DAGOREPORT - SARÀ STATO UN BIGNÉ IN DOPPIOPETTO, UN FABBRICANTE DI MILIARDI INDAGATO-CONDANNATO-PRESCRITTO, UNO SCIUPAFEMMINE PIÙ VIBRANTE DI UN VIBRATORE, UN POLITICO CHE ALL’ETICA HA SEMPRE PREFERITO LA COTICA. SARÀ STATO QUELLO CHE È STATO RACCONTATO IN MIGLIAIA DI ARTICOLI, LIBRI, INCHIESTE, MA UNA COSA È CERTA: SILVIO BERLUSCONI HA INTUITO, CALCOLATRICE IN MANO, CHE LA VERA EGEMONIA NON ERA PIU' CULTURALE BENSÌ TELEVISIVA – LA GRANDE INTUIZIONE, MATRICE DEL BERLUSCONISMO ANCORA OGGI VIVO E VEGETO, È STATA LA SUA CAPACITÀ DI COMPRENDERE LO SPIRITO DEL TEMPO: DAL SINISTRISMO SI PASSA AL NARCISISMO, DAL NOI ALL'IO, DALLA SOMMOSSA DELLE BIERRE ALLA MOSSA DELLE PIERRE, DA LOTTA CONTINUA AL SUCCESSO DI BREVE DURATA, DAI CELLULARI AL CELLULARE, DALLA RIVOLTA A TRAVOLTA – UN BREVE E ILLUMINANTE SAGGIO DI CARLO FRECCERO: ''LA SINISTRA STENTA A CAPIRE QUESTA FONDAMENTALE MUTAZIONE DALLA CLASSE ALLA MAGGIORANZA, DAL POLITICO AL PRIVATO. IN QUESTO VUOTO IDEOLOGICO SI INSERISCE BERLUSCONI E IL BERLUSCONISMO - NON È PIÙ LA RAI A IMPORRE AL PUBBLICO LE SUE SCELTE PEDAGOGICHE, MA IL PUBBLICO STESSO A DETTARE LE SUE LEGGI ALLA PROGRAMMAZIONE. LA GENTE, DIVENTA PER LA PRIMA VOLTA CONSAPEVOLE DEL SUO VALORE, NON IN SENSO MORALE, MA ECONOMICO…” - VIDEO
DAGOREPORT
silvio berlusconi - il giovane berlusconi
Sarà stato un bigné in doppiopetto, un fabbricante di miliardi indagato-condannato-prescritto, un acchiappa-femmine più vibrante di un vibratore, un politico che all’etica ha sempre preferito la cotica.
Sarà stato quello che è stato raccontato in migliaia di articoli, libri, inchieste, ma una cosa è certa: Silvio Berlusconi ha intuito, consapevolmente o meno, che la vera egemonia non è culturale bensì televisiva.
silvio berlusconi - il giovane berlusconi
E quando nel 1974 la Corte Costituzionale liberalizza le trasmissioni via etere in ambito locale, rompendo il monopolio della TV di Stato, tra le prime TV libere e via cavo, spicca Tele Milano a Milano 2, celebre quartiere residenziale situato nel comune di Segrate, alle porte di Milano, primo grande successo imprenditoriale costruito tra il 1969 e il 1979 dalla Edilnord di Silvio Berlusconi.
L’ex palazzinaro brianzolo trasforma Tele Milano in Canale 5 (1980) e crea il gruppo Fininvest, aggirando il divieto di trasmettere in diretta nazionale per le TV private attraverso la distribuzione sincronizzata di videocassette registrate (dette il “pizzone”) alle varie emittenti locali affiliate.
silvio berlusconi dell'utri - il giovane berlusconi
Il modello della Tv commerciale by Silvio è l’esatto contrario di quello, ingessato e bacchettone, mandato in onda dalla Rai: l’esplosione della società dei consumi degli anni ‘80 aveva obliterato l’ideologia delle due ‘’chiese”, comunista e democristiana, della tv di Stato.
La grande intuizione, matrice del berlusconismo ancora oggi vivo e vegeto, è stata la sua capacità di comprendere lo Spirito del Tempo, si è chiuso il ciclo della politicizzazione, del protagonismo collettivo e della ricerca della felicità sociale degli anni ’70, ed è iniziato un nuovo ciclo, quello della felicità individuale, della affermazione personale.
Dal sinistrismo si passa al narcisismo, dal Noi all'Io, dalla sommossa delle Bierre alla mossa delle Pierre, da Lotta Continua al successo di breve durata, dai furgoni cellulari al telefonino cellulare, dal significato al significante, dalle fratte ai frattali, dal ciclostile al fax, dalla rivolta a Travolta.
