LA CANNES DEI GIUSTI - ‘JUPITER’S MOON’ È UN MISCHIONE DI METAFORA MISTICO-POLITICA DA PAESE EX-COMUNISTA E DI FILM DI SUPEREROI DI AMBIENTAZIONE ULTRAREALISTICA ALLA JEEG ROBOT (VI HO INTRIGATO, EH?) - L’IDEA È DI DOTARE DI SUPERPOTERI UN RIFUGIATO SIRIANO. FUNZIONA POCO NELLA SUA PARTE FILOSOFICO-POLITICA, MA LA COSTRUZIONE VISIVA È COSÌ FORTE CHE LO SEGUIAMO CON GRANDE INTERESSE FINO ALLA FINE

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Marco Giusti per Dagospia

 

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Cannes terzo giorno. Alla faccia del digitale! Ben sette film su quindici del concorso a Cannes sono girati in pellicola, tra questi Wonderstruck di Todd Haynes, The Beguiled di Sofia Coppola, Good Time dei fratelli Safdie, attesissimo e si dice bellissimo, l’altrettanto atteso Redoubtable di Michel Hazanavicious e questo interessante, ambiziosissimo Jupiter’s Moon diretto dall’ungherese Kornél Mundruczó, che diresse White God, e scritto da Kata Wéber, passato per la prima volta ieri sera.

 

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Jupiter’s Moon è un mischione di metafora mistico-politica da paese ex-comunista e di film di supereroi di ambientazione ultrarealistica alla Jeeg Robot (vi ho intrigato, eh?). L’idea principale è di dotare di superpoteri, visto che può volare e fa anche qualcosa di più, un rifugiato siriano, l’angelico Aryan, interpretato da Zsombor Jéger, dopo essere stato colpito da ben tre pallottole in corpo mentre cercava di attraversare il confine tra Serbia e Ungheria.

 

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Come una presenza angelica pasoliniana, si finisce sempre a Teorema, Aryan, bello e puro, sconvolge le persone che incontra, soprattutto un medico di Budapest, Stern, Merab Ninidze, che cerca di redimersi per aver ucciso un giovane operandolo da ubriaco. Ma sconvolge anche un bieco poliziotto, Laszlo, Gyorgy Cserhalmi, che gli darà una caccia furiosa per le strade della città. Stern, europeo che incarna tutte le nostre contraddizioni, è turbato dalla presenza di Aryan.

 

Prima cerca cinicamente di sfruttarne il superpotere per fare un po’ di soldi da offrire alla famiglia del ragazzo che ha ucciso e venire quindi riabilitato nella professione di chirurgo, poi ne capisce la forza e il valore simbolico. Forse se ne innamora pure, come Massimo Girotti con Terence Stamp. E cerca di proteggerlo, anche perché il ragazzo è accusato di un’azione terroristica sulla metropolitana che non ha commesso, ma che vede invece coinvolto il padre, scappato assieme a lui da Homs.

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Fra sensi di colpa e peccati da espiare, Mundruczó cerca di darci un ritratto dell’Europa di fronte ai profughi in fuga come se stesse guardando con un cannocchiale la luna di Giove, come da titolo, che si chiama appunto Europa, spingendo però molto sulle parti d’azione e sulle parte di effetti speciali, rivelandosi un  bravissimo regista sia negli inseguimenti che nelle scene fantastiche.

 

Il film funziona un po’ meno proprio nella sua parte filosofico-politica, ma la costruzione visiva è così forte che lo seguiamo con grande interesse fino alla fine. Niente male il nazistoide in cura da Stern con tanto di bandierona laziale che viene punito da Aryan come fosse un angelo della morte. Non sapevo che in Ungheria ci fossero laziali.

 

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