ASPETTANDO ‘’DJANGO UNCHAINED’’/3 - IL SUCCESSO DI “DJANGO” DI SERGIO CORBUCCI SCATENÒ UNA VERA E PROPRIO ‘DJANGO FEVER’ TRA GLI SPAGHETTARI-WESTERN NON SOLO ITALIANI – OLTRE AUNA CORSA AL SEQUEL, VERO O TAROCCO, QUALSIASI FILM, ANCHE SE NON C’ENTRAVA NULLA COL FILM DI CORBUCCI, DOVETTE AVERE UN DJANGO NEL TITOLO E QUALSIASI PISTOLERO, ITALIANO, AMERICANO, FINTO AMERICANO, SPAGNOLO, DIVENNE DJANGO….

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TUTTI I DJANGO DEL MONDO
Marco Giusti per Dagospia

sergio corbuccisergio corbucci sergio corbuccisergio corbucci

Il successo di "Django" di Sergio Corbucci scatenò una vera e proprio Django Fever tra gli spaghettari non solo italiani. Al punto che, come per il Ringo di Giuliano Gemma, non solo si arrivò a una corsa al sequel, vero o tarocco, ma qualsiasi film, anche se non c'entrava nulla col film di Corbucci, dovette avere un Django nel titolo (un titolo, allora, rappresentava il 50% del successo di un film) e qualsiasi pistolero, italiano, americano, finto americano, spagnolo, divenne Django.

Anche se si chiamava John, Johnny, Jack o Brian. Il fatto poi che il produttore Manolo Bolognini avesse litigato con Sergio Corbucci proprio dopo il successo del film, portò a una serie di sequel e prequel, diretti da Ferdinando Baldi, buoni, ma imparagonabili come successo al primo film. Non solo. Già sul set di "Texas, addio, che doveva essere il primo di due sequel di "Django", Franco Nero venne messo sotto contratto dalla Warner Bros per il ricchissimo musical americano "Camelot", battendo star come Terence Stamp o Alain Delon. Lì troverà l'amore, Vanessa Redgrave, e il successo internazionale, ma noi perderemo il Django originale.

django franco nero sergio corbucci  begydjango franco nero sergio corbucci begy

Col posto libero si scatenò la guerra al nuovo Django. Bastava il vestito nero, il mantello, la barba sfatta, gli occhi cerulei, un nome finto e, soprattutto, un cappello. Manolo Bolognini lo fece fare a Lucio Rosato nel musicarello "Little Rita nel West" diretto da Ferdinando Baldi. Poi costruì Mario Girotti, col nome di Terence Hill, come il nuovo Django nel prequel del personaggio, "Preparati la bara". Ma aveva troppo la faccia da buono. Ci riprovò ossessivamente con Leonard Mann e Peter Martell. Ci provarono anche Gianni Garko, George Hilton, Ivan Rassimov, Glenn Saxson.

djangodjango

Ci furono decine di Django in tutto il mondo. Anche turchi e brasiliani. Ma dove davvero esplose la Django Fever fu nel Terzo Mondo, dove venne visto come il vendicatore di interi popoli e razze emarginate. E' lì che che il Django nerovestito interpretato da Franco Nero, quindi "nero", in lotta con i razzisti incappucciati di rosso, diventa l'emblema della lotta al razzismo americano e al capitalismo. Boom! Così in Giamaica, oltre a dar vita a un film incredibile, "The Harder They Fall", dette vita a una serie di incredibile reagge dalla fine degli anni '60. Di seguito, tra figli e figliastri, i tanti Django del cinema.

IL QUASI SEQUEL UFFICIALE
Dopo il grande successo di Django, Manolo Bolognini propone a Franco Nero, che aveva un contratto per tre film, il sequel, chiamato in fase di lavorazione Viva Django. Richiama lo stesso cast tecnico, Franco Rossetti come sceneggiatore, Enzo Barboni alla fotografia, Carlo Simi costumista.