Berlusconi con le sue tv cattura un universo che non voleva più credere nella violenza, cariche di poliziotti e sfoghi di studenti, katanghesi autonomi e pariolini autosufficienti, Lotta Continua e "da oggi prendo la spranga", cantautore stonato e complessino scordato, eskimo e Inti Illimani, picchettaggio e volantinaggio, sballi e scazzi, la frittatina al topo nell'osteria alternativa, militanza-a-tempo-pieno, "il privato è politico", "vogliamo tutto", "checcazzo!", viva l'ago, camuffarsi da proletari o da ragazzo di riformatorio, immaginazione al potere e Parco Lambro, 'radio libere' in modulazione di frequenza, Moro tra errore e terrore.
Era nata per lo scrittore Tom Wolfe la "Me Generation"; per il sociologo Christopher Lasch trattasi di "cultura del narcisismo"; per gli intellettuali italiani i palinsesti di Berlusconi degli anni ’80 sono un ‘’totale rimbecillimento televisivo di massa", la vita sostituita da un immenso e grottesco Club Méditerranée, dai soldi, dalla vertigine dell'edonismo popolare. Massimo segno della sua infamia e abiezione: l'assenza di Grandi Ideali, e la presenza di tanti mascalzoni con escort e villoni in Costa Smeralda.
Uniche voci fuori dal coro, Alberto Arbasino ("Dieci undici anni di lotte / Discorsi, dibattiti, discussioni / Attentati, ferimenti, uccisioni / Per mandar Castellina e Capanna / All'assemblea di Strasburgo") e soprattutto Alberto Abruzzese, autore nel 1979 de “La grande scimmia”, un libro che spaventò e irritò parecchi intellettuali del Pci.
Secondo Abruzzese, “La nascita delle televisioni private furono il principio della crisi della politica tradizionale. Più potenza delle immagini meno potenza del capitale. E questo il Pci non l’aveva capito. Chi lo comprese benissimo fu Berlusconi”. E aggiunge: ‘’Attraverso il Cavaliere avviene il passaggio dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo, dai media come oggetto ai media come soggetto del potere’’.
Per il Cavaliere, calcolatrice un mano, tradurre le aspirazioni ideali in aspirazioni di consumi, è un gioco da ragazzi. Ed eccolo annunciare: Aria! Aria! la guerra è finita e la bella epoque è qui. "Fuori", il dolore; "dentro", il piacere. Via le Botteghe Oscure, avanti le boutique lucenti.
Strappato dalla Rai, con il suo Dna americano, Mike Bongiorno, i contenuti delle tre reti sono all’insegna di quiz show, telefilm e serie Usa, soap opera, game show e una programmazione continua che copre l'intera giornata. E senza far sborsare una lira di canone.
La Tv commerciale permette a “Sua Emittenza” di entrare nel cuore della cultura popolare. Il manifesto dell'edonismo berlusconiano potrebbe recitare con una sua famosa battuta: "Gli sfigati non esistono. Esistono solo dei diseducati al benessere".
Ovviamente, al centro del palinsesto, non c'è solo il programma, ma il marketing pubblicitario, gestito dalla concessionaria Publitalia '80. Racconta Carlo Freccero: “Berlusconi era sicuro di vincere: “Gli investimenti pubblicitari in Italia (anni ‘80/’81) rappresentano il 1,5% del PIL, mentre nei paesi evoluti arrivano già al 3%. Su questo margine di crescita si fonda la mia previsione di successo della tv commerciale “.
La conferma di avere creato un partito “politico” del successo arriva il 16 ottobre 1984, quando la magistratura bloccò i ponti radio per violazione del monopolio Rai sulle trasmissioni televisive nazionali e immediatamente scoppiarono forti proteste popolari al grido “aridatece i Puffi”, “Dallas”, ''Dynasty”, il “Mundialito”, Mike, Sandra e Raimondo.
CAMPO HOBBIT NEGLI ANNI 70 IN ITALIA
Nel giro di pochissimi anni, la Tv commerciale del Berlusca era diventata un bene acquisito; invece di manifestare per astratti diritti ideologici, le persone tendevano ad avere e a difendere un corrispettivo materiale: la tv con i suoi programmi (fondamentale leggere il saggio a seguire di Freccero).
