marchionne agnelli

"LA FIAT E’ TECNICAMENTE FALLITA" – EZIO MAURO RACCONTA COME INIZIO’ L’ERA MARCHIONNE E LA PIU’ CLAMOROSA DELLE SUCCESSIONI AL VERTICE DEI 100 ANNI DI STORIA DELLA FIAT – L’INVESTITURA DI UMBERTO AGNELLI E LA ROTTURA COL PASSATO DI 'MARPIONNE': “MI PIACEREBBE CAPIRE PERCHÉ IN AMERICA GLI OPERAI MI RINGRAZIANO PER AVERGLI SALVATO LA PELLE E QUI INVECE VORREBBERO FARMELA, LA PELLE” – VALLETTA, GIANNI AGNELLI E CESARE ROMITI: LE SUCCESSIONI ALLA FIAT SONO IL MOMENTO DEL DIAVOLO…

marchionne elkann

Ezio Mauro per la Repubblica

 

Non aveva ancora il maglione, ma giacca e cravatta, quando dopo aver preparato due uova strapazzate nella cucina dietro il suo ufficio al Lingotto Sergio Marchionne disse la verità a Gianluigi Gabetti: «La Fiat è tecnicamente fallita. Non stupirti. Noi perdiamo due milioni al giorno, non so se mi spiego. Se fallimento significa non avere i soldi in casa per pagare i debiti, bene, allora noi ci siamo».

 

umberto gianni agnelli

Cominciò così la più clamorosa tra le successioni al vertice dei cent' anni di storia della Fiat, con una scommessa, quasi un lancio di dadi, un azzardo. In realtà, la tabula rasa in cui Marchionne muoveva i suoi primi passi, un deserto di speranze e di prospettive, gli consentiva di gettare all' aria l' impianto centenario della vecchia azienda torinese che stava agonizzando, con quattro mosse imprevedibili: riprendersi la Fiat che era finita nelle mani di Gm e delle banche, da preda degli americani diventare predatore, ribaltare il rapporto col sindacato in Italia e trasformare la produzione degli stabilimenti italiani dalle utilitarie alla fascia Premium, le auto di lusso.

 

Tutto questo non era chiaro al momento della successione, ma Marchionne aveva chiaro il salto mortale necessario per sopravvivere. Compresa una rottura col passato: lui non aveva mai conosciuto Gianni Agnelli, e convinse tutti rapidamente che bisognava rispettare la storia ma per sfuggire al declino bisognava camminare decisamente nel Dopocristo, senza miti. Un esempio? «Mi piacerebbe capire perché in America gli operai mi ringraziano per avergli salvato la pelle e qui invece vorrebbero farmela, la pelle».

GIANLUIGI GABETTI jpeg

 

A quel punto, l' amministratore delegato si tolse la cravatta e indossò il maglione. Adesso assomigliava a se stesso, e aveva conquistato davvero il potere, sentiva di avere l' azienda in mano. La lunga fase della successione - quando i giudizi sono sospesi come gli equilibri - era finalmente finita.

 

D' altra parte quando riuscì infine a convincere Cesare Romiti a lasciare la guida della Fiat per limiti di età, nel 1998, Gianni Agnelli si confidò con un vecchio collaboratore: «Dica la verità, non ci credeva nessuno, non pensavate che c' è l' avrei fatta».

TRUMP MARCHIONNE

«E' vero, Avvocato - fu la risposta - ma in fondo non ci credeva nemmeno lei. Immagino che stamattina lei abbia aperto la porta della stanza di Romiti, per sincerarsi che fosse vuota».

Le successioni alla Fiat sono il momento del diavolo, quando progetti, organigrammi ed equilibri preparati da tempo si scombinano all' improvviso, travolgendo destini, governance, gerarchie, rivelando debolezze impreviste nel volto compatto del potere, ambizioni nascoste, qualche volta trame occulte.

