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BOOM! INTESA SANPAOLO SAREBBE PRONTA A ROMPERE GLI INDUGI E RILEVARE IL PACCHETTO AZIONARIO DI CALTAGIRONE IN GENERALI (6,28% DEL CAPITALE) – RUMORS INSISTENTI DA MILANO A ROMA PARLANO DI UN IMMINENTE RUGGITO DA "LEONE" DI CARLO MESSINA: DOPO MESI PASSATI A CHIAMARSI FUORI DALLA “CONFUSIONE” DEL RISIKO BANCARIO, ENTREREBBE IN GIOCO CON LA MOSSA DEL CAVALLO IN GRADO DI TRASFORMARE DAVVERO IL SISTEMA FINANZIARIO ITALIANO. GLI EFFETTI SAREBBERO ECLATANTI: NASCEREBBE UN COLOSSO DELLA BANCASSICURAZIONE, CAPACE DI PROIETTARSI ALL’ESTERO E FAR MANGIARE LA POLVERE AD ANDREA ORCEL (L’AD DI UNICREDIT CHE NON È RIUSCITO A COMPRARSI BPM, CAUSA GOLDEN POWER) – IL GOVERNO MELONI NON SAREBBE OSTILE: IL PRIMO GRUPPO ITALIANO CHE METTE UN PIEDE NELLA CASSAFORTE DEL RISPARMIO SIGNIFICA STABILITÀ – E “CALTA”, CHE CI GUADAGNA? ORMAI HA CAPITO CHE NON PUÒ PRENDERSI GENERALI VIA MPS-MEDIOBANCA. TANTO VALE INCASSARE UNA VALANGA DI QUATTRINI (IN FONDO È SEMPRE STATO IL SUO OBIETTIVO PRINCIPALE)

Da https://www.lospiffero.com/

 

carlo messina

Nel risiko bancario italiano le mosse vere non si annunciano: si fanno filtrare. E quella che nelle ultime ore rimbalza tra Milano e Roma, raccontata con la cautela dei condizionali ma sorretta da conferme che arrivano da più di un tavolo che conta, è di quelle in grado di spostare gli equilibri.

 

Perché Carlo Messina, finora rimasto ufficialmente lontano dalle beghe domestiche dell’M&A, si starebbe muovendo davvero. E lo farebbe non entrando nella partita, ma andando dritto al suo premio più ambito: Generali.

 

Carlo Magno, che fin qui si è tenuto molto alla larga dalla “confusione” del risiko bancario domestico, arrivando a dire che Intesa Sanpaolo voleva restare «very, very far» da quel caos e che solo l’anno scorso liquidava ogni appetito su Generali con un’alzata di spalle– «non è il modo in cui Intesa opera» –, avrebbe deciso che è arrivato il momento di smettere di guardare. Insomma, Carlo V, come lo chiamano per via del quinto mandato da numero uno della prima banca del Paese, scende in campo.

 

Rumors “esplosivi”

FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE MEDIOBANCA

A quanto risulta allo Spiffero, domenica Messina avrebbe convocato un Cda “riservatissimo”.

 

All’ordine del giorno – sempre secondo questa ricostruzione, coperta da riserbo e dunque da maneggiare con prudenza – ci sarebbe la delibera per acquistare il pacchetto azionario del gruppo Caltagirone in Generali (6,28% del capitale). Qui la voce non avrebbe affatto il sapore della boutade. Perché si inserisce nel punto esatto in cui si è inceppata la macchina del risiko.

 

philippe donnet agorai innovation hub

Negli ultimi giorni Siena è tornata nel cono di luce: smentite incrociate hanno archiviato (almeno ufficialmente) la pista Unicredit-Delfin sul 17,5% di Mps, ma hanno riacceso i fari sul vero dossier: l’asse Mps–Mediobanca e i riflessi su Trieste. Delfin ha negato qualsiasi dismissione e ha ribadito sostegno ai vertici; sullo sfondo, però, resta il nodo industriale e di governance.

 

Il punto è noto: entro marzo Mps deve consegnare alla Bce il piano industriale della business combination con Mediobanca. E quel piano deve sciogliere la domanda che vale più di una fusione: Mediobanca resterà autonoma e quotata oppure no?

 

CARLO MESSINA - ANDREA ORCEL

Perché se si andasse verso un’integrazione piena e un delisting, la quota del 13% circa che Piazzetta Cuccia detiene in Generali finirebbe sotto controllo diretto di Siena, con il vertice libero – in teoria – di decidere se tenerla, usarla come moneta di scambio o perfino venderla. Ed è proprio su quel potere di scelta che, secondo ricostruzioni autorevoli, si sarebbe aperta la frattura tra Luigi Lovaglio e Francesco Gaetano Caltagirone.

 

In mezzo c’è la governance del Monte: il Cda ha rinviato al 28 gennaio la decisione sul regolamento per il rinnovo delle cariche dopo le tensioni sul ruolo di Lovaglio nella formazione della lista, con l’ombra dell’inchiesta milanese e le letture politiche conseguenti.

 

FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE - FOTO LAPRESSE

Caltagirone: dal sogno di Trieste al conto in banca

 

Ed ecco il salto logico che rende credibile (quantomeno per i nostri insider) l’operazione Intesa. Secondo gli appunti e i retroscena: Caltagirone avrebbe maturato la convinzione che la strada “prendersi Generali passando dalla fusione Mps–Mediobanca” è ormai interrotta.

