GLI AMERICANI E LA DITTATURA SI SONO FUMATI I POVERI CUBANI - UN CITTADINO ITALIANO CHE VIVE A L’AVANA RACCONTA LA CRISI NERA: “QUI C'È CHI MUORE DI FAME E CHI, INVECE, HA I SOLDI E SOPRAVVIVE. A CAUSA DELL’EMBARGO (ILLEGITTIMO) IMPOSTO DAGLI USA , IL CARBURANTE NON SI TROVA, E AL MERCATO NERO, COSTA DIECI DOLLARI AL LITRO: I CUBANI NON POSSONO ANDARE AL LAVORO E A SCUOLA. I CONTINUI BLACKOUT PARALIZZANO ANCHE GLI OSPEDALI. IL SISTEMA E’ DEGENERATO: LE MICRO, PICCOLE E MEDIE IMPRESE PRIVATE, LEGALIZZATE NEL 2021, SOPRAVVIVONO SOLO GRAZIE AI DOLLARI INVIATI DAGLI ESULI E DAGLI ANTICASTRISTI CHE VIVONO NEGLI USA”
Estratto dell’articolo di Luisa Foti per “la Stampa”
«Qui c'è chi muore di fame e chi, invece, ha i soldi e sopravvive». A parlare è Antonio – un nome di fantasia, per motivi di sicurezza – un cittadino italiano che vive a L'Avana. Romano, sulla cinquantina, con un passato di militanza negli ambienti di sinistra, è testimone quotidiano di quello che sta succedendo sull'isola e, un tempo, amava definirsi fidelista. «Fidel trovava sempre soluzioni a tutto; quando c'era lui c'era l'uguaglianza», tiene a precisare l'uomo come premessa di ogni suo discorso, soprattutto per far capire le attuali degenerazioni del sistema.
«In questo periodo vivo a L'Avana, dove ho una parte della mia famiglia paterna, e posso dire che il Paese è allo stremo. A causa del blocco, il carburante non si trova; ce l'ha solo qualche privilegiato, e quando c'è al mercato nero, costa dieci dollari al litro», e questo impedisce alle persone di andare a lavorare o a scuola.
A Cuba ci sono ricorrenti blackout ormai da diversi anni, ma da quando Trump ha imposto l'embargo energetico, la situazione è peggiorata. Si è passati da interruzioni programmate e limitate nel tempo, a blackout improvvisi che possono arrivare a durare più di venti ore al giorno su tutto il territorio. «Di solito, cercano di preservare L'Avana Vecchia, ma negli altri posti tolgono la corrente per quasi tutta la giornata. Il cibo c'è, ma pochi possono permetterselo».
Antonio mostra le immagini delle strade della capitale ricoperte di rifiuti e racconta dei "cacerolazos", le proteste spontanee con pentole e padelle contro i blackout, represse dal governo con arresti e intimidazioni; ma anche degli ospedali paralizzati per la carenza di medicinali, e la quasi totale assenza di elettricità che impedisce di portare a termine le operazioni.
L'embargo – quella serie di sanzioni che l'isola subisce illegittimamente dagli Stati Uniti da oltre sessantadue anni – è una parte preponderante del problema, perché si stima che il danno accumulato abbia superato i 164 miliardi di dollari, secondo i dati presentati da Cuba all'Assemblea generale dell'Onu; ma c'è spazio anche per le responsabilità del governo che ha avallato un sistema che non è più nemmeno il ricordo degli anni della Rivoluzione.
«Qui c'è il peggior capitalismo dell'America Latina e la vita se la possono permettere in pochi», afferma l'uomo con rabbia, rivelando anche dei litigi con alcuni attivisti italiani di sinistra per cui Cuba è ancora un simbolo potente di anti-imperialismo.
Ma è stato soprattutto dopo la pandemia e il crollo del turismo – principale motore dell'economia – che il governo ha favorito un'ulteriore apertura per evitare il tracollo. In molti hanno parlato di una scelta obbligata, più che ideologica, legata alla sopravvivenza di un Paese sotto embargo dal 1962. Così, nel 2021, L'Avana ha legalizzato le MiPymes, le micro, piccole e medie imprese private, avviando migliaia di attività nell'ambito del commercio, dei servizi e della ristorazione.
«Con questi stipendi, gli statali possono campare un solo giorno; con le MiPymes, invece, si vive bene. Ormai queste aziende sono tantissime e i loro proprietari, come ad esempio la famiglia Castro o altre persone, sono dei privilegiati. Per aprirle servono i dollari: la maggior parte di coloro che ha lasciato il Paese manda i soldi da Miami. Se ti mandano duecento dollari al mese, puoi aprire una piccola azienda; con cinquecento una grande, se te ne mandano mille, allora sei ricco».
Per Antonio, questa trasformazione dell'economia è ormai il discrimine tra i cubani che devono spendere metà dello stipendio o l'intera pensione in pesos per comprare una confezione di uova, e quelli che vivono grazie ai dollari dei parenti all'estero. «Prima i "balseros" e i "gusanos" (termini con cui il regime indicava in modo dispregiativo gli esuli cubani e gli anticastristi, ndr) venivano presi a fucilate o morivano in mare sulle zattere. Ora senza i loro soldi non si può fare niente», ribadisce Antonio per spiegare quella che, a suo parere, è la più grande contraddizione del Paese.