 

Romiti è stato il collaboratore più stretto di Gianni Agnelli, l' uomo che ha esercitato il comando e il potere reale nell' azienda, lasciando all' Avvocato l' esercizio metafisico della leadership esterna, un potere carismatico, personale più che imprenditoriale. In Romiti Agnelli vedeva quel campo di forza che lui non possedeva ma che aveva conosciuto in Valletta, e che credeva necessario per governare Mirafiori, fino a rimanervi impigliato.

 

marchionne elkann

Nel 1993 infatti Cuccia sbarrò la strada al suo piano già pronto per portare il fratello Umberto alla Presidenza, e dopo l' aumento di capitale trasformò proprio Romiti da manager scelto dalla famiglia in amministratore delegato per rappresentanza diretta del nuovo potere, di cui era in realtà il fiduciario.

Vittorio Valletta

Quel giorno l' Avvocato chiamò a casa due persone e davanti a loro contò a voce alta gli uomini del vertice Fiat su cui avrebbe potuto contare con sicurezza per una riconquista dell' azienda che in quel momento sembrava impossibile, e non arrivò a finire le dita di una mano. Si sentì strumento impotente di un' ingiustizia nei confronti del fratello che, continuava a ripetere, sarebbe stato un ottimo presidente. Forse, capì in quella circostanza che la successione in Fiat è un momento delicato e misterioso, perché per qualche sortilegio della modernità è difficile che la realtà segua la razionalità dei piani di governance preordinati.

 

MARCHIONNE CON GOLF E CRAVATTA

Chissà se all' inizio della storia il senatore pensava di lasciare il posto al figlio Edoardo, quando lo fece nominare vicepresidente Fiat per acclamazione, dopo che aveva comperato per la Juventus il terzino destro Rosetta per 45 mila lire e l' ala destra Orsi, argentino, primo oriundo del campionato italiano. Ma in ogni caso, il destino cambia i piani una domenica di luglio, a Genova, nel '35, quando un idrovolante si ribalta e l' elica colpisce alla testa il passeggero che stava cercando di mettersi in salvo, uccidendolo sul colpo: è Edoardo Agnelli.

 

Da quel giorno il senatore dirà ogni mattina per prima cosa all' uomo che gli apre la porta della macchina che da casa, in via Giacosa, lo porta in ufficio al Lingotto: «C' an m' ciama Valletta», mi chiami Valletta. La successione si sta delineando giorno dopo giorno. E l' ascesa vallettiana - un impero nell' impero - comincia dalla Direzione Generale, poi dal Cda, passando dall' orbace fascista nelle visite del Duce alla Fiat, mentre Gianni Agnelli entra in Consiglio di amministrazione a 22 anni.

cesare romiti

Alle 9 del mattino del 26 aprile 1945 il disegnatore tecnico Egidio Sulotto entra nell' ufficio di Valletta e annuncia la più clamorosa delle successioni, la Fiat è nella piena potestà del CLN piemontese, sarà guidata da un Comitato formato da tre dirigenti, Peccei, Fogagnolo, Bono, e da un operaio amico di Gramsci, Battista Santhià.

Con Giovanni Agnelli, Valletta è "epurato". Nella mensa di Mirafiori si spargerà la voce della sua condanna a morte, tra gli applausi operai.

marchionne

Il 16 dicembre, poco prima di essere completamente riabilitato, muore il senatore Agnelli, senza un erede pronto per la successione. Tre mesi dopo, il 21 marzo, Valletta ritorna al Lingotto e riprende il comando della Fiat. «Perché i casi sono soltanto due - dice a Gianni Agnelli - il presidente o lo fa lei o lo faccio io». «Professore - risponde l' Avvocato - non c' è dubbio che lo deve fare lei».

Lo farà per vent' anni esatti, e ancora una volta la successione non sarà per nulla semplice.

