DJOKO IS BACK – LA RINASCITA DEL SERBO A WIMBLEDON DOPO L’INFORTUNIO E L’OPERAZIONE AL GOMITO: "SONO VOLUTO TORNARE IN CAMPO TROPPO IN FRETTA. COLPA MIA, SEI MESI FUORI DAL TENNIS MI ERANO SEMBRATI ETERNI. COSÌ HO DOVUTO RICOMINCIARE DALLE BASI – E POI IL RITORNO DEL SUO COACH STORICO, LA DIETA MENO RIGIDA E LA SERENITA’ FAMILIARE RITROVATA DOPO…"

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Stefano Semeraro per la Stampa

 

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La ricostruzione di un campione è una faccenda lunga, complicata e incerta, fatta di molti giorni e poche certezze, ma a volte ripaga del dolore.

«Ho dovuto credere in me stesso, e imparare ad essere paziente», dice Novak Djokovic stringendo al petto la coppa dorata di Wimbledon, la quarta che si porta a casa dopo quelle del 2011 (contro Nadal), del 2014 e 2015 (contro Federer), mentre il piccolo Stefan, 3 anni, si sgola in braccio a mamma Jelena intenerendo William, Kate e Theresa May stremata dai tête-à-tête con Donald Trump.

 

Stavolta dopo la due giorni di tremore e sudore contro Nadal gli è bastato tenere al guinzaglio il gigante buono Kevin Anderson, il finalista più alto della storia sul Centre Court (203 cm), in una delle finali più incolori di sempre, 6-2 6-2 7-6 in due ore e 19 minuti. Il caldo - 28° gradi e non una nuvola in cielo - ha sicuramente contribuito a smosciare lo spettacolo, sommandosi alle fatiche pregresse dei due. Una spettatrice è persino svenuta in tribuna: forse pensando a quanto aveva pagato il biglietto; a Novak invece è andata benissimo così.

 

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Fuori dal tunnel Un mesetto fa, dopo essersi fatto sverniciare da Cecchinato nei quarti del Roland Garros, neanche lui pensava di azzeccare due settimane del genere sull' erba. Negli ultimi 15 mesi ha dovuto affrontare avversari più tosti persino di Nadal: il male cronico al gomito che a febbraio l' ha costretto ad una operazione, i dubbi della riabilitazione, il sospetto di non essere più lo stesso Djokovic. «In Australia ero rientrato ma sentivo ancora dolore, volevo evitare l' operazione e invece ho dovuto rassegnarmi. Poi sono voluto tornare in campo troppo in fretta: colpa mia, sei mesi fuori dal tennis mi erano sembrati eterni. Così ho dovuto ricominciare dalle basi».

 

Nuova serenità in famiglia Allenamenti, tornei, sconfitte.

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«Ancora a Parigi sentivo di non essere all' altezza dei più forti, dei grandi tornei, perché non riuscivo a giocare al meglio i punti importanti». Cosa che invece gli è riuscita alla perfezione qui, dopo una decina di giorni di crescita costante, a fari spenti, mentre tutti già davano per acquisita una finale fra Federer e Nadal. Lo si è visto da come ha annullato le cinque palle break del quinto set contro Nadal in semifinale («il test più importante»), da come ieri ha smontato il progettino di rimonta di Anderson, cancellandogli cinque set point nel terzo set.

 

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«Ho giocato bene quei punti, e poi un tie-break perfetto», spiega, raccontando di come nel puzzle della resurrezione siano compresi il cambio di racchetta, l' adattamento ad un nuovo tipo di tennis, il ritorno a suo fianco del coach storico Marian Vajda, liquidato con troppa fretta un anno fa per far posto alla terapia degli abbracci del guru Pepe Imaz (che fine ha fatto?) e alla sapienza intermittente di Andre Agassi. Magari c' entra anche una dieta meno rigida, chissà; di sicuro la serenità familiare ritrovata, dopo qualche tempesta, ed esibita al mondo nell' abbraccio con Jelena e Stefan negli spogliatoi. Dopo l' apoteosi mancata di mamma Serena, il trionfo dei Diokovic.

 

«Questo è il posto ideale per tornare a vincere uno Slam (sono 13, a un passo da Sampras, ndr). Federer l' anno scorso ha festeggiato con i gemelli, io mi ero già visto con mio figlio. È entrato solo all' ultimo, perché ha 3 anni e non può ancora stare in tribuna; ma se questa è la coppa più bella insieme a quella del primo Wimbledon è perché c' era lui che mi chiamava "papà". Un momento che resterà per sempre nel mio cuore». Dove c' è Wimbledon, c' è casa.

 

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