leone di Trieste, nato per controbilanciare lo strapotere di Mediobanca. Una scena, quella dei salotti buoni, che si sta disintegrando, patto dopo patto, uscita dopo uscita. Magari potrebbe essere solo una pax armata in attesa di uno nuovo scontro con Piazzetta Cuccia. Infatti, la banca di Bazoli e Messina sta mettendo il piedino nel fondo vicentino Palladio di Meneguzzo e Drago, nemici di Nagel dopo la battaglia di Unipol-Fonsai.


2. INTESA SANPAOLO DICE ADDIO ALLE GENERALI
Laura Galvagni per "Il Sole 24 Ore"

Lo scorso agosto Intesa Sanpaolo l'aveva fatto intendere: il legame con le Generali poteva essere sciolto. Ieri, ed è il primo atto del nuovo amministratore delegato, Carlo Messina, la banca ha dato seguito a quella che è certamente una decisione storica per gli equilibri interni al sistema finanziario italiano. Ca' de Sass, con il supporto di Banca Imi e Ubs, ha infatti collocato l'1,3% del Leone, ha messo cioè sul mercato tutte le azioni detenute nella compagnia assicurativa, dopo che in precedenza aveva già valorizzato uno 0,4%, chiudendo così un rapporto "azionario" che durava da tempo ma che soprattutto, per il mercato, poteva fare da contraltare a Mediobanca (13,4%) sulla scena di Trieste.

Che questa fosse la direzione che l'istituto intendeva imboccare, come detto, lo si è capito in occasione della presentazione dei dati semestrali quando la banca ha annunciato di aver svalutato la partecipazione nelle Generali di 58 milioni portandola al prezzo di mercato del 30 giugno (13,42 euro) e mettendola tra le quote disponibili per la vendita. A pochi mesi di distanza, complice il fatto che il titolo della compagnia viaggia attorno ai 17 euro (ieri ha chiuso in progresso dello 0,77% a 16,94 euro), la banca ha deciso di accelerare passando dalle parole ai fatti: ha venduto 21 milioni di azioni a 16,6 euro l'una incassando 347,8 milioni con un contributo positivo in termini di utile netto di 63 milioni.

Denari evidentemente ben accetti (82 milioni di benefici sull'ultile del quarto trimestre se si considera anche la precedente operazione) ma che, al di là dei risvolti prettamente finanziari, incorporano un valore simbolico non certamente trascurabile, quello di chiudere ogni vincolo con Trieste. Tanto più considerato che le Generali stesse, oggi azioniste di Intesa Sanpaolo con il 2,6% del capitale, hanno inserito l'intera partecipazione negli asset pronti per la vendita non appena si presenterà l'occasione.

Tutto un altro film, dunque, rispetto a quello che Antoine Bernheim, allora presidente delle Generali, andava raccontando nel 2007 quando, a pochi mesi dalla fusione tra Intesa e il Sanpaolo Imi e mentre si celebrava il matrimonio tra UniCredit e Capitalia, arrivò addirittura a ipotizzare un'ascesa di Trieste oltre il 5% in Ca' de Sass con l'obiettivo di «supportare l'espansione all'estero» dell'istituto.

Quel film e soprattutto quegli intrecci oggi non esistono più. Esiste, invece, la possibilità che le Generali possano lentamente diventare una sorta di public company, con un azionista forte di riferimento, Mediobanca, seppure in posizione ridimensionata, e un blocco di soci indipendenti in "affiancamento".

E potrebbe non essere casuale la recente nomina di Clemente Rebecchini, responsabile degli investimenti di Piazzetta Cuccia, alla vice presidenza. È plausibile immaginare, infatti, che al di là di chi ha già apertamente annunciato la volontà di uscire dal capitale del Leone, ossia Mediobanca che cederà un 3% da qui a fine 2015 e la Cassa Depositi e Prestiti che, sempre entro il 2015 valorizzerà il proprio 4,48%, altri azionisti potrebbero vendere le azioni.

Palladio Finanziaria, per esempio, presente sia direttamente che indirettamente, ha già detto di non ritenere più strategica la quota e di voler passare alla cassa non appena si presenterà l'occasione. Palladio, di cui Intesa diventerà presto azionista con un 5%, potrebbe cedere già subito l'1,2% detenuto in portafoglio tramite Ferak mentre per la quota detenuta in condominio con la Fondazione Crt, tramite Effeti (poco più di un 2% complessivo), c'è da aspettare che le azioni recuperino ancora leggermente terreno, ma è questione di briciole.

Sullo sfondo resta poi l'1,5% detenuto da Fondazione Cariplo, finora attribuibile al blocco Intesa assieme a quello 0,7% delle Generali detenuto dalla Carlo Tassara ma già valorizzato. A conti fatti, dunque, si sta parlando di un altro 3,7% delle Generali che potrebbe passare di mano.

Tutto da decifrare, invece il destino di quell'1% detenuto indirettamente dalla Fondazione Crt, che in realtà potrebbe anche acquistare da Palladio l'altro 1% condiviso in Effeti, e l'1,2% custodito nella Invag, il veicolo promosso da Mediobanca e partecipato da numerosi imprenditori e che ha un 1,2% di Trieste.

Sembrano invece salde in portafoglio le azioni possedute dal blocco degli imprenditori per così dire autonomi (De Agostini, Caltagirone, Del Vecchio e Benetton) a cui fa riferimento circa l'8,52% della compagnia, con Del Vecchio che non ha escluso di poter arrotondare il proprio 3%. Insomma, non si può scartare a priori l'ipotesi che da qui a fine 2015 il blocco di soci "italiani" delle Generali, che ora tutto assieme conta oltre il 30% nel Leone, possa scendere appena sopra il 20%.

 

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