“TI DEVI SBRIGARE FROCIO DEL CAZZO”; “TI MANGIO IL CUORE”; “SEI TROPPO GAY” – A ROMA, UN OPERAIO DI 50 ANNI È ACCUSATO DI STALKING AI DANNI DI UN COLLEGA 23ENNE, CHE VENIVA AGGREDITO, DERISO, UMILIATO E INSULTATO QUOTIDIANAMENTE (“TI METTO SOTTO TERRA, TI INFILO SOTTO UN CANALE E TI FACCIO TROVARE TUTTO TAGLIATO CON LE LAMIERE IN FACCIA”) – A CAUSA DEGLI INSULTI E LE AGGRESSIONI CONTINUE, IL 23ENNE È STATO COSTRETTO A RICORRERE A CURE MEDICHE, A LICENZIARSI E A TRASFERIRSI IN UNA CITTÀ DIVERSA – ANCHE IL DATORE DI LAVORO È STATO RINVIATO A GIUDIZIO PER PER “NON AVER IMPEDITO LE CONDOTTE DENIGRATORIE PUR ESSENDONE A CONOSCENZA“
Estratto dell’articolo di Federico Boni per www.gay.it
Insulti continui, ogni giorno, a sfondo omofobo. È quanto avvenuto in un cantiere edile di Roma, come scritto da Ettore Saladini su LaRepubblica, con protagonista un ragazzo di 23 anni, italiano, pesantemente insultato sul posto di lavoro.
QUANDO IL POSTO IL LAVORO DIVENTA UN INFERNO OMOBITRANSFOBICO
«Sei troppo gay», «ti devi sbrigare fro… del ca…». Un operaio italiano di 50 anni è finito sotto inchiesta per stalking, con patteggiamento a un anno di pena, subordinato a un percorso di recupero. Il datore di lavoro è stato invece rinviato a giudizio per “non aver impedito le condotte denigratorie pur essendone a conoscenza“. Il 23enne veniva spintonato e deriso quotidianamente, umiliato costantemente.
Il giovane di origini siciliane aveva iniziato a lavorare per ditta di impiantistica a inizio 2024. Dopo poche settimane sono iniziate le offese a carattere “omofobo, razziale e sessuale“, così come le “violenze fisiche“.
A PROCESSO ANCHE IL DATORE DI LAVORO
Un’autentica persecuzione, secondo l’accusa, che ha costretto il 23enne a “ricorrere a cure mediche, a licenziarsi e a trasferirsi in una città diversa“. Il 31 agosto 2025 il ragazzo si è dimesso per giusta causa, per poi presentare una denuncia.
I suoi avvocati, Ludmila Laudonio e Andrea Pietrangeli Bernardi, si sono detti soddisfatti per il rinvio a giudizio del titolare ma critici sul patteggiamento: “Auspicavamo il rigetto della richiesta considerata la gravità e la sistematicità delle offese durate oltre un anno e l’assenza di ravvedimento. Valutiamo iniziative in sede civile per il risarcimento dei danni”.
Un’infinità le frasi denigratorie, hanno scritto i magistrati. “Mangia e dormi, gola profonda”, “Pulisci schiavo, Africa agli africani questo devono fare di lavoro”, “Ti mangio il cuore […] la prossima volta ti metto sotto terra, ti infilo sotto un canale e ti faccio trovare tutto tagliato con le lamiere in faccia”.
Il datore di lavoro, pur sapendo delle continue vessazioni, non è mai intervenuto, giustificandole: “Qualsiasi cosa chiedigli scusa […] io con te non so che fare. Non so proprio dove mandarti, l’unica cosa che posso dirti è licenziati, che faccio caccio via a lui e tengo te?“, si legge nel capo d’imputazione. Alla fine, disperato, il 23enne si è licenziato e gli ha fatto causa. […]