Al posto di Sergio Corbucci, con cui aveva litigato, chiama Ferdinando Baldi, che aveva fatto qualche peplum, mai un western. "Aveva il difetto di non fare mai i dettagli delle scene", ricorda Bolognini. "Dovevo stargli molto dietro. Il film alla fine era buono, ma aveva dentro un po' di mosceria. Django aveva un'altra grinta."

Per Baldi girare un western era una cosa totalmente nuova. In realtà ammette di non averli mai amati particolarmente. "Questo fu ispirato al mondo classico, e metteva in scena il rapporto tra padri e figli. Tutto rivisitato in termini western. Ma il film venne abbastanza bene e ebbe un grande successo". Non si capisce perché perse il titolo di Viva Django e il personaggio venne chiamato Burt Sullivan, perdendo nel corso del film ogni connotazione djanghistica.

franco nero e djangofranco nero e django

Anche se dell'eroe corbucciano rimane un po' di vestito nero, il cappello sugli occhi. È probabile che il film, che andò bene, ma non trionfò come "Django", abbia molto sofferto in fase di sceneggiatura, visto che Augusto Caminito mi ha rivelato di averci lavorato un po' per rimetterlo a posto. Franco Rossetti ricorda che "Il film stentava un pochino a mettersi in moto. Era corretto, intendiamoci. Ma alcune cose, come la strage finale, non mi piacevano. Ma allora il western si faceva così. Baldi e Manolo Bolognini insistevano su questa strada, che era nell'aria.

Allora circolava la battuta, tra noi sceneggiatori, quando si scriveva: ‘E qui ci mettiamo uno sparo, uno sparo è meglio di niente'. Comunque aveva una gran bella fotografia, una bella scenografia di Scaccianoce, che veniva dai film del fratello di Manolo, Mauro. Insomma il film era dignitoso. Ma poteva venire meglio".

Durante la lavorazione, Franco Nero viene chiamato a Hollywood, invitato da Jack Warner ("Fermi tutti, abbiamo trovato Lancillotto!" sembra che abbia detto, leggendo le cronache del "Messaggero") per girare Camelot di Joshua Logan assieme a Vanessa Redgrave. Baldi ricorda a proposito che venne addirittura Joshua Logan a vedere l'attore mentre stavano girando in un castello nella Macha.

DjangoDjango

"Fece molti elogi a Franco Nero, ci disse: lo voglio, lo voglio! Noi, che avevamo degli impegni con la Euro per fare altre due o tre film con lui ci trovammo improvvisamente senza protagonista per i prossimi western. Fu questo il motivo per cui dopo ci rivolgemmo a Mario Girotti." Don Powell (dopo il Rocky Roberts di Django) canta "Texas Goodbye" di Powell-Abril.

Il prequel di Django
Mario Girotti diventa Terence Hill e si trasforma in un Django nerovestito a imitazione di Franco Nero nel prequel ufficiale di "Django", "Preparati la bara!" (1967), diretto da Ferdinando Baldi.
La produzione è la stessa, con tanto di fotografia di Enzo Barboni alla Django e sceneggiatura di Franco Rossetti. E il titolo per l'esportazione era appunto Viva Django. Mancava solo Franco Nero, che era stato contrattato proprio da Manolo Bolognini per tre film, e di questi il primo era Django, seguito da Texas, addio e da questo, che si decise poi di affidare all'emergente Terence Hill quando Nero mollò tutti per girare con Joshua Logan Camelot assieme a Richard Harris e Vanessa Redgrave battendo rivali prestigiosi come Terence Stamp, Alain Delon e Jean Sorel. Girotti-Hill, che con Baldi e Bolognini aveva già girato il musicarello western Little Rita nel West, era stato costruito proprio come nuovo Django. Baldi ricorda che il produttore pensò a uno scherzo quando vide la foto di Terence Hill truccato da Nero e, comunque, gli venne rifilato come un vero attore americano.