Nonostante Agnelli fosse vicepresidente, Valletta lo considerava ancora molto giovane, riteneva che potesse aspettare e voleva promuovere al suo posto Gaudenzio Bono.

L' Avvocato si impose, il Professore dovette accettare.

cesare romiti (2)

«Da oggi il dottor Gianni Agnelli non è più solo il nipote di suo nonno - lo presentò al Consiglio - ma diventa il nostro presidente». Poi Valletta abbandonò la scena e a chi gli chiedeva se avesse nuovi progetti per il futuro rispose seccamente: «Solo uno, morire il più presto possibile».

 

Sarà proprio Gianni Agnelli a fissare un limite di età per la presidenza, nel tentativo di regolare la materia indocile della successione, e il 28 febbraio 1996 si dimetterà, due settimane prima della scadenza del 75 anni.

 

C' è uno scambio implicito col fratello che ha dovuto rinunciare alla leadership, e riguarda proprio il figlio maggiore di Umberto, Giovanni: «Io penso - dice l' Avvocato quel giorno alla Cnn - che tra due, tre, quattro anni sarà in condizione di prendersi la responsabilità».

 

Invece i destini personali si complicano per una famiglia che vede Giovanni morire molto giovane e deve piangere anche il suicidio di Edoardo, il figlio infelice dell' Avvocato. John è il nipote prediletto, che Gianni Agnelli vuole vicino, ma in quel momento travagliato è ancora troppo giovane. L' amputazione dinastica sembra definitiva come un' abdicazione, la storia si ribella, la crisi fa il resto.

 

MARCHIONNE CON GOLF E CRAVATTA

Agnelli chiama alla guida Paolo Fresco dalla General Eletric, crea una coppia con Cantarella, ma soprattutto gli chiede di trovare un partner per una vendita differita dell' auto, e sottovoce gli suggerisce di cercarlo americano. Firmato l' accordo con General Motors l' Avvocato pensa di aver faustianamente comperato il futuro per chi verrà dopo di lui.

 

Tutto invece si stava corrompendo. Precipitano i conti, crolla il mercato, le banche sono padrone a Torino. Umberto eredità da vecchio, riluttante, un trono a cui troppe volte era stato designato da più giovane, riunificando troppo tardi la sua biografia e la dinastia, in un regno che durerà appena un anno, troppo breve per lasciare un segno. Non credeva più nell' auto, credeva più nella sua famiglia personale (il figlio Andrea porterà la Juventus dalla serie B a Ronaldo in otto anni) che nella Famiglia mitologica di 250 persone riunite carismaticamente dall' Avvocato.

 

Tentò la carta finanziaria di Galateri, provò senza riuscirci a giocare quella estrema di Bondi.

 

marchionne

Al suo funerale, l' amministratore delegato Morchio inscenò un golpe sulla debolezza della famiglia, chiedendo poteri assoluti e venne cacciato su due piedi. Gli Agnelli fecero ricorso a Montezemolo per la presidenza, tutti d' accordo. E Gabetti ricordò l' ultima indicazione di Umberto: «Sergio Marchionne può guidare la Fiat, è il più bravo». Così il manager canadese-svizzeroamericano che ha conservato il passaporto italiano sale al comando. Poi, la dinastia spodestata ritorna al suo posto quando John Elkann diventa presidente, rimettendo insieme il destino di una famiglia e di un' azienda che ha il cuore americano e l' anima italiana, a Torino, dove una volta c' era la grande fabbrica operaia che dava un senso al tutto: anche alla città che sembra costruita con le stesse chiavi inglesi dell' officina.

manleyumberto agnelli MONTEZEMOLO

 

Il cerchio si chiude. E adesso si riapre, con l' incognita di quel che sarà la Fiat, dopo che si è tolta oggi il maglione blu di Marchionne.

 

GIANLUIGI GABETTI ALLA MESSA PER AGNELLI FOTO ANSA gianni agnelli paolo frescoagnelli il documentario hbo 1marchionne manley

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