1- SE CI FOSSE ANCORA LA LEGA DI BOSSI AVREBBERO RIPESCATO L’AMPOLLA PER RINGRAZIARE IL DIO PO PER IL MEGA-PACCO CHE LA ROMA DI TOTTI HA BECCATO DAGLI AMERICANI 2- UN ANNO FA JIMMY PALLOTTA E TOMMY DIBENEDETTO ERANO SBARCATI CON L’ARIA DEGLI ZII D’AMERICANA, RICCHI SCEMI IN CERCA DI GLORIA, PRONTI A COMPRARSI PURE LA FONTANA DI TREVI. INVECE, I DUE CACIOTTARI L’HANNO MESSO NEL SEDERE DI TUTTI, A PARTIRE DA UNICREDIT CHE PENSAVA DI AVER SBOLOGNATO A QUALCUNI I DEBITI DI SENSI, PER FINIRE AI TIFOSI CHE SI RITROVANO, ALLA POSTO DELLA “MAGGICA”, LA “TRAGGICA” 3- LOS AMERICANOS HANNO FATTO SAPERE CHE NON CACCERANNO UN DOLLARO E DELLA RICAPITALIZZAZIONE PREVISTA (TRA 10 E 30 MILIONI) SE NE RIPARLA A FINE STAGIONE 4- DISPERATA CACCIA DI UNICREDIT A UN TERZO SOCIO FORTE DA FAR ENTRARE NELLA ROMETTA

1- LA FAVOLA DEGLI AMERICANI A ROMA - I DUBBI (NON SOLO) DEI TIFOSI. E ANCHE TOTTI IRONIZZA
Goffredo Buccini per il Corriere della Sera

Massimo D'Alema, che di finanza non pare certo all'oscuro, si lasciò strappare il suo autorevole viatico da tifoso sulle colonne del Romanista: «Sarò preoccupato fino alla firma di Pallotta. È lui l'americano coi soldi». Si era ad aprile d'un anno fa, poi Jimmy Pallotta firmò davvero nel giro di due settimane, tra grida di giubilo su entrambe le sponde dell'Atlantico: uomo forte della cordata di Tommy DiBenedetto nel rilancio della Roma Calcio, mica bruscolini.

«Passione, efficienza, linfa vitale della nuova società», scrissero gli apologeti suoi e della Magggica. Più d'un anno è passato. E siccome un vecchio adagio vuole che «a Roma manco er fesso è fesso», i romani di cuore giallorosso cominciano a soppesare con perplessità la cordata degli homines novi, e in particolare lui, il tostissimo affarista che ha gestito negli Stati Uniti hedge fund dai nomi significativi (Raptor, Raptor Global, Raptor Evolution) e che, quando è arrivato a Trigoria ad illustrare il piano «Nuova era», ha tuonato al personale lì riunito, dal direttore generale Baldini all'ultimo magazziniere: «Non dovrete mai avere paura, guardate me!», e s'è buttato vestito nella piscina scoperta e gelida (era gennaio).

L'hanno guardato, sì, ma come un matto. E di recente capitan Totti, che ormai interpreta la romanità romanista con meno peli sulla lingua di Pasquino, ha lasciato andare il freno quando gli hanno chiesto notizie del padrone americano: «Pallotta? Boh! Dal tuffo in poi non s'è più visto, magari è affogato».

Totti bisogna prenderlo seriamente, quando scherza. Perché la Capitale, abituata a metabolizzare papati, invasioni e rivoluzioni (e volendo persino qualche marziano, come nel racconto di Flaiano), pare avere già triturato anche il grande sogno d'una squadra che si reggesse su merchandising, marketing, nuovo stadio di proprietà, gemellaggi calcistico-turistici, insomma tutta roba molto lontana dall'ultimo scudetto cacio e pepe targato Sensi e soprattutto dal core de sta città vendittiano. I soldi, poi, ci saranno?

«Qua non è questione nemmeno dei soldi che non ci mettono», dice Enrico Vanzina, romanista da mezzo secolo: «Abbiamo avuto pochi presidenti illuminati, molti caciottari, alcuni di regime, ma non m'era mai capitato di vedere un'assenza totale di presidenza. Questa presidenza virtuale dà un senso di precarietà assoluta, sembra un'operazione delle banche come molte cose italiane di questo periodo».

Già sulla presidenza s'è consumata una bella parte della soap americana. Perché sulla carta il presidente sarebbe ancora Tommy DiBenedetto, ma tutti dicono che non conti un tubo da quando Jimmy Pallotta gli ha fatto fuori le deleghe piazzando i suoi uomini in consiglio d'amministrazione.