E' un vero e proprio prequel di Django, dove l'eroe si trasforma da pistolero a "portatore di bara". Non a caso ha tutto l'armamentario del primo Django, compresa la bara che nasconde la mitraglia. Molto interessante anche filologicamente, per molti è il migliore dei sotto-Django. Franco Rossetti lo ricorda come il migliore degli western che scrisse per Manolo Bolognini e poi diretti da Baldi. "Come idea non era male. Mi sembra meglio di Texas, addio, anche la storia era un po' più saporita. Il problema era che poi tutto finiva con la strage, la sparatoria.

Django Franco NeroDjango Franco Nero

Questi film erano un po' viziati da questa imposizione. Lo stesso Baldi era molto sensibile alle esigenze spettacolari. Rispetto a Sergio Corbucci, Baldi era più corretto, ma meno grintoso. Sergio se acchiappava una cosa e prendeva il verso giusto aveva più grinta." Va detto, però, che Terence Hill non era proprio adatto a fare il pistolero assetato di sangue. Nel 2006 il curioso gruppo Gnarls Barkley, formato dal cantante nero Cee-Lo, ex rapper dei Goodie Mob, e Brian Burton, dei Gorillaz, lanciano "Crazy", un pezzo che finisce secondo nelle classifiche inglese per due mesi, che è una rielaborazione dichiarata del tema principale di Reverberi per il film

Figli di Django
Uno solo e poco fortunato. E' quello un po' hippy che si inventa Osvaldo Civirani in "Il figlio di Django" (1967), interpretato da Gabriele Tinti, allora fidanzato con Norma Bengell, poi marito di Laura Gemser, nel suo unico western. La critica: "Alla fine, fra tanti morti, Jeff resta vivo, ma può darsi che qualcuno lo faccia fuori durante l'estate, per poter preparare in inverno Il nipote di Django"

Django solo di nome
Tra i primissimi troviamo l'americano James Philbrook in "Django cacciatore di taglie" (1965) dell'argentino Léon Klimovsky. Il suo personaggio si chiamava Sam Foster. Diventa Django solo per l'edizione italiana.

Anche l'americano George Montgomery in "Django killer per onore" (1965) dell'americano Maury Dexter, produzione spagnola della Fenix Film, si chiama in realtà Reese O'Brien. E' Django solo nella distribuzione italiana e francese. Il titolo originale spagnolo era El proscrito de Rio Colorado.

In "Django non perdona" (1965) dello spagnolo Julio Buchs, il protagonista John Clark (in realtà lo spagnolo Hugo Blanco) si chiama Peter. E' anche meticcio, e infatti nell'edizione originale il film si chiama "El mestizo".

Glenn Saxson, l'olandese Roel Boes appena arrivato in Italia, diventa Django nel divertente "Django spara per primo"(1966) con la regia di Alberto DeMartino. Ma il suo personaggio, che si chiama Glenn Garvin, è in realtà quello di D'Artagnant in chiave western. Alberto Lupo è Portos e Nando Gazzolo Richelieu. L'idea, non firmata ma pagata, era di Age. Dino (lui!) canta "Dance of Danger". Grande l'omaggio reggae degli Upsetters e di Lee Scratch Perry, "Django Shoots Frist", 1968. Saxson non funzionò come Django, ma con la maschera divenne un buon Kriminal.


"Chi devo ammazzare?! Ah Ah Ah!!". Il monolitico Gordon Mitchell, già forzuto di Mae West e dei nostri peplum, si ritrova bollato come Django senza accorgersene nel poverissimo "Nato per uccidere" (1967), di Tony Mulligan, alias Antonio Mollica, che, dopo il successo di "Django" diventa, in tutta fretta,"Django, nato per uccidere". Non si fa a tempo a ridoppiare il film cambiando al cattivo Gordon Mitchell protagonista il nome di Rod Gordon per farlo chiamare Django. Una sola.

Gianni Garko passa da Brian a Django per dovere di distribuzione nell'interessante "I vigliacchi non pregano" (1968) di Mario Siciliano.

Giacomo Rossi Stuart, padre di Kim, col nome di Jack Stuart diventa Django, anche se nel film si chiama Johnny, in "Uccidi Django... uccidi per primo!" (1971) diretto da Sergio Garrone, che proprio non se ne ricorda di averlo girato. Aldo Sambrell fa il cattivo Santana.



