I SOLDI DEL QATAR? POCHI E PUZZANO DI DITTATURA - IL FILOSOFO BERNARD HENRI LEVY INVITA HOLLANDE A RIFIUTARE “L’ELEMOSINA” ARABA - IL FINANZIAMENTO DA 100 MILIONI PER LE BANLIEUE RAPPRESENTA “L’ACQUISTO, A BASSO PREZZO E IN CONTANTI, DI UN BREVETTO DI MORALITA’” DA PARTE DI “UNO STATO CHE PRIVA I PROPRI CITTADINI DI LIBERTA’ PUBBLICHE” - LEVY TEME IL PROSELITISMO SALAFITA NEL CUORE DELL’EUROPA, A COLPI DI PETROLDOLLARI…

Bernard-Henri Lévy per il "Corriere della Sera" - (traduzione di Daniela Maggioni)

Perché la questione degli investimenti del Qatar destinati alle periferie francesi è, nella situazione attuale, così problematica? Non certo perché è il Qatar. E nemmeno perché è un Paese arabo i cui fondi sarebbero, per natura, meno ben accetti di altri. Del resto, che il Qatar decida oggi di investire nei quartieri in difficoltà e non acquisti più soltanto alberghi di lusso, palazzi, calciatori o cavalli da corsa è, in sé, piuttosto una buona notizia.

Ma quello che è sconcertante, innanzitutto, è la somma. Infatti, se le cifre annunciate sono esatte, l'Emirato destina all'insieme delle periferie francesi una dotazione (cento milioni di euro) che approssimativamente deve corrispondere al costo di uno o due dei palazzi che acquistò dieci anni fa, o al costo di mezzo edificio Virgin sugli Champs-Elisées o a una percentuale della sua partecipazione al capitale della sola industria petrolifera Total.

È un'elemosina per gli interessati. È un'umiliazione per il Paese che la riceve, che appare al verde, ridotto a tendere la mano. Soprattutto, è una goccia d'acqua nell'oceano delle necessità di quei «territori perduti» il cui recupero presuppone non cento, né duecento, né mille, ma migliaia di milioni di euro, una manna, un piano Marshall, l'equivalente di quello che consentì all'America di Truman, nel dopoguerra, di aiutare la Francia nella ricostruzione. In altre parole, i cento milioni annunciati non sono un investimento. Sono un bluff. O un colpo pubblicitario. Sono l'acquisto in contanti, e a basso prezzo, di un brevetto di moralità da parte di un Paese, certo alleato, ma il cui attaccamento ai valori della democrazia è ancora da dimostrare.

Sconcertante è anche la connotazione politica di questo denaro. Si dice sempre che il denaro «non ha odore». È falso. Poiché i soldi del Qatar hanno l'odore, lo si voglia o meno, di uno Stato che priva i propri cittadini di libertà pubbliche. Hanno l'odore di un Paese dove gli immigrati (indiani, pachistani, filippini) sono trattati come cittadini inferiori, se non come sottospecie d'uomini, o come schiavi. Non si tratta, come dicono alcuni, di denaro «sporco». Ma di denaro (ed è quasi peggio) guadagnato da autocrati in un Paese non democratico, le cui periferie equivalgono ai comuni francesi di Villiers-le-Bel o di Trappes, ma alla decima potenza.

Sarebbe sfrontato, allora, porre alcune condizioni politiche alla convalida di tale investimento? Naturalmente, non la trasformazione miracolosa del Paese in una democrazia, che come tutti sanno non si costruisce mai in un giorno. Ma almeno l'invio di segnali che indichino come a tanta sollecitudine nei confronti dei territori trascurati della nostra Repubblica si accompagni la chiara coscienza della qualità, della rarità e anche dell'eminente desiderabilità del modello cui la suddetta Repubblica si ispira.

E, per dimostrare questa coscienza, la proposta di una prova politica semplice che farebbe da test di buona fede e di sana reciprocità: la Francia accetta il denaro del Qatar; il Qatar accetta, in cambio, l'avvio da parte della Francia di un programma di cooperazione culturale e politica su valori di civismo e di cittadinanza. Tu finanzi i miei quartieri. Io istituisco, nelle tue università, cattedre per l'insegnamento di quella storia e pratica della democrazia che sono la mia ricchezza. Il patto, se ciascuno è concorde, sarà senza dubbio vincente per tutti, in primo luogo per un vero dialogo fra civiltà e culture.

