WHAT’S IOR NAME? ANCHE BERGOGLIO SBAGLIA: QUELLA NOMINA “SCANDALOSA” ALLA BANCA DI DIO

Sandro Magister per "l'Espresso"

Non stupisce che dopo il viaggio a Lampedusa l'universale popolarità di Francesco a bbia toccato i suoi picchi più alti. «Le statistiche le fa Dio», ha detto. Ma c'è una evidente coincidenza tra le parole e i gesti di questo papa e quelli che gli potrebbe suggerire un pianificatore scientifico de l suo successo. Quasi tutto ciò che egli fa e dice è difficilmente contestabile dall'opinione pubblica cattolica e laica, a cominciare da quel «quanto vorrei una Chiesa povera e per i poveri» che è diventata la carta d'identità dell'attuale pontificato.

Un elemento chiave della popolarità di Francesco è la sua personale credibilità. Da arcivescovo di Buenos Aires abitava in due stanze modeste. Si cucinava da sé. Si spostava in autobus e metropolitana. Fuggiva come la peste gli appuntamenti mondani. Non ha mai voluto far carriera, anzi, si è pazientemente fatto da parte quando la sua stessa Compagnia di Gesù, di cui era stato per alcuni anni superiore provinciale in Argentina, lo aveva bruscamente deposto e isolato.

Anche per questo, ogni volta che invoca povertà per la Chiesa e picchia duro contro le ambizioni di potere e la bramosia di ricchezza presenti nel campo ecclesiastico, nessuna voce si leva per criticarlo. Chi mai potrebbe giustificare l'oppressione del misero e fare l'apologia delle immeritate carriere? Chi mai potrebbe contestare a Francesco di predicare bene ma razzolare male? Sulla bocca dell'attuale papa, quello della Chiesa povera è un paradigma infallibile. Riscuote un consenso praticamente universale, sia tra gli amici sia tra i nemici più accesi della Chiesa, quelli che la vorrebbero talmente depauperata da sparire del tutto.

Ma poi c'è un altro fattore chiave della popolarità di Francesco. Le sue invettive, ad esempio, contro la «tirannia invisibile» delle centrali finanziarie internazionali non colpiscono un obiettivo specifico e riconoscibile. E quindi nessuno dei veri o presunti "poteri forti" si sente effettivamente toccato e provocato a reagire. Anche quando le sue reprimende prendono di mira malefatte interne alla Chiesa, esse restano quasi sempre sulle generali.

Una volta che papa Bergoglio, in una delle sue colloquiali omelie mattutine, affacciò un dubbio esplicito sul futuro dello Ior, l'Istituto per le Opere di Religione, la discussa "banca" vaticana, i portavoce fecero a gara per derubricare la cosa. E l'altra volta in cui denunciò che una «lobby gay» in Vaticano «è vero, c'è», la minimizzazione scattò ancora più unanime. Persino l'opinione pubblica laica gli ha perdonato questa asserzione, con un'indulgenza che sicuramente non sarebbe stata concessa al predecessore.
Il parlare di papa Francesco è sicuramente uno dei suoi tratti più originali.

È semplice, comprensibile, comunicativo. Ha l'apparenza dell'improvvisazione, ma in realtà è accuratamente studiato, tanto nell'invenzione delle formule - la «bolla di sapone» con cui a Lampedusa ha rappresentato l'egoismo dei moderni Erode - quanto nei fondamentali della fede cristiana che egli più ama ripetere e che si condensano in un consolante «tutto è grazia», la grazia di Dio che incessantemente perdona pur continuando tutti a essere peccatori.

Ma oltre alle cose dette ci sono quelle deliberatamente taciute. Non può essere un caso che dopo centoventi giorni di pontificato non siano ancora uscite dalla bocca di Francesco le parole aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale. Papa Bergoglio è riuscito a schivarle persino nella giornata che ha dedicato alla "Evangelium vitae", la tremenda enciclica pubblicata da Giovanni Paolo II nel 1995 al culmine della sua epica battaglia in difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».

Karol Wojtyla e dopo di lui Benedetto XVI si spesero incessantemente in prima persona per contrastare la sfida epocale rappresentata dalla odierna ideologia del nascere e del morire, come pure dalla voluta dissoluzione della dualità originaria tra maschio e femmina. Bergoglio no. Sembra ormai comprovato che abbia deciso di tacere, su questi temi che investono la sfera politica, convinto che tali interventi competano non al papa ma ai vescovi di ciascuna nazione.

Agli italiani l'ha detto con parole inequivocabili: «Il dialogo con le istituzioni politiche è cosa vostra». Il rischio di questa divisione dei compiti è alto, per lo stesso Francesco, dato il giudizio poco lusinghiero che egli ha più volte mostrato di avere sulla qualità media dei vescovi del mondo. Ma è un rischio che vuole correre. Questo suo silenzio è un altro dei fattori che spiegano la benevolenza dell'opinione pubblica laica nei suoi riguardi.

Poi c'è a suo favore la visibile volontà di riformare la curia romana e in particolare di incidere in quel bubbone che è lo Ior. Lo studio di una riforma della curia l'ha affidato a un consiglio internazionale di otto cardinali, tutti di sua nomina. I quali a loro volta hanno chiamato a consulto esperti di loro fiducia. C'è chi ha visto in questo il primo passo verso una democratizzazione della Chiesa, con il passaggio da una autorità monocratica a una oligarchica.