Nel curioso, poverissimo giallo western girato a Barbarano Romano "Hai sbagliato... dovevi uccidermi subito!" (1973) di Frank Bronston, alias Mario Bianchi, il vero americano Robert Wood, già meticcio Pecos, diventa lo sceriffo Django Ginzburg (!!!) che indaga su una serie di delitti fingendosi di essere tal Jonathan Pinkerton dei Lloyds di Londra... Uno dei serpenti assassini si chiama Sartana...


Sotto Django di classe

Gianni Garko, prima di diventare Sartana, interpreta Django per Romolo Guerrieri in "10.000 dollari per un massacro" (1967). Il produttore Luciano Martino lo vedeva come sequel non ufficiale di "Django". Il primo titolo era infatti 7 dollari su Django, e aveva chiamatop come protagonista femminile la Loredana Nusciak del "Django" originale. Gianni Garko viene ribattezzato Gary Hudson ("una via di mezzo tra Gary Cooper, che era il mio attore preferito e Rock Hudson, che piaceva molto al produttore Luciano Martino") Garko però giura che al tempo non aveva affatto visto Django.

Anche il brasiliano Anthony Steffen, alias Antonio De Teffé, ci prova come sotto Django. Si chiama Django Reagan, in "Pochi dollari per Django" (1966) firmato dal vecchio argentino León Klimovsky , ma diretto in gran parte da Enzo G. Castellari su pressione del padre, Marino Girolami, produttore ("per Klimovsky era tutto bueno"). Di "Django" c'è poco e nulla.

Poi nel coltissimo "Django il bastardo" di Sergio Garrone, fratello dell'attore Riccardo. Va detto, però, che lo stato di culto è più dato dall'ambientazione malsana e da una regia da horror che dalla costruzione del personaggio. Steffen non ha la forza del Django originale di Franco Nero, ma l'idea di fare uno spaghetti horror, tutto ambientato in una notte in un villaggio deserto, è notevole. Django torna dalla guerra, ma forse anche dalla morte, per vendicarsi di tre soldati sudisti che hanno tradito il suo gruppo in battaglia. Django ha un poncho nero, che lo fa sembrare un pipistrello. Per ogni uomo da uccidere, Django incide prima la data su una croce. Quando alla fine la bella Rada Rassimov gli dice che saranno ricchi insieme, Django conclude che non vivranno per sempre e poi scompare nel nulla. Del resto, alla domanda di rito "dove andrai straniero", aveva già risposto: "All'inferno... e ti assicuro che non ci sta bene!". Garrone spiega che il finale così ambiguo è ovviamente voluto. "Alla fine tu non sai se Django è vero o no, se è un sogno, un fantasma... Il personaggio non ha comunque una valenza reale". Il film, è spesso stato citato come fonte d'ispirazione per il capolavoro di Clint Eastwood High Plains Drifter (1972).


Anthony Steffen torna a interpretare una specie di Django nella rivoluzione nel revenge movie abbastanza curioso"Viva Django" (1971) diretto da Edoardo Mulargia. Per la prima volta Django ha una moglie. Morta. Per questo è in giro a vendicarsi. Ma Django sposato non si può vedere.



Pasquale Squitieri, col nome di William Redford, si lancia in un "Django sfida Sartana" (1969), remake western di "Ercole sfida Sansone", con Tony Kendall (alias Luciano Stella) come Django e Giorgio Ardisson come Sartana. Primo dei due western girati da Pasquale Squitieri ai suoi inizi. "Li feci prima di tutto per denaro e poi perché non avendo frequentato scuole di cinema avevo bisogno di fare esperienza" (Squitieri). Ma Squitieri era ancora alle prime armi e non particolarmente adatto al genere. Come ricorda il produttore Roberto Bessi: "Squitieri aveva in testa di fare un western alla Sam Peckinpah e girò moltissimo. Allora lo abbiamo dato a un montatore esperto, come Amedeo Giomini, che lo ha montato molto stretto, a un'ora. Così era troppo corto e abbiamo chiesto a Sergio Garrone di girare qualche scena in più per fare metraggio."

