E LA CHIESA VA (PERCHE’ ESCLUDERE?) - ALLA PERIFERIA DI FIRENZE, ESISTE UNA PARROCCHIA IN CUI ANCHE I GAY DICHIARATI POSSONO FARE LA COMUNIONE - DON ALESSANDRO SANTORO SFIDA IL VESCOVO E GLI INVIA DUE LETTERE INVITANDOLO A “NON CONSIDERARE VERITÀ ASSOLUTE QUELLE CHE POI, COME È ACCADUTO IN PASSATO, LA CHIESA DOVRÀ RICONOSCERE COME ERRORE” - LE GERARCHIE ECCLESIASTICHE BOLLONO DI RABBIA...

Maria Cristina Carratu per "la Repubblica"

Per loro è stato un gesto intimo e silenzioso, ma le gerarchie ecclesiastiche potrebbero prenderlo come una sfida inaccettabile. Si chiamano Ambra, Alice, Silvano, Luciano e Davide, Irene e Cristina, e si sentono «persone qualunque», dicono, anche se «per la Chiesa non lo siamo del tutto».

Per la Chiesa ufficiale, almeno, visto che alle Piagge, quartiere fiorentino di periferia dove l'unico punto di riferimento per tante vite difficili è il Centro sociale Il Pozzo di don Alessandro Santoro, sono di casa, come persone e come credenti. E ieri, nel prefabbricato che ogni domenica si trasforma in chiesa, quando don Santoro ha fatto girare il calice con le ostie consacrate, anche loro, gli «esclusi», hanno fatto la comunione, insieme a tutti gli altri. Offrendo una sponda «al prete che ci ha fatto riavvicinare alla Chiesa», dopo anni di lontananza obbligata in quanto credenti omosessuali, condizione che il magistero bolla come «oggettivamente disordinata» e tale da precludere l'accesso ai sacramenti, in primis l'eucaristia.

Da anni alle Piagge gli omosessuali vengono «accolti», come anche il magistero raccomanda, però qui partecipano ai corsi prematrimoniali per i fidanzati, e possono fare la comunione senza che nessuno pretenda «certificati di omosessualità» con cui escludere dal sacramento i gay dichiarati.

Il clima di ieri, però, dentro la baracca del Pozzo, era decisamente diverso, perché era la prima domenica da quando è stata resa pubblica la seconda delle due lettere su «Chiesa cattolica e omosessualità», dopo quella sullo stesso tema inviata in settembre da tre preti e da una suora fiorentini (don Fabio Masi, don Giacomo Stinghi, suor Stefania Baldini, e dallo stesso Santoro) all'arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori.

Il quale, per singolare circostanza, è anche presidente della Commissione per il messaggio finale del Sinodo, dove dovranno trovare una qualche cittadinanza le aperture espresse nei giorni scorsi da alcuni vescovi sui divorziati risposati, anch'essi esclusi dai sacramenti.

Nella lettera, diffusa anche fra i parrocchiani e inviata a tutte le parrocchie di Firenze, i firmatari hanno annunciato di porsi in «obiezione di coscienza di fronte alle norme» del Catechismo della Chiesa sull'omosessualità (richiamate invece da Betori in risposta alla prima loro missiva) «per spingere tutti» hanno spiegato «a riconsiderare quella realtà allargando la riflessione». E ricorrendo a un termine che suona come una sfida al «si faccia purché non si dica» tollerato dalle autorità ecclesiastiche, pronte a scendere in campo quando la trasgressione diventa aperta e pubblica.

Come è avvenuto ieri alle Piagge, con grande soddisfazione di Luciano Tanganelli e Davide Speranza, 50 e 32 anni, sposati civilmente a New York e padri di due gemelli, o Cristina Ciulli e Irene Panzani che è incinta di sei mesi, sposate anche loro all'estero, «tornate in chiesa dopo anni di lontananza grazie a Santoro che ci ha accolto senza se e senza ma», o di Ambra Colacione, studentessa 21enne: «Dopo aver vissuto da piccola una fede convinta, dai 15 anni, quando mi sono dichiarata, ho sentito solo condanna» spiega, «ora finalmente faccio di nuovo la comunione, con uno spirito diverso», di Silvano Santi, anche lui studente, che pone «il nostro problema in un quadro più generale, che riguarda il modo in cui la Chiesa è Chiesa».

Di obiezione di coscienza non si parlava ancora nella prima lettera all'arcivescovo, in cui i tre preti e la suora, citando molti passi biblici, sottolineavano come la Scrittura «offra una cornice più alta» della sola condanna (presa invece a riferimento dal Catechismo) «in cui porre anche questo aspetto della vita», cioè l'omosessualità.

E che il «cammino della scienza», la «nuova sensibilità dei credenti» e «l'evoluzione della visione antropologica cristiana» impongono ormai alla Chiesa «di non considerare verità assolute quelle che poi, come è accaduto in passato, dovrà riconoscere come errore».

All'appello al dialogo, Betori aveva replicato non direttamente ai firmatari, come loro chiedevano, ma durante una riunione del clero, ammonendo che «le iniziative personali che si distaccano dalla disciplina della Chiesa universale generano solo confusioni, e fanno oggettivamente male alle persone», e che «la fede, la morale, la disciplina sono patrimonio della Chiesa e non possono essere aggiustate a nostro arbitrio». Da qui la seconda lettera, e, ieri, «il caso Piagge», di fronte a cui è probabile che le autorità ecclesiastiche non stiano più solo a guardare.

 

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