GIUSTIZIA PER GIULIO - DOPO DIECI ANNI DI MANCANZA DI COLLABORAZIONE E DI MEZZE VERITÀ DALL’EGITTO, OGGI È IL GIORNO DELLA VERITÀ PER GIULIO REGENI: DAVANTI ALLA CORTE D'ASSISE DI ROMA, ARRIVERÀ LA SENTENZA PER I QUATTRO UOMINI DELLA NATIONAL SECURITY EGIZIANA ACCUSATI DI AVERLO RAPITO, TORTURATO E UCCISO – IL RICERCATORE STAVA MONITORANDO I SINDACATI INDIPENDENTI DEL PAESE, COMPRESO QUELLO DEGLI AMBULANTI, E IN ALCUNI APPUNTI RACCONTAVA DI COME FOSSERO COSTRETTI A SCAPPARE DALLA POLIZIA CHE ERA A CACCIA DI BUSTARELLE – DOPO ANNI DI ACCUSE INFAMANTI, DAL SUO DIARIO EMERGE CHE NON ERA UNO SPROVVEDUTO E, SOPRATTUTTO, NON ERA UNA SPIA...
1 - REGENI, IL GIORNO DELLA VERITÀ PRIMA SENTENZA SUGLI EGIZIANI ACCUSATI DELLA SUA MORTE
Estratto dell'articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica”
Dal 3 febbraio 2016 al 28 settembre 2026. Dieci anni più qualche mese. Il tempo che separa il giorno in cui il corpo di Giulio Regeni viene trovato lungo la strada che dal Cairo porta ad Alessandria da quello in cui, davanti alla Corte d'Assise di Roma, arriverà la sentenza nei confronti dei quattro uomini della National Security egiziana accusati di averlo rapito, sequestrato, torturato e ucciso.
Oggi è il giorno della verità per Giulio Regeni. Del verdetto nei confronti di Tariq Sabir, generale al vertice del dipartimento che monitorava i sindacati indipendenti, compreso quello degli ambulanti studiato da Giulio Regeni.
E di Uhsam Helmi, il colonnello che dopo la morte di Giulio entrò persino nel team investigativo italo-egiziano, l'uomo che ufficialmente è irrintracciabile ma che di fatto compare a conferenze e convention. Ancora: Athar Kamel Mohamed Ibrahim, colonnello. E Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il maggiore che l'accusa indica come direttamente coinvolto nelle torture e nell'omicidio di Giulio Regeni.
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giulio regeni tutto il male del mondo
Dieci anni di domande, di viaggi al Cairo, di incontri, interrogatori, rogatorie, documenti negati, testimonianze, depistaggi.
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Questa è la storia di un itinerario complesso. Iniziato il 3 febbraio 2016, quando il corpo di Giulio viene trovato lungo la Desert Road. I carabinieri del Ros, gli agenti dello Sco e il pm Colaiocco iniziano a fare la spola con l'Egitto. Si prova a ricostruire gli ultimi giorni di Giulio, a dare un nome alle persone che lo hanno seguito, a capire dove e quando la sua vita sia finita.
TESTIMONE DELLE TORTURE A GIULIO REGENI
Poi arrivano le prime versioni. E anche le prime crepe. I tentativi – nel 2016 – di addossare le responsabilità su cinque rapinatori uccisi in un conflitto a fuoco.
La svolta arriva il 4 dicembre 2018: vengono indagati gli uomini della National Security egiziana.
Da quel momento la collaborazione promessa dal Cairo si restringe progressivamente fino a diventare una sequenza di silenzi, risposte formali, documenti che non arrivano, a cominciare dal domicilio degli indagati. Roma va avanti. Il 10 dicembre 2020 la procura chiude le indagini.
Sembra l'ultimo tratto della strada.
Non lo è. Il 14 ottobre 2021 il procedimento subisce una battuta d'arresto. La Terza Corte d'Assise dichiara nullo il decreto che dispone il giudizio: non c'è prova che gli imputati sappiano del processo. Il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Sergio Colaiocco chiedono allora l'intervento della Consulta. La decisione cambia la storia: adesso nei procedimenti per tortura, quando lo Stato estero non collabora, si può procedere anche senza la notifica degli atti agli imputati. Il processo Regeni può cominciare.
appunti attribuiti a giulio regeni
È il febbraio 2024. In aula arrivano le prove, parlano gli investigatori, le difese, sfilano i testimoni coperti da paraventi, la cui identità è celata dietro lettere dell'alfabeto greco.