Djanghi poveri delle campagne laziali

L'americano Jack Betts, lanciato in Italia come Hunt Powers, dopo un paio di buoni western precipita nel girone infernale del western poverissimo prodotto, scritto e diretto da Demofilo Fidani . Diventa Django nel confusissimo "Quel maledetto giorno d'inverno, Django e Sartana all'ultimo sangue" (1970), diretto da Fidani come Miles Deem. C'è anche un giovane Fabio Testi, lanciato col nome di Stet Carson, come Sartana. Ma solo alla fine ci viene spiegato che i due attori interpretano Django e Sartana.


L'italiano Franco Borelli, col nome di Chet Davis, diventa Django in "Arrivano Django e Sartana... è la fine!( 1970), firmato da Dick Spitfire, alias Diego Spataro, ma in realtà diretto da Demofilo Fidani. Hunt Powers è Sartana. Film dal vuoto mostruoso. Non a caso ci sono un po' di scene di ricupero da ...e vennero in quattro a uccidere Sartana. Fidani in stato di grazia. Ovunque bollato come "uno dei peggiori western mai fatti" con "lunghi intervalli di niente assoluto". Il fatto più folle è che non c'è nemmeno il duello finale con Django e Sartana lanciato da tutti i titoli internazionali


Il romanissimo Nino Scarciofolo, ribattezzato Jeff Cameron, diventa Django in "Anche per Django le carogne hanno un prezzo" (1971), diretto dal disastroso Paolo Solvay, alias Luigi Batzella.
Per tutto il film Django, cioè il terrificante Jeff Cameron non fa altro che ordinare bare. Grandissimo il trailer dove lo si definisce "un film di azione che esalta la psicologia di ogni uomo che si riconosce in Django". La poca critica che si può leggere a riguardo lo stronca inesorabilmente: "orrendo", "noioso e miserabile", "anche vestiti e scenografie sono pessimi", "inferiore senza speranza", "orribile è la parola giusta per questa atrocità".

Il siciliano Dino Strano, nascosto dal nome western di Dean Stratford, chiamato dagli amici Dino Strange of Centocelle Town, diventa Django Randall detto Trinità (già questo...) in "Allegri becchini... arriva Trinità" (1971, ma uscito nel 1973), poverissimo western girato da Fernando Merighi a Wester Town, il villaggio western di Gordon Mitchell vicino Zagarolo. Dean Stratford-Dino Strano ha una parrucchetta bionda terribile, mentre lo stuntman romano Amerigo Gastrichella si fa chiamare Gastry Gay...


Il culturista americano Brad Harris, arrivato coi peplum, diventa Django o Durango, a seconda delle versioni, nel confuso "Seminò la morte... lo chiamavano il castigo di Dio" (1972) firmato da Robert Johnson, alias Roberto Mauri.


Django turco
Django diventa Cango, ma si pronuncia Django nel film turco "Cango Korkusuz Adam - Ölum Suvarisi" (1967) di Remzi Jonturk con Tunc Oral protagonista. Il titolo, tradotto letteralmente, è Django, cavaliere della morte.

Django brasiliano
Zé Mojica Marins, più noto come Zé do Caixao, il re dell'horror brasiliano diventa Django nel bangue-bangue, cioè lo spaghetti western paulista "D'Gajao mata para vingar" (1972)

