LOV-AGLIO, OLIO DI RICINO E PEPERONCINO - “SOLO UN AZIONISTA NON MI VUOLE, PERCHÉ NON MI SONO RIVELATO OBBEDIENTE”, FRIGNA L’AD DI MPS PUNTANDO IL DITO CONTRO IL CALTAGIRONE INFERNALE - COME SOTTOLINEA FERRUCCIO DE BORTOLI: ''LOVAGLIO HA COMMESSO LO STESSO ERRORE DI NAGEL: CHI COMANDA È L’AZIONISTA, NON IL MANAGER. PERCHÉ QUESTA È LA FILOSOFIA DELLA LEGGE CAPITALI FORTEMENTE VOLUTA DAL GOVERNO MELONI'' - MA NON SI TRATTA SOLO DI VISIONI DIVERSE SULLA GOVERNANCE DI MEDIOBANCA E IL 13,2% DI GENERALI - DOPO CHE LA PROCURA DI MILANO HA INDAGATO L'AD LOVAGLIO E I DUE AZIONISTI CALTAGIRONE E MILLERI PER "CONCERTO OCCULTO" PER LA SCALATA DI MPS A MEDIOBANCA, MAGARI, LOR SIGNORI AVRANNO PENSATO, CON LA ''FAVA LOVAGLIO'' PRENDIAMO DUE PICCIONI: UN "CAPRONE ESPIATORIO" PUO' SEMPRE TORNARE UTILE PER ESORCIZZARE UN PROBABILE RINVIO A GIUDIZIO; E NELLO STESSO TEMPO FACCIAMO FELICE LA BCE CHE AVEVA RACCOMANDATO “DISCONTINUITÀ” PER LA NUOVA GOVERNANCE DI MPS - ET VOILA', ECCOLI ACCONTENTATI: FUORI LOVAGLIO....
DAGOREPORT – POVERO LOVAGLIO, USATO E GETTATO VIA COME UN KLEENEX USATO. CHE FARÀ ORA L’AD DI MPS, (GIUSTAMENTE) FUORI DI SÉ DALLA RABBIA DOPO ESSERE STATO ESCLUSO DALLA LISTA PER IL VERTICE DEL “MONTE”, NONOSTANTE ABBIA PORTATO A TERMINE CON SUCCESSO IL RISANAMENTO DI MPS E IL RISIKO MEDIOBANCA ED OGGI SCARICATO A MO’ DI CAPRONE ESPIATORIO? IL “LOVAGLIO SCARICATO” È IMBUFALITO IN PRIMIS CON CALTAGIRONE, CHE GLI PREFERIREBBE COME CEO FABRIZIO PALERMO, MA ANCHE CON GLI “ANTIPATIZZANTI” SENESI ALLA SUA RICONFERMA: NICOLA MAIONE, PRESIDENTE DI MPS, E DOMENICO LOMBARDI, PRESIDENTE DEL COMITATO NOMINE – È UNA MOSSA INEVITABILE (AGLI ATTI DELLA PROCURA C'È L'INTERCETTAZIONE BOMBA CON "CALTA" IN CUI SI DANNO DI GOMITO: "MA LEI È IL GRANDE COMANDANTE?"; "IL VERO INGEGNERE È STATO LEI"), MA RISCHIOSISSIMA: COSA USCIRÀ DALLA BOCCUCCIA DI UN INCAZZATISSIMO LOVAGLIO QUANDO SI RITROVERÀ SOTTO TORCHIO DA PARTE DEI PM DELLA PROCURA DI MILANO CHE INDAGANO SUL “CONCERTONE”? AH, SAPERLO…
Estratto dell’articolo di Andrea Greco per "la Repubblica"
La sindrome Mediobanca si abbatte su Luigi Lovaglio, il banchiere che cinque mesi fa portò lo scalpo di Alberto Nagel a Caltagirone e Delfin, che fin dal 2019 provavano a cambiare una gestione poco attenta al loro rango di soci forti.
Ieri il banchiere lucano, dirigista a sua volta tanto che nell'ambiente lo chiamano "Napoleone", è stato disarcionato dal suo stesso cda, per avere dato poco retta alle istanze di certi soci e consiglieri.
luigi lovaglio il gordon gekko dei riccarelli
«Solo un azionista non mi vuole, perché non mi sono rivelato obbediente», diceva venerdì, a margine del piano industriale al 2030, pensando a Caltagirone, che ha l'11,5% di Mps e da mesi gli rema contro. «Sono sereno e non mi preoccupo, ho a cuore solo il bene della banca. Il cda può fare quel che vuole, non sono legato alla poltrona: e non credo abbiano i numeri».
