L'ARTE TOTALE DI GIO PONTI - PARIGI OMAGGIA IL "KUBRICK CON LA MATITA" CON UNA MONUMENTALE RETROSPETTIVA - DAL CUCCHIAIO ALLE VILLE, DALLE CERAMICHE ALLA SEDIA ‘SUPERLEGGERA’ FINO AL ‘PIRELLONE’: LA FANTASIA SENZA LIMITI DEL MILANESISSIMO ARCHI-DESIGNER - ”ERA UN PRECISO MANIACALE: IL DETTAGLIO PER LUI ERA TUTTO” - LO SAPEVATE CHE (PRIMA DI RENZO PIANO E RICHARD ROGERS) GIO PONTI AVEVA PROPOSTO UN PROGETTO PER IL CENTRE POMPIDOU?

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Luigi Mascheroni per il Giornale

 

Si inizia con una sfilata di vasi in ceramica nel 1923, quando non aveva ancora messo un mattone sull'altro, Gio Ponti era già direttore artistico della Richard Ginori e si finisce con una villa modernissima (e modernista, inteso come stile decorativo) che negli anni Cinquanta una coppia di ricchi venezuelani gli chiese di arredare, «senza limiti di spesa»...

 

Immaginatevi che cosa l'architetto-designer ci tirò fuori. È qui da vedere, eccola: la ricostruzione, con foto e mobili originali, è spettacolare.

 

Immaginatevi di prendere un «pezzo» delle cose migliori che Gio Ponti tirò fuori - con funzionalità e fantasia, con passione e curiosità - nel corso di una infinita carriera in cui è stato, in ordine sparso ma coerente, architetto (ma lui si definiva «un artista che si è innamorato dell'architettura»), designer, scenografo, pittore, editore... Mettete tutto dentro una mostra - al Musée des Arts Décoratifs di Parigi, ed è curioso che la più ampia retrospettiva mai dedicata a Gio Ponti si svolga fuori dall'Italia - ed ecco il risultato: la monumentale retrospettiva Tutto Ponti.

 

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Gio Ponti archi-designer che inaugura oggi e rimarrà aperta fino al 10 febbraio 2019. Mille mq di spazio espositivo, 500 pezzi scelti (dalla scala dell'architettura a quella dell'oggetto industriale), sei decenni di lavoro dagli anni Venti agli anni Settanta, migliaia di idee tra architettura e design, e milioni di intuizioni rimaste sulle carta: lo sapevate che (prima di Renzo Piano e Richard Rogers) Gio Ponti aveva proposto un progetto per il Centre Pompidou?

 

Qui a Parigi va in scena une histoire visuelle des arts et du design del Novecento, firmata da un genio italiano che ha disegnato tanto, realizzato moltissimo, costruito una cosa sola: si chiama futuro. Il nostro.

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C'è una battuta nota. Che è questa. L'architetto Ernesto Nathan Rogers (1909-69), per riferirsi allo straordinario spettro creativo e professionale di Gio Ponti, che spaziò dal comodamente piccolo all'infinitamente grande, usò l'espressione «dal cucchiaio alla città». Ma poi ci sono moltissimi pezzi per nulla noti, o del tutto inediti. E sono qui. Il tour lungo la mostra è guidato da Salvatore Licitra, nipote di Gio Ponti («La vede quella gigantografia della casa di via Randaccio a Milano, la prima che progettò, nel 1925? Ecco. Io abito all'ultimo piano...») e da vent'anni curatore dello sterminato archivio di famiglia.

 

«Quali erano le sue qualità? Era un preciso maniacale: il dettaglio per lui era tutto. La curiosità: per le nuove tecnologie come per i maestri del passato. Era capace di passare una mattinata in un museo d'arte etrusca per ricopiare su un taccuino fregi e disegni. E poi la sua straordinaria capacità di passare da un campo all'altro, dall'architettura alle arti applicate, sempre con una fortissima identità italiana e nello stesso tempo una fantasia che non conosceva limiti. Si guardi attorno...».

