1- CI VUOLE UN CRITICO D’ARTE, FRANCESCO BONAMI, PER STRAPPARE IL VELO DELL’IPOCRISIA E DELL’OPPURTUNISMO CHE AVVOLGE LA CRITICA CINEMATOGRAFICA ITALICA 2- “BELLOCCHIO DI COSA SI LAMENTA? DOPO “I PUGNI IN TASCA” HA FATTO SOLO BRUTTI FILM, È UN PRESUNTUOSO CHE HA PERSO LA CAPACITÀ NARRATIVA ATTRAVERSO LE IMMAGINI” 3- “VEDERE NELLA SCONFITTA UN COMPLOTTO “VETEROIMPERIALISTA” È TIPICO DI UNA CERTA GENERAZIONE DI ARTISTI ITALIANI CHE RIFIUTANO DI AMMETTERE CHE I LORO STRUMENTI PER RACCONTARE LE STORIE NON SONO PIÙ ADEGUATI AD UN MONDO CHE CAMBIA” 4- LA MANCUSO ACCUSA: “IL TEMA DEL FILM È UNIVERSALE, LO SVOLGIMENTO È PROVINCIALE” 5- AGENZIA MASTIKAZZI NEWS! INVECE DI OCCUPARSI DELL’ALCOA, NAPOLITANO VA AL CINEMA E POI TELEFONA A MARCO BELLOCCHIO: “HO APPREZZATO “LA BELLA ADDORMENTATA””

1 - L'ITALIA CHE NON SA PIÙ RACCONTARE...
Francesco Bonami per "la Stampa"

Marco Bellocchio non premiato al Festival del Cinema di Venezia dichiara che non possono essere gli americani o gli inglesi a dirci cosa dobbiamo raccontare con il nostro cinema. Ha ragione. Non si può dire ad un artista cosa deve mettere dentro le proprie opere. E' legittimo però, nel caso di una giuria, far capire che quello che vogliamo raccontare non siamo riusciti a raccontarlo bene o addirittura male.

Il Leone d'Oro a Venezia è andato ad un film della Corea del Sud, non ad un film americano. Il cinema coreano ha sicuramente un modo molto diverso di raccontare le sue storie da quello americano, inglese e anche italiano. Eppure vince i premi. Li vince non certo perché il modo del cinema è filo coreano o perché le lobby di quell paese sono potenti. Li vince perché sa come raccontare le proprie storie tutte particolari e molto locali al resto del mondo. Ad un regista che ha saputo creare un film come «I pugni in tasca» non si dovrebbe poter dire nulla. Ci sono artisti ai quali basta un'opera per entrare nella storia.

E' il caso di Bellocchio. Detto questo Bellocchio non ha poi più veramente saputo raccontare così bene le sue storie. O almeno non le ha sapute raccontare o non le ha volute raccontare al resto del mondo. E' una scelta ma anche un dato di fatto. Già con «Buongiorno Notte» si lamentò di non aver ricevuto un premio. Ma quel film, con tutto il rispetto ma anche con tutta sincerità, non era un film che meritava un premio, quanto meno un premio internazionale.

Non lo meritava non perché fosse brutto, lo era, ma perché non fu in grado di raccontare una storia così forte come quella del sequestro Moro a chi quella storia non conosceva bene. Non è una questione di provincialismo o localismo, ma forse una questione molto semplice di presunzione culturale. Una presunzione che però non possiamo da tempo più permetterci.

Nel cinema, come nelle arti visive, ma anche nella musica rock e nella letteratura, noi italiani non siamo più capaci, esclusi casi rari, di creare qualcosa che partendo dal nostro particolare diventi universale. Non sappiamo raccontarci, narrarci. Non è questione, come dice Bellocchio, di sfumature che gli altri più rozzi non comprendono. E' questione di non saper tradurre dentro di noi le nostre storie in un linguaggio a prova di sfumature e traduzioni.

«L'albero degli Zoccoli» di Ermanno Olmi girato tutto in dialetto bergamasco vinse la Palma D'Oro al Festival di Cannes nel 1978. Questo per dire che non è una questione di lingua ma di capacità narrativa attraverso le immagini, capacità che ci spiace dirlo Bellocchio ha perso da molto tempo.

Vedere nella sconfitta qualche complotto culturale «veteroimperialista» è tipico di una certa generazione di artisti italiani che avendo scelto, legittimamente, di rimanere chiusi dentro il proprio linguaggio narrativo o espressivo, rifiutano di ammettere che i loro strumenti per raccontare le storie che hanno in mente non sono più adeguati ad un mondo che cambia.

Marco Bellocchio nel 1965 con, appunto, «I pugni in tasca», utilizzò un tipo di narrazione al passo con la cultura di quegli anni. Per questo il film ebbe un grande impatto sul pubblico. Non utilizzò la grammatica di Eisenstein o quella di Charlie Chaplin sapendo bene che non avrebbe funzionato, sapendo che quello che voleva dire non sarebbe stato capito.

E' bizzarro che poi si sia intestardito nel pretendere che la gente debba capire e premiare un modo di far cinema che non riesce più a parlare non solo alle giurie, internazionali, ma al mondo. Alcune giurie italiane continuano a premiarlo, ma lo fanno paradossalmente proprio perché ragionano come lui, con una mentalità complottista.

Il premio diventa una risposta autoreferenziale che ad una ipotetica lobby «imperialista» oppone una lobby familiar-localista. Non ci premiano gli altri? Ci premiamo da soli! I lamenti di Bellocchio però non sono un problema esclusivamente suo. Riflettono uno stato dell'arte in Italia che non riesce a sbloccarsi, che non riesce a capire, come invece chiaramente fanno i coreani, che là fuori c'è un mondo intero interessato alle nostre storie e proprio per questo è nostro dovere scoprire come raccontarle nel modo migliore.