Poi c'è, evidentemente, il problema che nasce dal sospetto di proselitismo politico-religioso, che è impossibile non nutrire dal momento che concerne un regime che non fa mistero, del resto, del suo appoggio alle correnti più rigoriste dell'Islam. Anche qui, c'è una soluzione. Probabilmente non quella, purtroppo, di veder sperimentare a Doha i principi di laicità che ci si impegna a rispettare nella banlieue di Saint-Denis. Né quella - per quanto... - di suggerire ai nostri amici di cominciare a far pulizia davanti alla loro porta e di praticare a casa loro il principio di non-discriminazione riguardo alle origini religiose, etniche, geografiche, che pretendono di difendere in Francia.

Ma quella di inserire almeno la loro iniziativa in un duplice quadro che dovrà essere vincolante. Il quadro giuridico, prima di tutto, di un organismo di Stato, o misto, o parastatale, che sarà l'unico giudice delle opportunità di investimento. E poi il quadro morale di una Carta democratica che codificherà lo spirito con cui saranno fatti gli arbitraggi.

Che si sostenga una piccola e media impresa la cui attività potrebbe, in un modo o nell'altro, contribuire un giorno all'espansione del salafismo in Francia: ecco, questo deve essere reso impossibile. Che i fondi del Qatar siano impegnati massicciamente nella costruzione di scuole democratiche, o piscine miste, o mass media di quartiere che predichino i valori di uguaglianza, libertà e fratellanza: ecco, questo invece non ha ragione di suscitare diffidenza.

So che l'attuazione di una simile Carta sarà derogatoria rispetto ai principi del libero commercio. Ma una situazione nuova richiede regole nuove. Oggi, il Qatar. Ieri, l'Azerbaijan petro-dittatoriale che finanziava, più o meno discretamente, una parte del nuovo padiglione delle arti islamiche al Louvre. Domani, la Cina imperialista, la Russia di Putin e i suoi oligarchi, che verranno in aiuto di un settore sensibile delle economie in crisi della vecchia Europa e otterranno, in cambio, di non essere infastiditi con la vecchia storia dei diritti dell'uomo. Siamo a questo punto. E se non stiamo attenti, c'è un vero rischio di corruzione e di prostituzione dello spirito pubblico.

 

 

Qatar Emiro Tamim Bin Hamad Al Thani Qatar - Emiro Tamim Bin Hamad Al Thani 3BANLIEUES PARIGINE FRANCOIS HOLLANDE FRANCOIS HOLLANDE Bernard-Henri LévyDohaMANIFESTO A DOHA CON LEMIRO AL THANI jpeg

Ultimi Dagoreport

beatrice venezi andrea ruggieri nicola porro

DAGOREPORT! – A GRANDE RICHIESTA RIPROPONIAMO IL BECERO E VOLGARE DISCORSETTO DEL PARRUCCHINATO ANDREA RUGGIERI PER INTRODURRE UNA “LECTIO MAGISTRALIS” DI BEATRICE VENEZI, A UNA MANIFESTAZIONE DI QUELL’ALTRO MAÎTRE-À-PENSER DI NICOLA PORRO – IL RAFFINATISSIMO RUGGIERI DEFINISCE LA “BACCHETTA NERA” “UNA FIGA BESTIALE” E SOSTIENE CHE “IN QUESTA NAZIONE DI CAGACAZZI SI TROVA A DOVER ESSERE VALUTATA IN UN CURRICULUM ECCELLENTE DA QUATTRO PIPPE CHE DECRETANO CHE BEATRICE VENEZI È IN REALTÀ UNA SEGA COLOSSALE” – IL NIPOTE DI BRUNO VESPA ARRIVA A DIRE CHE “IN QUESTO PAESE FONDATO ORMAI SU PENSIERINI DA QUINTA ELEMENTARE, TUTTO QUELLO CHE NON È DI SINISTRA È AUTOMATICAMENTE FASCISTA” – DI PIÙ INDECENTE DI QUESTO SPROLOQUIO C’È SOLTANTO CHE SUBITO DOPO, SALGA SUL PALCO AD ABBRACCIARNE L’AUTORE LA DIRETTA INTERESSATA. EVIDENTEMENTE, VENEZI È D’ACCORDO SUL FATTO CHE I PROFESSORI, CHE VORREBBE A TUTTI I COSTI DIRIGERE, SIANO “QUATTRO PIPPE”. CI SI CHIEDE ALLORA PERCHÉ ABBIA MOSSO MARI E MONTI PER OTTENERE QUEL PODIO – VIDEO

