“SIAMO UN PAESE CHE CONSUMA PORNOGRAFIA E PRODUCE CULTURA EROTICA, MA CHE VIVE IL SESSO COME QUALCOSA DI CUI VERGOGNARSI” – LA PORNOSTAR VALENTINA NAPPI SCENDE IN CAMPO CONTRO LA “TASSA ETICA” CHE SI APPLICA AI GUADAGNI DERIVANTI DA CONTENUTI PER ADULTI: “È UNA DELLE FORME PIÙ SUBDOLE DI CENSURA CHE ESISTANO OGGI IN ITALIA. È UNA SOVRAIMPOSTA DEL 25% IN PIÙ OLTRE ALLE TASSE GIÀ DOVUTE COME TUTTI I LAVORATORI. NON RIGUARDA SOLTANTO L’INDUSTRIA DEL PORNO, MA OGNI OPERA CINEMATOGRAFICA, LETTERARIA, TEATRALE, AUDIOVISIVA E MULTIMEDIALE CHE CONTENGA ATTI SESSUALI NON SIMULATI TRA ADULTI CONSENZIENTI”
Alessandro Dowlatshahi per www.laprovinciapavese.it
L’attrice pornografica Valentina Nappi sarà ospite sabato 17 ottobre, dalle 17.30, nel Cortile Teresiano del festival Pavia Internazionale. Insieme all’attivista e divulgatrice Debora Striani e al giornalista Fabio Salamida, parteciperà all’incontro dal titolo “Chi decide cosa è etico? Il lavoro alla prova della morale: la tassa etica”.
Nappi, che cos’è la tassa etica e chi riguarda?
«È una delle forme più subdole di censura che esistano oggi in Italia. È una sovraimposta del 25% in più oltre alle tasse già dovute come tutti i lavoratori, che colpisce i redditi derivanti dalla produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico.
Non riguarda soltanto l’industria del porno, ma ogni opera cinematografica, letteraria, teatrale, audiovisiva e multimediale che contenga atti sessuali non simulati tra adulti consenzienti».
Secondo lei, cosa dice questa tassa della nostra cultura?
«Credo che la tassa etica racconti molto del rapporto contraddittorio che l’Italia ha con la sessualità. Siamo un Paese che consuma pornografia, produce cultura erotica e ha una lunga tradizione artistica legata alla rappresentazione del corpo, ma che continua a vivere il sesso come qualcosa di cui vergognarsi pubblicamente».
C’entra un retaggio cristiano?
«Certamente, soprattutto nella concezione della sessualità come dimensione da disciplinare moralmente. Ma non ridurrei tutto alla religione. Esiste anche una tradizione autoritaria e paternalista che attraversa culture politiche differenti: l’idea che lo Stato debba educare i cittadini alla virtù arbitraria di chi governa, anziché garantire libertà e diritti».
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