La favola dei primi mesi, molto costruita attorno a DiBenedetto, raccontava di questi quattro amici bostoniani: con Tommy e Jimmy, Ricky D'Amore e Micky Ruane, tre italo-americani e un irlandese, una scommessa nata quasi al bar di Hanover Street, North End. DiBenedetto era accreditato di solidi contatti persino con la Cia, essendo chairman della «Jwi», il cui fondatore ha lavorato una vita nell'Agenzia.

Tra scetticismo e attesa messianica, l'onda lunga di Tommy è stata prosciugata da Jimmy, accreditato di un patrimonio da un miliardo di dollari e di una forte propensione al miracolo sportivo avendo riportato alla vittoria cestistica i Boston Celtics. I «pallottiani» Brian Klein e Mark Pannes sono entrati nei piani alti della società di cui Unicredit continua a mantenere il 40 per cento (erogando ancora credito prezioso). David Thorne, l'ambasciatore di Obama a Roma, ha garantito: «Gente seria, faranno grande la vostra squadra». Ma la distanza è rimasta siderale: più che il marziano di Flaiano, Alien.

«Come si dice, è ora che si diano una mossa 'sti americani», sbotta Pippo Marra, papà dell'agenzia di stampa Adnkronos e da diciott'anni membro del cda romanista («una missione»): «Roma chiama Washington, l'idea d'una squadra fatta da americani di origine italiana è una chance. Ma io non credo a società senza cuore e anima. E Totti interpreta l'anima della Roma».

La città è stralunata dalla campagna acquisti (perso Borini, svincolato Juan, chissà quando mai arriveranno i campioni che Totti vorrebbe): le radio sono spaccate. Pare che il mitico «Marione», da sempre sensiano doc, stia con Centro suono sport sulla sponda del fiume a vedere passare il cadavere degli yankee, avversato da Teleradio Stereo. In mezzo, il popolo secondo cui «la Roma non si discute, si ama», incastrato nella variante di Zeman: che conta, eccome.

Sulle spiagge di Ostia e Fregene spuntano le magliette arancioni «Habemus Zeman», e molti pensano che il boemo più amato nella Capitale sia il parafulmine perfetto per un progetto societario che stenta. Antonello Venditti, che passa appunto per uno zemaniano di ferro, sfugge con una risata alle domande sugli americani: «Dai, sto in ferie!». Non possiamo non dirci zemaniani, insomma, il resto verrà... Certo, criticare è facile, dimenticando il punto di partenza: una voragine di debiti.

Ora la Roma affronta la tournée negli States: Chicago, Boston, New York. Per la terza tappa si è faticato a trovare l'avversario: le big vogliono soldi e alla fine si è optato per una rappresentativa del Salvador dopo la pazza idea di un derby con la Lazio. La vulgata del tifoso raziocinante sostiene che «questi non ci mettono i soldi ma almeno hanno il knowhow», che però dalle parti del Testaccio suona come una parolaccia.

Dal punto di vista della gestione extra-calcistica molte cose sono migliorate: lo stadio più fruibile per le famiglie, gli sponsor, l'ottimo accordo con la Disney (Totti e compagni andranno ad allenarsi a Orlando nella pausa invernale) che ha fatto ingelosire Barbara Berlusconi e il Milan. Il problema è che tocca poi giocare a pallone. «Senza quattro o cinque campioni non vai da nessuna parte», medita Gigi Proietti: «Ma a Roma ne abbiamo viste di tutti i colori e mica solo nel calcio».

Massimo Ghini taglia corto: «La nostra Storia, con la esse maiuscola, ci ha viziati: crediamo che c'è subito una persona pronta a fare tutto. E comunque, coi guai che ha il Paese, questa mi sembra l'ultima delle nostre preoccupazioni». Sarà, ma i laziali intanto sorridono, ricordando come l'unico Pallotta che si veda davvero a Roma sia quello della famosa trattoria di Ponte Milvio: lazialissimo. In un derby che qui dura 365 giorni, la provocazione è pane quotidiano. Betty Davis avrebbe detto: allacciate le cinture, sarà un bumping ride, un volo burrascoso. Con Tommy e Jimmy ci vuole minimo il paracadute.