 

Perché se Mediobanca venisse davvero “assorbita”, la quota del Leone – oggi architrave del sistema – potrebbe diventare una leva in mano ad altri. Non solo: in quella cornice Lovaglio ha sempre fatto filtrare una visione più “finanziaria” dell’asset Generali («diversificazione sì, ma deve creare valore e giustificare capitale»), quindi potenzialmente cedibile se utile al progetto bancario.

 

LUIGI LOVAGLIO FRANCESCO MILLERI GAETANO CALTAGIRONE GENERALI

Risultato, nella narrazione che gira: il costruttore-finanziere romano, accusato dai detrattori di “bulimia” di soldi, potrebbe “accontentarsi” di incassare. Con plusvalenze stellari. Soprattutto se la partita si è fatta più rischiosa sul fronte del controllo e più costosa sul fronte della reputazione (procure, vigilanza, comitati). In altre parole: meglio un assegno pesante oggi, che un braccio di ferro infinito domani.

 

La convenienza di Messina

Per Messina – sempre secondo chi racconta questo scenario – sarebbe un colpo doppio.  Mettere un piede in Generali, non come comparsa ma come azionista capace di spostare equilibri in quella che resta la cassaforte del capitalismo italiano: risparmio, stabilità finanziaria, architettura delle partecipazioni.

 

CARLO MESSINA GIAN MARIA GROS PIETRO

Far saltare lo schema in cui l’asse Siena–Milano (Mps–Mediobanca) diventa la cabina di regia indiretta su Trieste. E qui sta il paradosso più gustoso: l’uomo che pubblicamente ripete di stare lontano dalla “confusione” del risiko, non solo conquisterebbe un pacchetto pregiato di azioni, ma si confermerebbe capace di trasformare la “confusione” in potere. Per Messina, però, non sarebbe solo una manovra di potere ma anche un’operazione dal forte senso industriale: mettere un piede in Generali significherebbe aprire canali di sinergia sul mercato assicurativo estero, terreno dove Intesa è ancora relativamente scoperta. L’effetto sarebbe la nascita di un campione della bancassurance capace di proiettarsi fuori dai confini nazionali e, al tempo stesso, di far masticare la polvere al suo storico antagonista Andrea Orcel

 

ASSICURAZIONI GENERALI

Nei rumors affiora anche un timbro politico. A Palazzo Chigi l’operazione non sarebbe vista con ostilità. I rapporti solidi tra Carlo Messina e la premier Giorgia Meloni sono noti, e l’idea che il primo gruppo bancario italiano metta un piede nella cassaforte del risparmio nazionale rientrerebbe in un perimetro di stabilità che il governo guarda con attenzione.

 

Un’operazione del genere, del resto, difficilmente potrebbe anche solo prendere forma senza un clima politico quantomeno favorevole.

 

CROLLO DELL INSEGNA GENERALI - TORRE DI ZAHA HADID A MILANO CITYLIFE - FOTO LAPRESSE

Certo: qui siamo nel territorio dove le telefonate non esistono e le benedizioni non si mettono a verbale. Ma è anche vero che sul sistema bancario italiano il governo ha mostrato di voler avere una postura attiva, e l’operazione Mps–Mediobanca è stata letta in questa chiave.

 

Gli scenari

 

Se questa voce avesse un fondamento, le conseguenze non sarebbero solo eclatanti nell’immediato, ma profonde e progressive, perché andrebbero a insinuarsi proprio nei dossier più delicati del sistema.

 

A Siena, per esempio, il piano industriale da consegnare alla Bce nascerebbe dentro un contesto diverso. L’asse Mps–Mediobanca, che oggi ruota attorno al destino della quota in Generali e alla scelta se mantenerla come architrave strategica o trattarla come asset finanziario, si troverebbe con un nuovo convitato di pietra.

 

FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE - FRANCESCO MILLERI

La presenza di Intesa nel capitale del Leone cambierebbe infatti il peso specifico di ogni opzione: vendere, tenere, negoziare, allearsi non sarebbero più scelte neutre, ma mosse da calibrare tenendo conto di un attore che, per dimensione e ruolo sistemico, non può essere ignorato.

 

A Trieste l’effetto sarebbe ancora più sottile. Il Leone tornerebbe al centro di un gioco di posizionamenti che non passerebbe da annunci clamorosi, ma da equilibri azionari e alleanze silenziose.

 

La compagnia, che negli ultimi anni aveva trovato una sua linea di continuità nella governance, verrebbe di nuovo osservata come terreno di influenza potenziale, con un azionista bancario di primissimo piano capace di incidere negli snodi decisionali senza bisogno di alzare la voce.

 

philippe donnet - andrea sironi

Anche a Roma cambierebbe la prospettiva. Un conto è assistere a un risiko giocato tra azionisti “storici” e banchieri impegnati a ridisegnare equilibri interni; un altro è vedere il primo gruppo bancario del Paese entrare direttamente nel perimetro della principale compagnia assicurativa italiana. Il tema smetterebbe di essere soltanto finanziario e diventerebbe, in modo ancora più evidente, una questione di architettura del risparmio e di stabilità del sistema.

 

Infine, per Caltagirone, la cessione del pacchetto in Generali segnerebbe un passaggio strategico di grande rilievo. Dopo anni in cui la presenza nel Leone è stata uno dei cardini della sua proiezione nella governance del capitalismo italiano, monetizzare oggi significherebbe riconoscere che lo scenario è cambiato e che la partita, così come si è configurata dopo l’operazione su Mediobanca, richiede mosse diverse da quelle immaginate in origine.

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