Che il vero mistero del mondo è ciò che si vede, non l'invisibile ‘’Sole dell’avvenire”. Che il “Paradiso” è qui, lo capì al volo il governo guidato da Bettino Craxi che, per sfuggire alla tenaglia oscurantista e ideologizzata delle ‘’due chiese”, capitanate dal Pci di Berlinguer e dalla Dc di De Mita, emise un decreto d'urgenza per ripristinare le trasmissioni.
E così, a 90 dalla sua nascita e 3 anni dopo la sua scomparsa, con Forza Italia sprofondata al 7%, l’egemonia del berlusconismo è più viva che pria…
LA FRATTURA DEGLI ANNI OTTANTA – SAGGIO DI CARLO FRECCERO - Estratti
Nel 1980 la sinistra non si aspetta nessun cambiamento. Solo tre anni separano il mitico 1977, anno storico del movimento, degli anni Ottanta, emblema del consumismo, dello yuppismo, del mito del successo e dell’ostentazione del lusso. La sinistra continua ad applicare le sue categorie a un mondo profondamente cambiato, che stenta a comprendere e a inquadrare.
enrico berlinguer eugenio scalfari ciriaco de mita
Questo suo disagio, questo suo straniamento continueranno a crescere nel tempo sino a oggi. All’inizio degli anni Ottanta la sinistra identifica la nascita di nuove emittenti televisive come uno spazio di libertà, di accesso diretto del pubblico ai media.
Non a caso queste nuove emittenti, nate spontaneamente sul territorio, vengono chiamate TV libere. Ma mentre la sinistra si crogiola in questo sogno di libertà, Berlusconi le acquisisce una dopo l’altra, le mangia come pedine, restando da solo sulla scacchiera a controllare il gioco.
Ricordo una delle prime cose che mi dirà, quando comincerò a lavorare per lui: “mentre voi perdevate tempo a sognare la rivoluzione, io lavoravo per diventare come sono oggi, ricco come Paperon de Paperoni”.
il vestito di john travolta in la febbre del sabato sera
Non c’è da meravigliarsi se molti, che erano una volta di sinistra, abbiano trovato più semplice passare dall’altra parte per partecipare alla festa. C’è un evento culturale che fa da spartiacque tra i Settanta e gli Ottanta. È il film La febbre del sabato sera che è del 1977.
Da nullità a mito effimero per una notte, Toni Manero afferma con forza i suoi valori: il successo individuale, il glamour, la volgarità, contrapposti alla piattezza del quotidiano. Come tutti gli altri idoli degli anni Ottanta, non ha niente di intellettuale o di profondo, non ha valori da sostenere, né progetti politici.
È il simbolo della Disco Music, del disimpegno e della forma di affermazione individuale. In termini rigorosamente marxiani è un proletario, ma non pensa alla rivoluzione, non ha un’etica del lavoro, né un concetto politico da contrapporre alle miserie del privato. Vuole sfondare e avere successo. È quello che vuole la maggioranza.
GIOVANNI LEONE E UN GIOVANE SILVIO BERLUSCONI
Da questo punto di vista strettamente teorico gli anni Ottanta celebrano questo passaggio dalla classe alla maggioranza. Il concetto di classe è un soggetto collettivo, ma nello stesso tempo antagonistico.
Ma in campo economico negli anni Ottanta si afferma una grande frattura. Il capitalismo diventa maturo e il suo centro si sposta dalla fabbrica al mercato, dalla produzione al consumo.
È un mutamento che Debord, usando strumenti marxiani come l’analisi del valore feticcio della merce riesce a descrivere con lucidità già in La società dello spettacolo. La sinistra nel suo complesso, parlamentare ed extraparlamentare, stenta però a capire questa fondamentale mutazione dalla classe alla maggioranza, dal politico al privato.
In questo vuoto ideologico si inserisce Berlusconi e il berlusconismo. Berlusconi non ha un’ideologia definita, ma impara a operare sul mercato pubblicitario televisivo gestendo audience e sondaggi.
Da una semplice applicazione di questi strumenti, nati per controllare il mercato, al marketing politico, nasce il fenomeno del berlusconismo, da cui ancora oggi stentiamo a prendere le distanze.
Nei primi anni Ottanta la sinistra ragiona ancora in termini di classe ma un nuovo soggetto si sta affermando prima nel mercato e poi in politica: la maggioranza.
Se dal punto di vista della produzione c’è una contrapposizione evidente tra capitalista e proletario, dal punto di vista dei consumi non c’è contrapposizione né frattura, perché per estendere la massimo i consumi, bisogna abbattere le divisioni, uniformare il gusto, diluire le differenze sino ad annullarle.