2- UNICREDIT, NESSUN AUMENTO PER LA ROMA - DELLA RICAPITALIZZAZIONE PREVISTA (TRA 10 E 30 MILIONI) SE NE RIPARLA A FINE STAGIONE
Marcello Zacché - il Giornale


Unicredit non spende altri soldi per la Roma: «Per ora nessun aumento di capitale », dice al Giornale Paolo Fiorentino, direttore operativo della banca. Per l'iniezione di risorse finanziarie la squadra di calcio della capitale dovrà aspettare il giugno prossimo.

I grandi soci (gli americani che hanno rilevato il controllo della società, James Pallotta e Thomas Di Benedetto, hanno il 60%, mentre Unicredit detiene il 40% della holding Neep, che a sua volta custodisce il 78% di As Roma) non hanno intenzione di tirare fuori né punti né pochi dei 30 milioni di capitale aggiuntivo previsti come impegno futuro un anno fa, al passaggio di proprietà della società venduta dai Sensi.

La prima parte della ricapitalizzazione, pari a 50 milioni, era contrattuale ed è già stata effettuata proquota. Ma per i restanti 30, che i tifosi e forse lo stesso allenatore Zeman avrebbero voluto vedere subito, se ne riparlerà sulla base del bilancio sportivo e finanziario della stagione 2012-13.

D'altra parte per Unicredit - che è socio di minoranza,ma è la banca­che ha gestito l'intera operazione, avendo ereditato da Capitalia le sorti del gruppo Italpetroli - rimane concentrato a rientrare dell'esposizione sia azionaria (circa 60 milioni), sia creditizia (almeno 30 milioni) e questo non è certo il momento per mettere nuovi milioni nel calcio.

L'ad Federico Ghizzoni ha già quantificato in 12 milioni la svalutazione della Roma: prima di tirare fuori altri soldi ci vuole vedere chiaro. E ai soci Usa (che finora hanno investito in tutto 70 milioni) va bene così. La banca rimane comunque il punto di riferimento per i giallorossi, con il proprio coo (chief operating officer), Paolo Fiorentino appunto, che siede nel cda e nel comitato esecutivo della Roma per tenere ogni sviluppo sotto controllo.

Anche perché per Unicredit l'obiettivo è quello di trovare un terzo socio forte, da far entrare riducendo la propria quota di almeno il 20%, magari il 30%. Lo conferma Fiorentino che punta «a chiudere l'operazione entro il giugno prossimo». Individuando «un azionista o secondo un criterio geografico (magari dalle parti di Asia, Golfo persico, dove cresce l'interesse per il calcio europeo, ndr ), o settoriale, puntando per esempio sul partner immobiliare con il quale affrontare la partita del nuovo stadio».

In proposito Fiorentino non si sbilancia perché troppi sono gli interessi, nella capitale, intorno alla costruzione di un nuovo impianto. Per questo il dossier-stadio è stato affidato a un'agenzia, Cushman & Wakefield, per individuare sito e modalità più opportune, in attesa che la legge sugli stadi, già passata alla Camera, sia licenziata anche dal Senato. Le location possibili sono un paio, ammette Fiorentino, che però non vuole dire di più.

Nell'attesa i tifosi (che giovedì sono andati in 15mila all'Olimpico per la presentazione) si preparino a una stagione costruita su Zeman e De Rossi (per il quale la società ha fatto già una la «pazzia», rinnovando il contratto con un costo aziendale stimato in 60 milioni in 5 anni); naturalmente su Totti; su qualche giovane della Primavera da lanciare come Verre e Tallo; e su Burdisso punto fermo.

Poi la possibilità di qualche colpo sul mercato dipenderà dalla capacità di tagliare gli ingaggi considerati insostenibili, come già deciso per Cassetti, Pizarro, Gago, Juan e qualcuno dei tanti portieri. Destro sembra a un passo. Poi si vedrà. D'altronde Fiorentino è convinto che la strategia di Unicredit per la Roma debba essere in linea con la dottrina Milan-Inter.

Ed è quella di abbassare subito il monte ingaggi dai 105 milioni di partenza almeno sotto ai 100. Per poi arrivare al prossimo anno a quota 86-87, puntando su giovani con costi bassi e contratti lunghi. Una sorta di asset management della squadra che comunque richiede­rà nel giugno prossimo la ricapitalizzazione, da quantificare tra i 10 e i 30 milioni.

Anche perché, nel frattempo, la banca punta ad aver chiuso con il progetto dello stadio e con il nuovo socio, e quindi essere scesa al 20% o forse anche meno, in modo da partecipare alla ricapitalizzazione in misura minima. Quasi fuori da una partita ereditata da altri, di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

 

 

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