 

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Qui attorno c'è tutto. Arredi (dai pezzi lussuosi e essenziali degli anni Trenta per le ville a quelli colorati e pieghevoli degli anni Settanta per le piccole case) e architetture (il modellino in scala del Pirellone, naturalmente, e anche progetti per incredibili grattacieli triangolari, siamo attorno al 1967...) ma anche ceramiche (c'è un sistema di centrotavola che disegnò per le ambasciate italiane, ingombrante, classico, ironico), lampade, vetri, tessuti, tappeti, posate, scenografie teatrali, riviste (c'è una meravigliosa carrellata delle copertine di Domus, che fondò nel 1928 e diresse per più anni) e persino cosa mai vista, «il mio pezzo del cuore», dice Licitra un rotolo lungo 30 metri di carta da lucido su cui rappresentò come una sceneggiatura, con collages, acquerelli e disegni, l'Enrico IV di Pirandello quando si era messo in mente di farne un film. E ancora: foto, bozzetti, progetti, lettere...

 

Qualcuno che lo conosce bene (Stefano Boeri) ha detto che se Gio Ponti fosse stato un regista sarebbe stato Stanley Kubrick. Per la genialità? Per l'eclettismo? Per l'estrema facilità nell'adattarsi a creare opere diversissime fra loro? Perché ha lasciato un capolavoro per ogni genere? Ecco. Esempi: le invenzioni di Richard Ginori per la ceramica, la casa di via Randaccio per l'architettura privata, la Superleggera fra le sedie, il Pirellone per i grattacieli, le creazioni di Palazzo Bo a Padova per l'arte pubblica, la cattedrale di Taranto - una chiesa senza cupola, sostituita da una vela per gli edifici religiosi...

 

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Curata da Olivier Gabet, Dominique Forest, Sophie Bouilhet-Dumas e Salvatore Licitra, la mostra che ha come sponsor l'azienda di design Molteni, che dal 2010 riedita i grandi pezzi firmati da Gio Ponti, e l'editoriale Domus ha come spina dorsale la Grand Nef, la navata principale del museo, suddivisa in cinque sezioni che comprendono importanti commissioni, mobili, illuminazione e tessuti, oltre a progetti architettonici dettagliati cronologicamente attraverso disegni, modelli, fotografie e film del periodo.

 

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E poi nell'ala che dà su rue de Rivoli una spettacolare infilata con sei period rooms, «stanze d'epoca» che ricostruiscono sei creazioni-esemplari di Gio Ponti, una per ogni decennio della sua carriera: la casa detta l'«Ange volant» (una bellissima villa all'italiana che Ponti costruì alle porte di Parigi per l'amico Tony Bouilhet); la sua casa in via Dezza a Milano (non si può descrivere; bisogna vederla); il palazzo Bo dell'Università di Padova (da solo basta a meritagli un posto nella storia dell'arte); l'edificio per la Montecatini a Milano (e qui si vede l'«artista totale»:

 

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Ponti disegnò tutto, dal palazzo ai cestini per la carta negli uffici); l'interno dell'Hotel Parco dei Principi a Sorrento (tutto in ceramiche bianche e blu di mille colori diversi); e la sontuosa villa Planchart a Caracas. Uscendo dalla quale, al termine della mostra-viaggio, si capisce una cosa. Anzi due. La prima. Che Gio Ponti, alla fine, per tutti i sessant'anni in cui lavora, non viene da nessun movimento, e non va da nessuna parte, pur cambiando sempre. È Gio Ponti, e basta. La seconda. Che solo un artista milanesissimo («Milano è la cosa più italiana dell'Italia» diceva), che (di)segnò il made in Italy, poteva essere così internazionale. Ed ecco perché piace così tanto in Francia, e si ricorda così poco in Italia.

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