La fabbrica è il luogo del conflitto, il mercato è il luogo dell’omologazione. E questa omologazione del gusto e dei consumi si consegue attraverso gli strumenti del marketing e dell’audience. Trent’anni di televisione commerciale hanno formato il gusto medio del paese, la sua ideologia politica, l’adesione e il consenso al berlusconismo.
Ma la rivoluzione più importante introdotta dalla TV commerciale è la vera e propria rivoluzione copernicana che ruota attorno alla rilevazione dell’audience. Il palinsesto della TV commerciale comincia a costruirsi sulle scelte del pubblico.
Non è più la televisione di Stato a imporre al pubblico le sue scelte pedagogiche, ma il pubblico stesso a dettare le sue leggi alla programmazione. Non è cosa da poco, o priva di effetti pratici. Un punto di audience può muovere milioni di pubblicità. Il pubblico, la gente, diventa per la prima volta consapevole del suo valore, non in senso morale, ma economico.
silvio berlusconi mike bongiorno
Ben presto tutti capiscono che non è mai la scelta più “alta” a premiare. Per raccogliere il pubblico più ampio si fa riferimento al mitico “minimo comun denominatore”. Il prodotto più semplice, meno caratterizzato, soprattutto meno complesso, si rivela vincente.
Da questo momento sarà tutta una corsa inarrestabile al ribasso, prima in televisione, poi nei costumi e nella vita privata, infine nella vita politica. Il capitale culturale perde valore nel momento in cui viene separato nell’immaginario del pubblico, dal successo.
Nel mondo borghese della prima metà del Novecento il titolo di studio pagava, anche in termini economici. Le famiglie facevano sacrifici per far studiare i figli, Avvocato, medico, commercialista erano sinonimi di benestante. La televisione, nel momento in cui premia l’elementarità del messaggio, spoglia il capitale culturale di valore. Lo studio non serve più e perde la sua funzione di promozione sociale.
I modelli a cui aspirare diventano la velina, il cantante, il calciatore, favolosamente ricchi e sempre al centro del gossip e dell’attenzione dei fan. Visibilità e potere sembrano coincidere, almeno nell’immaginario popolare.
In seguito, con il reality, chiunque sia inquadrato per quindici minuti dalla macchina da presa, potrà aspirare al successo, secondo la profezia di Andy Warhol.
Ma questo verrà dopo. Agli inizi i cantanti fingono ancora di cantare e le soubrettes di ballare e ballo e canto si sostituiscono, nelle aspirazioni dei giovani e delle famiglie, allo studio e alla formazione scolastica. I dialoghi televisivi diventano sempre più poveri e primitivi.
La volgarità, la rissa, il ricorso al turpiloquio, vengono praticati come espedienti per raggiungere picchi di audience. La mancanza di educazione, di correttezza, di distinzione, condivisa anche da sedicenti marchese e duchesse che invadono i talk show in veste di opinioniste, vengono percepite dal pubblico come forme di sincerità e schiettezza.
“Sa il fatto suo” “Gliele ha cantate chiare”. Il consenso del pubblico di fronte allo scadimento del linguaggio televisivo prelude a un involgarimento, un imbarbarimento di tutta la vita pubblica.
Ma paradossalmente la volgarità della neotelevisione rappresenta l’altra faccia di un fenomeno in sé positivo: l’affermazione della libertà dalle regole, la liberazione del pubblico da ogni forma di rispetto per gerarchie e poteri. Questo cambiamento, che investe agli inizi la televisione commerciale, non resta un fatto separato e non esplica le sue conseguenze solo sul costume.
Presto si estenderà in Italia alla politica e a tutte le manifestazioni della vita pubblica. Da più di un ventennio la politica italiana ha fatto proprio uno stile che ha nel talk show spazzatura la sua matrice. Ma c’è una cosa che forse fuori dall’Italia molti ignorano e che gli stessi italiani hanno da tempo rimosso.
Il totale scadimento dei valori politici tradizionali che oggi conosciamo, nasce storicamente da un tentativo della magistratura di ripristinare la legalità e la trasparenza della politica attraverso un’inchiesta penale che coinvolse tutta la classe politica.
il pool di mani pulite: di pietro, greco, davigo
Ed oggi possiamo dire che questa inchiesta fu possibile perché la rivoluzione dell’audience aveva liberato gli spettatori dal potere reverenziale nei confronti della politica.
