cristian chivu

“MIO PADRE FACEVA L’ALLENATORE. IL GIORNO DOPO CHE È MORTO ERO IN CAMPO PER UNA PARTITA, COME LUI AVREBBE DOVUTO” – CRISTIAN CHIVU, FRESCO DELLA VITTORIA DEL “DOUBLE” CON L’INTER, SI RACCONTA, TRA L’INFANZIA NELLA ROMANIA DI CEAUSESCU E L’ESPERIENZA SULLA PANCHINA NERAZZURRA: “AVEVO POCHE COSE. LA LIBERTÀ ERA AVERE UNA FETTA DI PROSCIUTTO. HO MANGIATO LA MIA PRIMA BANANA A OTTO ANNI” – “LA POVERTA', LA FAME, FORNISCONO UNA SPINTA IMPORTANTE: OGGI IN EUROPA NON C'E' PIU', E' IN AFRICA CHE SI AVVERTE VOGLIA DI RISCATTO" - "IN ITALIA VA MIGLIORATO IL LAVORO NEI SETTORI GIOVANILI. C'E' UNA PRESSIONE ESAGERATA..."

Estratto dell’articolo di Walter Veltroni per il “Corriere della Sera”

 

cristian chivu 1

Cristian Chivu è un vincente. Da giocatore, da allenatore. Lo incontro dopo i fuochi dei suoi successi e trovo una persona posata, meditativa, sincera, disposta a raccontarsi mostrando i segni più importanti del suo cammino. Anche le ferite profonde, quelle che non sono lenite da una coppa o da un primato. Ha valori, carattere e idee chiare. Forse quello che serve al calcio. E non solo al calcio.

 

Cristian Chivu, mi racconta come era da bambino e come è nato il suo amore per il calcio?

«Ero un bambino felice. Avevo poche cose, quelle consentite dal regime comunista in Romania. Ma sono cresciuto con l’educazione ricevuta da parte dei miei, appassionato di essere un bambino, con la voglia di non perdere quella felicità. Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto. Ero appassionato di calcio, perché mio papà era un ex giocatore. All’epoca faceva l’allenatore di una squadra amatoriale. Io da piccolo ero felice, ansioso di scoprire quello che il mondo mi avrebbe offerto».

cristian chivu e il padre mircea

 

[…] Suo padre è morto quando lei stava cominciando la sua carriera.

«Avevo sedici anni e mezzo. Volevo dimostrargli quello che lui ha sempre pensato di me ma che io ho saputo solo dopo da mia mamma: che potessi crescere responsabilmente, e farmi strada con le mie forze. È stato l’unico obiettivo della mia vita: dimostrargli di saper fare cose belle e giuste, da ragazzo maturo. Purtroppo non ha potuto vedermi crescere. Il giorno che se ne è andato ero in ritiro, ho fatto in tempo a salutarlo. Il giorno dopo, come lui avrebbe voluto, ero in campo per una partita».

 

[…] Ricorda la caduta di Ceausescu? Lei aveva nove anni.

«Erano i giorni di Natale. Mio papà era subingegnere in una fabbrica di armi. L’azienda era stata chiusa e a tutti i dipendenti era stato dato l’ordine di presidiare luoghi strategici. Una sera papà tornò a casa e disse che doveva andare a fare la guardia e ci raccomandò di non uscire di casa perché a Timisoara avevano cominciato a sparare contro i manifestanti. Quella notte l’ho vissuta con grande ansia, si sentivano gli spari anche da casa. Ho un ricordo preciso, scolpito: mio padre che esce di casa la sera essendosi rasato e la mattina dopo torna con la barba».

cristian chivu foto lapresse 3

 

[…]  Cosa significava per un bambino romeno la parola libertà?

«Vuole la verità? La possibilità di avere cose. Di vivere normalmente, di mangiare normalmente. Allora avevamo solo due litri di latte, un paio di uova, un po’ d’olio e il pane solo il sabato. La libertà era avere una fetta di prosciutto, un quadrato di cioccolata. Ci crede che io ho mangiato la mia prima banana a otto anni?».

 

[…] Quando è diventato ricco cosa ha regalato a sua madre?