«Ci hanno portato in quello che chiamiamo il "cimitero dei vivi". Sentivo Giulio urlare mentre lo torturavano», dice Delta.
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Il 23 giugno il procuratore aggiunto chiede l'ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e tre condanne a 17 anni e sei mesi per gli altri. Ora, dopo dieci anni, quella strada arriva al suo ultimo giorno. Il giorno della sentenza.
2 - QUANDO GIULIO SCRIVEVA NEL DIARIO “STUDIARE I SINDACATI È UN RISCHIO”
Estratto dell’articolo di g.f. per “la Repubblica”
sit-in per giulio regeni davanti al tribunale di roma di piazzale clodio
«Mentre la mia metodologia di ricerca appare essere lineare, sono preoccupato per lo scenario altamente volatile attualmente presente in Egitto». Bastano poche parole, fin qui inedite, scritte da Giulio Regeni prima di partire per il Cairo, per rispondere a molte delle bugie che hanno accompagnato questa storia: che il ricercatore italiano fosse uno sprovveduto. [...]
Giulio scrive nel questionario metodologico dell'università. Sa che cosa sta andando a studiare e dove.
«Investigare sui sindacati in uno scenario post-rivoluzionario potrebbe essere visto con sospetto da molti degli intervistati e dalle autorità [...] Mentre sono sicuro sulle mie capacità di parlare in arabo con interlocutori eruditi, sono meno sicuro sulle mie capacità di comunicare con persone in dialetto».
Aveva individuato il rischio e lo riteneva gestibile. E poi c'è la storia della spia. Uno dei veleni che hanno accompagnato il caso Regeni. Gli investigatori italiani hanno seguito i soldi. Giulio aveva quattro conti correnti: appena 14 mila euro, provenienti dalla precedente attività lavorativa per Oxford Analytica.
«Non c'è un'evidenza nel complesso del materiale che noi abbiamo acquisito nel corso delle indagini», ha detto in aula il colonnello dei carabinieri Giuseppe Panebianco, «che ci autorizzi a ipotizzare la riconducibilità di Giulio a un servizio di intelligence». «Non era una spia», ha chiosato il pm Sergio Colaiocco.
Al Cairo Giulio fa quello per cui è lì. Il 29 ottobre è in un mercato. «Dopo aver passato circa 30 minuti con loro, ad un tratto un venditore dalla fine della strada ha urlato "Baladia" e tutti si sono immediatamente preparati per andare via». Annota: «In pochi secondi hanno spento le luci, impacchettato la merce, e sono scappati».
Cerca di capire: «Sono scioccato dalla circostanza che gli ambulanti sono regolarmente costretti a scappare dalla polizia, tanto che tali "fughe" sembrano divenute parte integrante del loro lavoro».
Fa domande, ascolta: «Mi hanno detto che la baladia civile cerca solo la bustarella dagli ambulanti. Ricevono di solito due pacchetti di sigarette Marlboro e un po' di soldi».
È durante questo lavoro che incontra Mohamed Abdallah, il sindacalista che Giulio considera uno dei suoi interlocutori e che, secondo i pm, è già in contatto con gli apparati. Il 18 dicembre Giulio gli consegna la traduzione del progetto della Fondazione Antipode. Poi torna ai suoi appunti. L'attacco è quasi brutale: «Umana miseria».
la proposta delle iene a gualtieri su via regeni 5
«Oggi ho dato la traduzione del progetto della Fondazione Antipode a Mohamed Abdallah». Il sindacalista gli domanda che cosa ne sarebbe venuto fuori per lui.
«Sono rimasto scioccato», annota Giulio. E ancora: «Spero veramente che ciò non sarà un problema nella realizzazione del progetto». [...] Sapeva che studiare i sindacati poteva insospettire le autorità [...]