Quest’inchiesta si chiamò “Mani pulite”, fece dei giudici che la promossero degli eroi popolari, e fu sostenuta dalla fiducia e dall’entusiasmo dell’opinione pubblica. L’eliminazione della classe politica che aveva governato sino ad allora l’Italia e l’implosione dei partiti politici tradizionali ebbe però un effetto paradossale.
Convinse, anzi, obbligò l’imprenditore Silvio Berlusconi a impegnarsi direttamente in politica portando la rivoluzione culturale già intrapresa in televisione, alle sue estreme conseguenze.
In questo contesto Silvio Berlusconi vede venir meno le coperture politiche che gli avevano permesso di sviluppare il suo impero televisivo creando una televisione commerciale, illegale secondo le leggi vigenti e mantenuta in vita con proroghe e deroghe ad hoc.
La sua azienda è fortemente indebitata con le banche e anche in questo caso, la mancanza di copertura politica può portare a richieste di rimborso anticipate. Non resta che scendere in campo direttamente fondando un nuovo partito politico “Forza Italia”.
bettino craxi silvio berlusconi 23
Viene utilizzata l’organizzazione esistente per la vendita della pubblicità delle aziende berlusconiane per creare dal nulla, in tempi brevissimi uno staff, dei candidati, le sedi del nuovo partito. Berlusconi si presenta come l’uomo nuovo, l’imprenditore prestato alla politica per rinnovare il paese.
Ma le soluzioni proposte sono ben diverse da quelle che ci si potrebbe aspettare. Gli italiani chiedono legalità alla politica. Ma il contrasto tra legge e politica sarà risolto in modo paradossale. Prima larvatamente, poi con maggiore decisione e forza, Berlusconi elabora una teoria della politica che non è altro che l’adattamento al nuovo contesto delle tesi sull’audience e sulle scelte della maggioranza.
Pensiamo alla televisione di Stato e alle sue scelte pedagogiche. Esse erano imposte al pubblico per il suo bene, ma non ne rispettavano i gusti. Lasciato a se stesso il pubblico predilige spettacoli disimpegnati e di intrattenimento. A chi criticava il basso livello culturale della sua programmazione Berlusconi, ha sempre obiettato che questo livello rispecchia le scelte del pubblico.
Insomma, l’audience rappresenta una sorta di democrazia diretta delle scelte culturali. In questo modo l’istanza di rinnovamento espressa dalla maggioranza del paese, viene strumentalizzata per conseguire il risultato opposto. Sul modello dell’audience e della maggioranza è costruito anche il populismo politico berlusconiano.
silvio berlusconi e bettino craxi
Non ci muoviamo più in una democrazia preoccupata di tutelare i diritti delle minoranze, quanto piuttosto in una dittatura della maggioranza. E paradossalmente come all’epoca della TV commerciale, nata senza alcuna autorizzazione, le regole sono rimaste le stesse, ma vengono interpretate in maniera nuova.
La televisione commerciale, vietata dalla legge, è stata resa legale dal favore del pubblico. C’è stato un referendum popolare che ha consacrato il diritto di Berlusconi a conservare il monopolio della TV commerciale.
bettino craxi silvio berlusconi primi anni 80
È vero che la concentrazione delle frequenze disponibili in mano a un unico operatore impedisce il pluralismo dell’informazione, ma non si può intervenire contro il volere popolare, se il popolo non sa che farsene di questo pluralismo.
Le normative vigenti sono state però stiracchiate e interpretate in modo tale, che pur restando tutto formalmente come prima, il berlusconismo ha profondamente rivoluzionato le convinzioni politiche del paese. Tutti ignorano ormai che lo Stato si regge su una divisione e un reciproco controllo dei poteri.
silvio berlusconi e bettino craxi 1984
Tutti pensano alla democrazia come espressione della maggioranza e delle sue scelte. Il populismo berlusconiano non assomiglia a fenomeni passati come ad esempio il peronismo argentino, perché non è costruito sul culto della personalità, ma sul mito della maggioranza.
Come tale utilizza strumenti contemporanei come il marketing e il sondaggio. Riflette la tendenza attuale a ricercare sempre e comunque nella maggioranza dei consensi l’unico valore riconosciuto. Non si rivolge al suo elettore dicendo “Mi devi votare perché io valgo” ma come in un famoso slogan pubblicitario contemporaneo. “Mi meriti, perché tu vali”.
BETTINO CRAXI SILVIO BERLUSCONI
Questo nuovo che aspettiamo da troppi anni, conserva ancora oggi le apparenze e le sembianze di Berlusconi.
..............................................