donald trump va in pezzi

DAGOREPORT - COSA HA SPINTO TRUMP AD “ANNULLARE” LA PARTECIPAZIONE DEL SUO VICE PRESIDENTE JD VANCE ALLA CONFERENZA SULLA SICUREZZA, MANDANDO A MONACO IL MASSIMO AVVERSARIO DEL MOVIMENTO MAGA, IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO, “COLOMBA” DEI REPUBBLICANI? - I FATTI E I FATTACCI INANELLATI DURANTE L’ULTIMO ANNO DAL TRUMPISMO SONO ARRIVATI AL PETTINE. DAL DAZISMO GLOBALE CHE HA TRAFITTO LE TASCHE DEI CONSUMATORI AMERICANI AL PIANO DI DEPORTARE I PALESTINESI TRASFORMANDO GAZA IN UN “RESORT”, DAL DELIRIO DI COMPRARE LA GROENLANDIA AL PESTAGGIO DEL PRESIDENTE UCRAINO ZELENSKY, DALLE TRATTATIVE-FARSA CON PUTIN ALLA ROTTURA CON LA GRAN BRETAGNA, DALL'UNIONE EUROPEA "SCROCCONA" E ''PARASSITA'' ALLA SEPOLTURA DELLA NATO E DELL'ONU, GLI STATI UNITI INCOMINCIANO AD ESSERE PERCEPITI COME LA PRINCIPALE MINACCIA ALL'ORDINE GLOBALE, BEN PRIMA DELLA CINA – A NOVEMBRE LE ELEZIONI DI MIDTERM PREVEDONO TEMPI CUPI PER TRUMP…

alberto arbasino fratelli d italia moravia bassani agosti

DAGOREPORT ARBASINIANO – A PROPOSITO DELL’EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA: COME FU MASSACRATO NEL 1963 IL CAPOLAVORO DI ALBERTO ARBASINO, “FRATELLI D’ITALIA” (ORA RIPUBBLICATO CON BELLA POSTFAZIONE DI GIOVANNI AGOSTI) – PER FARLO A PEZZI BASTÒ ALLA MAFIETTA DEI MORAVIA, VITTORINI, MONTALE, LEGGERE QUESTE RIGHE: “LA PENNA SINISTRA VIENE USATA PER PROTESTARE CONTRO GLI STESSI PADRONI DEL VAPORE CHE LA PENNA DESTRA STA BENE ATTENTA A NON DISTURBARE COLLABORANDO IN TUTTA APOLITICITÀ AI LORO FOGLI BENPENSANTI” – UN SISTEMA DI POTERE CHE SOPRAVVIVE IN UNIVERSITÀ, CASE EDITRICI, GIORNALI, SI STRINGE A COORTE CON CONTROFIGURE WOKE EMULI DI MURGIA: I VERONESI, I GENOVESI, I GIORDANO, I LAGIOIA, LE CHIARA VALERIO, LE CHIARA GAMBERALE…