LUIGI LOVAGLIO FRANCESCO MILLERI GAETANO CALTAGIRONE GENERALI
I numeri invece ieri c'erano, saliti per i timori di ricadute dell'inchiesta che lo coinvolge a Milano, per avere dato, dicono i pm, «un supporto materiale fondamentale al concerto che dal 2019 al 2024 Delfin e Caltagirone hanno operato con investimenti a scacchiera in Mediobanca e Generali», in un patto occulto per controllarle, poi realizzato tramite la scalata Mps. Ma la motivazione, all'ad, pare strumentale, ritenendosi «totalmente estraneo a ogni ipotesi di reato». [...]
Altri fattori spiegano la caduta di Lovaglio. Da un lato hanno pesato i rapporti con l'imprenditore romano, di rado tenero con i manager e con cui non c'è mai stato feeling. Fin dal contatto i due avevano visioni diverse sul destino del 13,2% di Generali, cruciale per Caltagirone che a Trieste ha investito 3,3 miliardi, ma per Lovaglio solo un orpello nel polo in fieri, un 'nice to have', come ha detto più volte.
Anche la vaghezza riservata al Leone nel piano 2030 indica che l'ad era incline a usare la quota, che vale 7 miliardi, come moneta di scambio per futuri dossier.
Altre frizioni ci sono state nelle nomine in Mediobanca, dove Lovaglio voleva una guida diversa da Alessandro Melzi d'Eril – che stima poco – e nel cui cda sperava di inserire dei manager Mps.
Lovaglio, Nagel, Caltagirone, Milleri
E altre nei modi e tempi dell'incorporazione, che l'ad ha voluto brevi, delistando Mediobanca dopo 70 anni, per togliere il credito al consumo e la rete di Premier dalle mani di manager che giudica poco esperti.
L'unica fase "gentile", con Caltagirone, emerge negli atti dell'inchiesta, ed è lo scambio di sms il 18 aprile 2025, dopo l'assemblea Mps che approvò l'emissione di titoli per l'Ops: «Ma lei è il grande comandante? Come sta?», chiedeva l'azionista.
FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE MEDIOBANCA
E il banchiere: «Molto bene! Abbiamo fatto una bella operazione. Il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l'incarico». Materia per gli inquirenti: ma i toni e concetti usati in senato fanno presagire richieste di rinvio a giudizio. E hanno pesato sull'esclusione del capo consumata ieri.
Anche nel cda senese Lovaglio non si è fatto amici. Il consiglio lo ha seguito dal 2022 per mari perigliosi, dall'aumento da 2,5 miliardi per tenere a galla la banca (1,6 miliardi versati dal Mef) al risanamento dei conti grazie al rialzo dei tassi, ma pure alla scelta dell'ad di non pagare più i contenziosi, saliti a 10 miliardi; fino alla marcia "gloriosa" su Piazzetta Cuccia.
Ma dopo l'Ops sono emersi gli spifferi, contro un capo visto come altero e poco inclusivo. Tanto che nella "board evaluation" dei consiglieri, inviata alla Bce a fine 2025, si sarebbe attirato numerosi rilievi. «Il cda era entusiasta – replicava Lovaglio venerdì -. L'unico a remarmi contro è il presidente, forse perché gli ho vietato le interviste».
Con Nicola Maione, confermato presidente in pectore ieri, non si parlano da settimane...
CHE COSA INSEGNA IL CASO LOVAGLIO
Ferruccio de Bortoli per il “Corriere della Sera”- Estratti
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Il governo non lo ha appoggiato pur essendo il ministero dell’Economia ancora azionista del gruppo senese. Del resto il banchiere era stato nominato da Draghi. Nell’era Meloni, nel conformismo dilagante della classe dirigente, conta la fedeltà.
L’idea di scalare Mediobanca è stata sua e ha fornito l’occasione (ghiotta) al gruppo Caltagirone e alla Delfin degli eredi del Vecchio, guidata da Francesco Milleri, di rafforzare il loro controllo sulla banca d’affari milanese (alla fine umiliandola) e, in prospettiva, sulle Generali.
Nell’inchiesta milanese sull’ipotesi che vi sia stato un concerto tra azionisti alla base dell’Offerta pubblica di scambio dello scorso anno è diventata celebre la conversazione tra lo stesso Lovaglio e l’azionista di maggior peso di Mps,
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roberto pellicano pierantonio zanettin marcello viola commissione banche al senato foto lapresse
Lovaglio ha commesso l’errore di credere alla finta formalità di quella conversazione finita nell’inchiesta. Il comandante era ed è l’ingegnere. Cioè comanda l’azionista, non il manager.
Perché questa è la filosofia della legge Capitali che il redivivo gruppo senese si appresta ad applicare per la prima volta, fortemente voluta dal governo Meloni. Ed è il segno dei tempi. Piaccia o no.
Lovaglio ha commesso lo stesso errore dei dirigenti (troppo autoreferenziali) di Mediobanca che pensavano di essere più forti dei loro azionisti. Si è forse illuso che gli dovessero un po’ di gratitudine.
Ed è rimasto vittima della discontinuità dell’ipocrisia. I volti del potere sono sempre imperscrutabili. Anche per chi è convinto di conoscerli bene.