Alla ricerca del nuovo Django
Nel tentativo di trovare un nuovo Django e un nuovo Franco Nero, dopo la prova Terence Hill, Manolo Bolognini arriva all'italo-americano Leonard Mann, alias Leonadro Manzella, che diventa Ciakmull in "Ciakmull, l'uomo della vendetta" (1969), primo western diretto da E.B. Clucher, il mitico Enzo Barboni, già direttore della fotografia di "Django", scritto dal vero sceneggiatore di "Django", Franco Rossetti, assieme a Mario Di Nardo e all'attore Luigi Montefiori. Il nome Ciakmull, secondo Lucio Rosato, che fa il cattivo del film, che è poi il nome di una divinità azteca, venne trovato dallo scrittore Giovanni Testori, pazzo di uno degli attori. "Manolo", ricordava Barboni, "si accorse che avevo dato una grossa mano al povero Corbucci sul set di Django e siccome Sergio era uno lento che la tirava un po' lenta, diede a me la possibilità di girare il film ed io accettai volentieri." Barboni arriva in pratica all'ultimo momento sul film, visto anche che era stato preparato da Ferdinando Baldi, che aveva girato poco prima il prequel "Preparati la bara". Visto oggi sembra quasi un provino per chi avrebbe potuto rifare il Django di Franco Nero fra Leonard Mann, Peter Martell e Luigi Montefiori. Nessuno dei tre, va detto, funziona benissimo come simil Django. Mann, ricorda Lucio Rosato, era bravino, ma un po' "il primo della classe". Martell, come ricordano tutti, era un pazzo, sempre su di giri. Montefiori è ancora negativo sul voler a tutti i costi puntare sui sotto Django. "C'era questa fissa di voler riproporre sempre gli stessi personaggi. Non riuscivano a capire che bisognava andare oltre".

I quasi Django

Col nome di Sean Todd ci prova a più riprese lo jugoslavo Ivan Rassimov (il vero nome era Ivan Dejerasimovic) a fare un simil Django. Prima in "Cjamango" (1967), diretto da Edward G. Muller, alias Edoardo Mulargia, ma scritto e prodotto dall'attore siciliano Vincenzo Musolino, che si nasconde sotto il nome di Glenn Vincent Davis. Poi nel più riuscito e poverissimo "Non aspettare Django, spara! (1967), sempre diretto da Mulargia, e scritto e prodotto da Musolino. E, ancora, nel sequel di "Cjamango, diretto dallo stesso Musolino, Chiedi perdono a Dio... non a me. Sembra che Andrea Camilleri abbia scritto un paio di film alla siciliana per Musolino. Non ricorda i titoli.
Sempre Sean Todd, alias Ivan Rassimov, diventa Django, ma si chiama per tutto il film Johnny Dall, in "Se vuoi vivere... spara! "(1968), opera prima di Sergio Garrone, che si firma Willy S. Regan.

Django da ridere

Franco Franchi è Django e Ciccio Ingrassia è Gringo in "I due figli di Ringo" (1966) firmato dal veterano Giorgio Simonelli, al suo ultimo film finito dal suo aiuto, Giuliano Carnimeo.

Lucio Rosato è Django nel musicarello western "Little Rita nel West" (1967) diretto da Ferdinando Baldi, ma scritto dallo sceneggiatore di "Django" Franco Rossetti, fotografato dal direttore della fotografia di "Django" Enzo Barboni e prodotto dallo stesso produttore di "Django" Manolo Bolognini. Rita Pavone, nei panni di Little Rita affronta una serie di pistoleri, da Ringo, un Kirk Morris (il veneziano Adriano Bellini) costruito a imitazione di Clint Eastwood al Django nerovestito con tanto di bara dietro di Lucio Rosato. In un primo momento era stato lanciato il cameo di Franco Nero, poi chiamato sul set di Camelot di Joshua Logan.

Django porno

Da non perdere il porno tedesco "Nude Django" (1968) firmato B. Ron Elliot con Peter Graf come Django. Mai arrivato in Italia. Titolo originale Django Nudo und die lusternen Madchen von Porno Hill.

Django Story
Il vero americano Jack Betts, che solo in Italia venne chiamato Hunt Powers, diventa Django, ma anche Hallelujah, nel confusissimo film di rimontaggio "Giù le mani... carogna" o "Django Story" (1971) di Demofilo Fidani, che si firma qui Lucky Dickinson. E' lo stesso Django, quasi in romanesco racconta la sua storia, cioè ci fa vedere scene dai vecchi film di Fidani. Anche Sergio Bergonzelli aveva in testa un Django story che non si farà mai a causa dell'interprete prescelto, Klaus Kinski, che se la svignò prima delle riprese.