2 - NAPOLITANO A BELLOCCHIO «HO APPREZZATO IL FILM»...
Da "la Stampa"

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha telefonato al regista Marco Bellocchio per comunicargli di aver apprezzato il film Bella addormentata . A rivelarlo, davanti allo stesso regista, è stato l'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Stefano Boeri, nel corso del dibattito che ha anticipato la proiezione ieri sera della pellicola al Cinema Anteo. E nella polemica post verdetto della Mostra di Venezia con bottino magro per l'Italia, è entrato ieri anche Mario Martone: «Non è il mancato premio all'Italia che irrita ha detto -, ma la lezione di cinema di chi avrebbe definito provinciali i nostri film, non posso quindi che essere d'accordo con Bellocchio».


3- POLEMICHE TUTTE ITALIANE DA FILM NON PREMIATO, FURBETTI E VOLGARITÀ...
Mariarosa Mancuso per "il Foglio"

Perdere dà sui nervi, nessuno lo può negare. Epperò fa impressione vedere che i primi a irritarsi quando non vincono sono quelli contro il merito, contro i voti, contro le pagelle. Quelli che l'importante è partecipare, a scuola come in democrazia; quelli che deplorano le risse in politica e alle partite di calcio; quelli che si dichiarano pacifisti, tranne scatenare una guerra quando la giuria di un festival cinematografico li esclude dal numero dei premiati.

Serve un capro espiatorio, subito individuato in Matteo Garrone. Reo di non avere difeso abbastanza "Bella addormentata" di Marco Bellocchio, tornato a casa dalla Mostra di Venezia senza Leone d'oro dopo sedici minuti di applausi in sala, e una sfilza di recensioni che ne lodavano l'impegno civile e l'alta qualità artistica. Più freddino il pubblico pagante, a giudicare dagli incassi del fine settimana. L'Italia è una Repubblica fondata sul liceo classico, mica sul lavoro.

L'idea che una giuria festivaliera funzioni come una commissione di maturità, quando c'era il "membro interno" preposto a difendere gli studenti dai perfidi commissari venuti da altre regioni, lo conferma. E' anche la patria dei vincitori morali, nel resto del mondo noti come perdenti. Di festival ne frequentiamo tanti, ma una gazzarra come questa non succede né a Cannes né a Berlino. Si commentano i risultati, si criticano le giurie, nessuno sventola la bandiera e dichiara "l'anno prossimo non gioco più".

Michael Mann avrebbe voluto far piovere il Leone d'oro su "The Master", il Leone d'argento per la regia su Paul Thomas Anderson, e le due coppe Volpi a Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman. Gli hanno spiegato che il regolamento non lo consentiva, mica siamo agli Oscar dove le statuette si possono impunemente accumulare (altro tipo di premio, altro meccanismo, altra composizione della giuria).

Per questo il Leone d'oro è stato dirottato sul "Pietà" del coreano canterino Kim Ki-duk, confermando gli altri due (contro la volontà del conte Volpi, che ha protestato per l'ex aequo agli attori, non una parola sul Leone cascato per terra nella confusione). Film violentissimo - lo potrete constatare da voi, esce il 14 settembre - ma ben recitato e avvincente nella sua crudeltà.

Non è questo il momento per dare addosso al cinema orientale, viste le estenuanti lentezze che ci siamo sciroppati negli anni addietro (Marco Muller intanto gode, e noi aspettiamo il suo mirabolante programma romano). Sarebbe meglio criticare il reducismo di Olivier Assayas, vincitore con "Après mai" del premio come miglior sceneggiatore.

Molotov fabbricate negli scantinati, vetro frantumato nella colla per attaccare i manifesti ("provino a staccarli"), una critica a Simenon scrittore che grida vendetta, aspiranti artisti che passano dall'astratto tipo Pollock al figurativo tipo Guttuso, e i figli dei ricchi che comunque se la cavano, trovando un bel posticino come aiuto regista nel cinema che hanno disprezzato perché "non educa la classe lavoratrice". "Dismemberment in Venice" scrive Nigel Andrews sul Financial Times, alludendo ai moncherini di Kim Ki-duk.

Era molto più elegante von Aschenbach nel film di Luchino Visconti, quando a Venezia si moriva e basta, con la tintura dei capelli che colava per via del sudore, e il disinfettante anticolera sui binari (ci abbiamo ripensato alla notizia che giravano al Lido insetti capaci di spedirti al pronto soccorso, mentre l'Hotel des Bains mette in vendita appartamenti di lusso russo).

Quanto alla faccenda Bellocchio, agli inglesi e agli stranieri in genere risulta non pervenuta. "Provinciale e autoreferenziale il mio film?", si scandalizza il regista. "Ma se parlo di un tema universale". Il tema infatti lo è, lo svolgimento no. La voce di Emma Bonino in tv per lo spettatore italiano riassume pagine di sceneggiatura. E così lo slogan "Acqua per Eluana". Allo spettatore non italiano dice poco o nulla. Lo stesso vale per le risse parlamentari e per le sentenze della Corte di cassazione, che già stentano a superare il confine di Chiasso.

 

 

BELLOCCHIO A VENEZIA jpegLA BELLA ADDORMENTATA DI BELLOCCHIO MARCO BELLOCCHIO ISABELLE HUPPERT NE LA BELLA ADDORMENTATA DI BELLOCCHIO BELLOCCHIO Francesco Bonami ERMANNO OLMI Giorgio NapolitanoMARIO MARTONEMariarosa MancusoGARRONE A CANNES MICHAEL MANNOlivier Assayas

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