«Una casa. Ho fatto tanti regali a mia mamma, ma non sono sufficienti a risarcirla degli sforzi che lei ha fatto, rimasta da sola, per tirare su me e mia sorella. Mi ha ripagato il suo orgoglio per la mia carriera, per aver studiato e aver mantenuto la promessa fatta a mio padre».

cristian chivu 5

 

Chi è stato povero ha più «fame» di chi ha frequentato i campi in erba delle scuole calcio e le docce tiepide?

«Oggi in Europa si trovano difficilmente situazioni come quelle del passato. È in Africa che si avverte questa voglia di riscatto sociale. La fame fornisce una spinta importante: la voglia di uscire dalle situazioni di difficoltà, di emergere, di risarcire tutti i sacrifici che la tua famiglia ha fatto per te... Sono cose che ti trasmettono qualcosa in più rispetto a chi potrebbe sembrare un po’ più leggero, un po’ più superficiale, a chi non ha conosciuto la fatica di vivere».

 

[…] Il mestiere di padre e quello di allenatore si assomigliano?

cristian chivu foto lapresse 2

«Io so che spesso ho a che fare con degli adulti che a volte possono sembrare bambini. È importante la loro stima, ma non è l’amore che si prova verso un padre.

 

Perché i giocatori sono consapevoli che domani potranno andare via e trovare un altro “padre”. I figli sono figli per tutta la vita. Io faccio capire ai miei calciatori che per loro farei qualsiasi cosa. Che se hanno bisogno di me, ci sono. Gli sto vicino. Non sono di quegli allenatori convinti che la prossimità diminuisca l’autorità. L’autorità non viene da un ruolo, ma da un modo di essere».

 

Ha applicato questa modalità nella gestione del caso Bastoni?

«Percepisco da allenatore l’importanza di creare un gruppo, creare armonia, farsi voler bene, accettare anche il fatto che si può sbagliare. Quella sera ho deciso di fare a modo mio e difendere il mio giocatore fino in fondo. Probabilmente un padre fa questo. Io ho cercato di confortarlo, sapevo che lui ne poteva uscire distrutto, per la gogna alla quale è stato sottoposto, nonostante sia un ragazzo forte che non ha mai mollato. In quei giorni ha messo una maschera per farci credere che tutto andava bene. Ma non si poteva lasciarlo solo. E il gruppo ha apprezzato».

alessandro bastoni cristian chivu 1

 

Lei, come Fabregas, Cuesta, De Rossi, Grosso, fa parte di una nuova generazione di tecnici. Che differenze con il passato?

«Noi siamo alle prime armi, abbiamo tanto da imparare. Io in un anno e mezzo sono migliorato dal punto di vista professionale e l’esperienza è difficile da comprare.

 

Chi ci ha preceduto ha i trofei, il tempo, la lucidità e la serenità nel gestire molte situazioni. Tutte cose che non si acquistano al mercato. Noi probabilmente abbiamo più apertura al nuovo, vogliamo uscire dalla zona comfort, dal già visto. Non ci accontentiamo di una cosa fatta bene, vogliamo saper fare più cose e non importa se questo all’inizio sembra confusione».

 

cristian chivu 3

Dove nasce la malattia del calcio italiano? Tre volte senza Mondiali, le disavventure nelle coppe internazionali...

«Probabilmente siamo rimasti un po’ indietro sia dal punto di vista economico che da quello sportivo. Gli inglesi si permettono di mantenere un livello competitivo per le spese, gli ingaggi che qui è impensabile. Quello che va migliorato è il lavoro nei settori giovanili, noi vogliamo far scendere in campo i ragazzi ma, diciamoci la verità, se si perdono due partite è una catastrofe, c’è una pressione esagerata».

 

Troppa fretta...

«Si vogliono risultati subito, non progetti di respiro. Il calcio diventa un’ossessione e si perde lucidità. Tutti commentano tutto e il mondo social esaspera i toni. Vogliamo le cose veloci, preferiamo le scorciatoie alle vie maestre. Bisogna avere equilibrio nelle sconfitte e, lo dico in primo luogo per me, anche nelle vittorie. Il primo giorno che sono arrivato all’Inter ho detto: “Io non sono perfetto e nemmeno voi. Ma insieme possiamo fare grandi cose”. E così è stato».

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