Un po' Sartana un po' Django

L'urugaiano George Hilton interpreta Django nel pre-Sartana "Il momento di uccidere" (1967), primo film interamente diretto da Anthony Ascott, alias Giuliano Carnimeo. Quasi un giallo western, nato da un'idea di Enzo Castellari. Di Django c'è solo il nome. Carnimeo pensa un po' a Trinità e Hilton fa le prove per Sartana




L'unico sequel con Franco Nero nel ruolo di Django

Dopo anni di inutili tentativi, Franco Nero torna a essere il Django ufficiale nel tardissimo "Django 2" (1987) di Nello Rossati, che si firma Ted Archer. Prima di Tarantino porta Django a contatto con lo schiavismo. Impossibile, però, che Tarantino non l'abbia visto. La storia non è male e il cast neppure, ma i tempi sono cambiati e il film non fa una lira. L'operazione era nata qualche anno prima dopo il progetto di Tex e il signore degli abissi di Duccio Tessari. Avrebbe dovuto dirigerlo lo stesso Corbucci. Ma Tex andò male e Django 2 venne abbandonato. Riprese con la regia di Rossati e un set in Columbia dove Django diventa una specie di Indiana Jones. "Non si distingue dai film filippini di Margheriti o di Mattei per quanto riguarda i mezzi ed è un gradino più sotto per quanto riguarda l'inventività" (Della Casa). La storia vede un Django che vive in un monastero e pensa ai peccati del passato. Riprende la pistola quando scopre che è stata rapita da uno schiavista ungherese, tal Orlowsky, cioè Christopher Connelly, la figlia che non aveva mai saputo di avere. Orlowsky, un tempo ufficiale dell'imperatore Massimiliano in Messico, trasporta gli schiavi per la sua miniera. Amante e braccio destro di Orlowsky è una nera molto sexy armata di frusta, ma c'è anche una specie di Contessa interpreta dalla nostrana Licinia Lentini. Django, finito nella miniera, riesce a evadere grazie a Donald Pleasence, ritrova il suo mitragliatore nella bara come ai vecchi tempi e inizia la vendetta. Gran massacro finale.
La rivista "Psychotronic" fa notare che né in Messico né in Columbia, dove ufficialmente è stato girato il film, c'è mai stata schiavitù e, soprattutto, popolazione di colore. Come mai ci sono così tanti attori di colore nel film e anche le comparse, pur ben nascoste, sono nere? Perché il film, anche se non è mai stato ammesso, è girato in Sud Africa! Questa è la tesi della rivista. "Ma non è affatto vero", dice Sandro Mancori. "Lo abbiamo girato interamente in Colombia, tra Cartagena e Bogotà. Era stato il produttore a portarci là. Con Nello Rossati e col grande produttore colombiano Rafael Culzig avevamo girato un altro film in Colombia, Fuga scabrosamente proibita, con Eleonora Vallone. E così il materiale di quel film, il gruppo elettrogeno, stava ancora lì. Il vantaggio era soprattutto quello. Abbiamo portato pochissima roba dall'Italia". Per Tom Betts il film è un'occasione persa, "è stato riscritto come se fosse Rambo".

Djanghi mai girati

"Django non perdona" (1970) di Roberto Mauri con l'americanao Richard Harrison. "Nessuna pietà per Django" di Sergio Garrone...

Django giapponese

Ovvio. "Sukiyaki Western Django" (2006) di Takashi Miike con Quentin Tarantino che fa il pistolero Piringo e la canzone di Bacalov in versione giapponese. Non è un vero e proprio remake, quanto una stravaganza omaggio a un film molto amato. Cultissimo, non del tutto riuscito, ma molto divertente. La mitragliatrice c'è e anche l'eccesso di sangue e il massacro finale. Grande anteprima a Venezia.

Video Game

"Bokura no taiyô DS: Django & Sabata" (2006) di Ikuya Nakamura.

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