giorgia meloni giustizia referendum magistrati

DAGOREPORT -  ARIANNA MELONI E I CAPOCCIONI DI FRATELLI D’ITALIA POSSONO RIPETERE A PAPPAGALLO CHE IL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA "NON È UN VOTO SU GIORGIA", MA MENTONO SAPENDO DI MENTIRE. IL VOTO DEL 23 MARZO SARÀ INEVITABILMENTE UN PLEBISCITO POLITICO SULLA STATISTA DELLA SGARBATELLA - CON LA CRESCENTE RIMONTA DEL "NO", NON BASTA PIU' ATTACCARE I MAGISTRATI (DAGLI SCONTRI DI TORINO AL FATTACCIO DI ROGOREDO), ORA LA MELONI SA CHE NON POTRA' FARE A MENO DI METTERCI LA FACCIA - UNA PERSONALIZZAZIONE CHE FINO A IERI HA TENTATO IN OGNI MODO DI EVITARE RICORDANDOSI CHE FU UNA SCONFITTA REFERENDARIA A TRASCINARE IL GOVERNO DI MATTEONZO RENZI DALL’ALTARE ALLA POLVERE) - MA ORA LA RIMONTA DEL"NO" METTE PAURA E NON PUO' PIU' NASCONDERSI ALZANDO I SOLITI POLVERONI DI PROPAGANDA: SOLO LEI HA LA LEADERSHIP PER TRASCINARE LA GALASSIA DEGLI ASTENUTI A VOTARE ''SI'" (SONDAGGI RISERVATI VALUTANO IL BRAND GIORGIA MELONI 2/3 DEI CONSENSI DI FDI) - MA TUTTI PARTITI SONO APPESI ALL'ESITO DEL REFERENDUM: DALLA RESA DEI CONTI DELLA LEGA CON SALVINI ALLA SFIDA IN FORZA ITALIA TRA TAJANI E I FIGLI DI BERLUSCONI - UNA VITTORIA DEL "NO" POTREBBE INVECE RINGALLUZZIRE UN’OPPOSIZIONE DILANIATA DALL'EGOLATRIA DI ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE, UN DUELLO DI POTERE CHE HA SEMPRE IMPEDITO DI PROPORRE ALL'ELETTORATO UNA VERA ALTERNATIVA AL MELONISMO...

salvini vannacci zaia fedriga fontana

DAGOREPORT – CHE FINE FARA' MATTEO SALVINI? QUANTE CHANCE HA IL SEGRETARIO DELLA LEGA DI SOPRAVVIVERE AL TRADIMENTO DEL FASCIO-GENERALISSIMO VANNACCI? - TUTTI ASPETTANO L’OFFENSIVA DI ATTILIO FONTANA, MASSIMILIANO FEDRIGA E LUCA ZAIA (MA IL REGISTA È MASSIMILIANO ROMEO, POTENTE SEGRETARIO DELLA LEGA LOMBARDA) - LA DECISIONE SULLO SFANCULAMENTO DEL CAPITONE RUOTA, COME IN FORZA ITALIA PER IL CASO TAJANI-BARELLI-GASPARRI, SULL'ESITO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 23 MARZO, CHE SI È TRASFORMATO, COM'ERA INEVITABILE, IN UN VOTO POLITICO SULL'ARMATA BRANCA-MELONI - SE DALLE URNE USCISSE LA VITTORIA DEL "SÌ", SALVINI RESTERÀ AL SUO POSTO E AL TRIO FEDRIGA-FONTANA-ZAIA NON RESTERÀ ALTRO CHE PROVARE A FAR RINSAVIRE L’EX “TRUCE DEL PAPEETE” E RIPOSIZIONARE IL PARTITO SUI BINARI DEL PRAGMATISMO NORDISTA. BASTA CON LA LEGA NAZIONALE: CHISSENEFREGA DEL PONTE SULLO STRETTO, PIÙ FEDERALISMO E PADANIA. VICEVERSA, PER MATTEO SALVINI SCOCCHEREBBE L'ORA FATALE DEL DE PROFUNDIS...

francesco lollobrigida vino

DAGOREPORT - UNO DEI MISTERI PIÙ INDECIFRABILI DELLE CRONACHE POLITICHE DEGLI ULTIMI GIORNI HA UN NOME, UN COGNOME E UN "RAFFORZINO" IN TESTA: FRANCESCO LOLLOBRIGIDA. L’EX COGNATO D’ITALIA, È TORNATO IN PISTA AL TAVOLO DELLE NOMINE, E MOLTI OSSERVATORI POLITICI SONO RIMASTI SGOMENTI. È PROPRIO “LOLLO”, CHE ERA STATO RELEGATO A MACCHIETTA DI SE STESSO DALLE SORELLE MELONI? QUELLO DELLA “SOSTITUZIONE ETNICA”, DI “GESÙ CHE MOLTIPLICA IL VINO” E CHE FA FERMARE IL FRECCIAROSSA A CIAMPINO? GAFFE A PARTE, LO “STALLONE DI SUBIACO” HA UNA COSA CHE ARIANNA, DONZELLI E RAMPELLI SI SOGNANO: I VOTI – I RAPPORTI CON LA COLDIRETTI E GLI ANNI DI “GAVETTA” TRA VIA DELLA SCROFA E MONTECITORIO