Ma da perfetto gesuita, Bergoglio vuole piuttosto applicare al suo esercizio del papato il modello proprio della Compagnia di Gesù, nella quale le decisioni non vengono prese collegialmente, ma solo dal preposito generale, in assoluta autonomia, dopo aver ascoltato separatamente i propri assistenti e chiunque altro voglia. È quindi prevedibile che ai primi di ottobre, quando per la prima volta gli otto cardinali si riuniranno a Roma per deporre nel canestro i progetti raccolti, i pareri saranno molto disparati.

Un preavviso di contrasto si è avuto in Germania, dove un progetto di riforma della curia è stato chiesto anche all'ex direttore della filiale di Monaco di Baviera della McKinsey, Thomas von Mitschke-Collande. La richiesta gli è stata rivolta dal potente segretario della conferenza episcopale tedesca, il gesuita Hans Langerdörfer, ma all'insaputa dell'arcivescovo di Monaco, Reinhard Marx, uno degli otto consiglieri nominati dal papa, e anzi, con suo grande disappunto, avendo egli maturato su von Mitschke-Collande un giudizio parecchio negativo, specie dopo la lettura del suo ultimo libro, dal titolo scoraggiante: "Vuole la Chiesa eliminare se stessa? Fatti e analisi di un consulente aziendale".

Se sulla riforma della curia e su una più rigorosa selezione dei candidati a vescovo le iniziative di papa Francesco sono rimaste per ora solo a livello di annuncio, peraltro salutato anch'esso da un generale consenso, invece parecchi fatti concreti sono già avvenuti sul versante dello Ior. Ad opera però non solo del papa ma di diversi attori, anche tra loro contrastanti, interni ed esterni alla Chiesa. Con in più un disastroso infortunio piombato addosso a Francesco in persona.

L'attore esterno che ha avuto un ruolo decisivo nel determinare gli eventi è stato la magistratura italiana, che in giugno ha ordinato l'arresto di monsignor Nunzio Scarano, fino a un mese prima responsabile contabile dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. L'imputazione è di traffici illeciti di denari, anche attraverso conti dello Ior e con il consenso dei massimi dirigenti dell'istituto, effettuati nel 2012 proprio mentre il Vaticano si era impegnato di fronte al mondo ad adottare le più severe normative internazionali antiriciclaggio.

Contemporaneamente, sempre la magistratura italiana ha chiuso le indagini riguardanti il direttore e il vicedirettore dello Ior, Paolo Cipriani e Massimo Tulli, accusati anch'essi di movimentazioni sospette di denari, in 14 operazioni avvenute tra il 2010 e il 2011, quindi di nuovo proprio mentre Benedetto XVI dava impulso a una generale opera di riordino e di pulizia degli uffici finanziari vaticani.

La conseguenza inesorabile di questi atti della magistratura italiana sono state le dimissioni di Cipriani e di Tulli. Cioè proprio dei due che nella primavera del 2012 l'allora presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi aveva preteso fossero rimossi, ritenendoli i veri responsabili dei malaffari dell'istituto. Ottenendo in cambio di essere lui estromesso brutalmente, il 24 maggio, dal board dello Ior su mandato del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone.

Su questo sfondo di macerie, papa Francesco ha preso di sua stretta iniziativa due provvedimenti. Il 15 giugno ha nominato "prelato" dello Ior, con pieni poteri, monsignor Battista Ricca, da lui conosciuto e apprezzato come direttore della Domus Sanctae Marthae dove ha scelto di abitare invece che negli appartamenti pontifici. E il 24 successivo ha istituito una commissione d'indagine sullo Ior, a lui referente, composta di cinque personalità esterne e autorevoli, tra cui l'ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede e docente di diritto a Harvard Mary Ann Glendon.

Sfortunatamente, però, quando papa Francesco ha istituito questa commissione, aveva già scoperto di aver clamorosamente sbagliato la prima nomina, quella del "prelato". Nei giorni immediatamente precedenti, incontrando i nunzi vaticani venuti da tutto il mondo a Roma, aveva avuto infatti da alcuni di loro informazioni incontestabili sulla «condotta scandalosa» di cui monsignor Ricca aveva dato prova nel 2000 in Uruguay, quando prestava servizio presso quella nunziatura, dalla quale fu bruscamente rimosso per essere infine richiamato a Roma.

La poltrona vuota al concerto del 22 giugno offerto in onore del papa rimase tale forse anche per il dolore provato da Francesco alla scoperta di questo suo errore, incontrando i nunzi in quelle stesse ore e giorni, e per l'ansia su come porvi rimedio. Nessun papa è infallibile. Nemmeno il più amato da tutti.

 

 

JORGE BERGOGLIO PAPA FRANCESCO JORGE BERGOGLIO bergoglio esorcista CARDINALE TARCISIO BERTONE Monsignor Battista Mario Salvatore RiccaRICCARDI E MONSIGNORE TORRIONE NICCOLO QUINTO SEDE DELLO IOR Il torrione Niccolò V, sede dello Ior niccolovJOSEPH RATZINGER E GIOVANNI PAOLO II jpegGiovanni Paolo II e l'allora Cardinale Joseph Ratzinger

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