AYATOLLAH, FATTI PIU’ IN LA’! – DUE IRANIANI, RESIDENTI A BERGAMO, SONO INDAGATI PER MINACCE AGGRAVATE, TERRORISMO, EVERSIONE DELL'ORDINE DEMOCRATICO – I DUE, CHE IERI HANNO SUBITO UNA PERQUISIZIONE DEI CARABINIERI DEL ROS, HANNO MINACCIATO DI MORTE CONNAZIONALI DISSIDENTI NEI CONFRONTI DEL REGIME: FREQUENTAVANO A MILANO UN CENTRO ISLAMICO CONSIDERATO DIRETTA “EMANAZIONE” DEL REGIME DI TEHERAN – LA PROCURA VUOLE “ACCERTARE L’OPERATIVITÀ DI UN’ORGANIZZAZIONE FINALIZZATA A REPRIMERE IL DISSENSO ATTRAVERSO INTIMIDAZIONI VERSO I PARENTI A OGGI RESIDENTI IN IRAN…”
Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera”
MANIFESTAZIONE A MILANO DI IRANIANI CONTRO IL REGIME DI TEHERAN
La punta dell’iceberg di due perquisizioni effettuate ieri dai carabinieri del Ros fa affiorare un’inchiesta nella quale la Procura di Milano, partendo da «minacce di morte indirizzate nei confronti dei dissidenti politici iraniani rispetto alla linea adottata dalla Repubblica Islamica Iraniana», ritiene «necessario accertare l’operatività di un’organizzazione finalizzata a reprimere il dissenso attraverso intimidazioni verso i parenti a oggi residenti in Iran, nonché attraverso la commissione di atti di violenza che comunque limitano il diritto costituzionale» invece «tutelato e garantito in Italia a tutte le opinioni politiche, anche se contrarie a quelle dominanti nello Stato estero di provenienza».
[…] non è soltanto «minacce aggravate» (in relazione a due episodi su Instagram ai danni di altrettanti attivisti) l’ipotesi di reato contestata durante le perquisizioni ieri a due iraniani […], qualificati dagli inquirenti come «favorevoli alla politica repressiva del regime iraniano» e «frequentanti un centro islamico di Milano la cui sede risulta essere di proprietà del Consolato della Repubblica dell’Iran a Milano, che costituisce una diretta propagazione del regime iraniano in Italia».
È invece anche «associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico» (articolo 270 bis), tra i cui atti l’articolo 270 sexies fa rientrare quelle condotte che «per la loro natura o contesto possono arrecare grave danno ad un Paese e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione».
MANIFESTAZIONE A MILANO DI IRANIANI CONTRO IL REGIME DI TEHERAN
Storicamente è stato un reato contestato in passato a chi preparava atti di terrorismo, propagandava o finanziava attentati all’estero, reclutava o addestrava combattenti nei teatri di guerra del Medio Oriente.
In questo caso, invece, il Paese al quale le ipotizzate condotte minatorie possono per i pm «arrecare grave danno» è proprio l’Italia sotto il profilo non di eventuali attentati, ma delle «plurime azioni violente lesive dell’ordine pubblico, compiute allo specifico scopo di intimidire l’intera comunità iraniana ritenuta dissidente rispetto alla linea politica governativa ufficiale» […]
Cornice dell’indagine del pm Alessandro Gobbis sono le recenti manifestazioni di protesta di molti cittadini iraniani verso il regime di Teheran e le conseguenti divisioni registrate all’interno della comunità iraniana in Italia, ad esempio a cavallo della manifestazione del 2 marzo scorso davanti al Consolato statunitense a Milano di attivisti iraniani favorevoli all’attacco americano e contrari a una manifestazione di protesta invece di altri iraniani sostenitori del governo di Teheran.
Il primo episodio oggetto di accertamenti (e al momento non contestato ai due indagati) è la telefonata che una attivista cittadina italiana di origine iraniana, ospite di trasmissioni tv su Rete 4, racconta sia arrivata l’11 marzo su un cellulare a lei intestato ma che lei aveva lasciato in Iran a una parente per la gestione di un conto corrente poi confiscatole.
IRANIANI MANIFESTANO DAVANTI AL CONSOLATO DI MILANO
La ragazza racconta che «una voce maschile, credendo di parlare con me, in lingua farsi ha detto: “Abbiamo la conferma che tu sei un’oppositrice del regime anche perché hai collaborato con una tv oppositrice, TV Iran International e altre tv oppositrici. Tu sei condannata alla confisca dei beni e alla morte!”».
Il secondo episodio, contestato invece a uno dei due indagati, nasce dalla segnalazione di un profilo social su Instagram dove «un ragazzo filogovernativo continua tutt’oggi a minacciare di morte sui social tutti coloro che auspicano il ritorno al potere del principe Reza Pahlavi». […]

