gianni oliva cover libro brigantaggio

DEPORTARE, OH OH… - IL PROGETTO MELONI DI INGABBIARE I MIGRANTI IN ALBANIA E' UNA VECCHIA STORIA - NEL 1861, L’UNITÀ D’ITALIA AVVENNE SOTTO IL SEGNO DI UNA “GUERRA CIVILE” TRA IL REGNO SABAUDO E IL ‘’BRIGANTAGGIO DEL SUD’’, CHE CAUSÒ PIÙ VITTIME DELLE TRE GUERRE D’INDIPENDENZA MESSE INSIEME - VITTORIO EMANUELE II COMINCIÒ A PENSARE A UN PIANO DI DEPORTAZIONE DI ’’BRIGANTI E MANUTENGOLI’’ IN MOZAMBICO O NELLE COLONIE PORTOGHESI DEL PACIFICO (TIMOR, MACAO, GOA) O IN AUSTRALIA, SULL'ESEMPIO DI QUANTO HA SEMPRE FATTO LA FRANCIA NELLA GUYANA E IN MADAGASCAR…

LA PRIMA GUERRA CIVILE - GIANNI OLIVA

L'IPOTESI DI COLONIE PENALI IN MOZAMBICO 

Estratto dal libro “La prima guerra civile” di Gianni Oliva – Editore “Mondadori”

 

Nella stesura del disegno di legge, Massari lavora su un terreno insidioso per le implicazioni costituzionali, ma non nuovo. Un primo ambito di provvedimenti eccezionali è stato quello della deportazione.

 

Sin dall'inizio della campagna di Vittorio Emanuele II nel Sud, il governo di Torino ha trasferito i soldati borbonici prigionieri di guerra nelle isole del Tirreno o in zone remote dell'Italia settentrionale, e a mano a mano ha affiancato loro gli «sbandati» e i «camorristi». 

 

Nel 1861 il governo Ricasoli ha cominciato a pensare a un progetto organico di deportazione di «briganti e manutengoli» in luoghi lontani dall'Italia, sull'esempio di quanto ha sempre fatto la Francia nella Guyana e in Madagascar;

 

il successivo governo Rattazzi ha proseguito su questa strada, facendo sondaggi con i diplomatici portoghesi sulla possibilità di impiantare stabilimenti penali in Mozambico o nelle colonie portoghesi del Pacifico (Timor, Macao, Goa) e ha cercato di definire forme di compartecipazione italiana alla sovranità su territori non ancora completamente assoggettati da Lisbona; 

vittorio emanuele ii di savoia

 

appena insediato, il governo Minghetti ha apprestato una fregata della Regia marina destinata a partire per i mari dell'Australia e studiare la praticabilità degli stabilimenti di deportazione, ma ha dovuto fermarsi per l'intervento di Napoleone III e dell'Inghilterra, preoccupati che l'istituzione di colonie penali fosse la copertura di un'ambizione espansionistica dell'Italia.

 

IL BRIGANTAGGIO DEL SUD DOPO L'UNITÀ È STATO LA PRIMA GUERRA CIVILE ITALIANA

https://circolodellastoria.it/il-brigantaggio-e-stato-la-prima-guerra-civile-italiana/

brigantaggio 12

 

Nel nuovo libro ‘’La prima guerra civile’’ (Mondadori), lo storico Gianni Oliva propone una rilettura radicale del brigantaggio postunitario, definendolo una guerra civile tra connazionali.

 

Il libro di Oliva, scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 21 ottobre 2025, supera le vecchie interpretazioni criminalizzanti e restituisce complessità a un fenomeno che coinvolse due terzi dell’esercito italiano e causò più vittime delle tre guerre d’indipendenza messe insieme.

 

Oliva osserva che la definizione di “guerra civile” è rimasta a lungo tabù nella memoria italiana: applicata solo tardi al 1943-45 (dopo il saggio di Claudio Pavone del 1991), e usata per il brigantaggio solo dagli anni Ottanta.

 

Un pregiudizio ideologico ha frenato il termine, perché avrebbe implicato una “riabilitazione” dei vinti. Ma riconoscere la natura civile del conflitto, spiega lo storico, non significa assolvere i Borboni o adottare letture neoborboniche, bensì comprendere le cause di una lunga stagione di tensioni che l’Italia unita gestì attraverso una repressione brutale e indiscriminata.

 

brigantaggio 8

Le immagini dell’epoca, ricorda Stella, mostrano corpi di briganti decapitati o esposti nudi come trofei, da Gioacchino Di Pasquale a Michelina Di Cesare. “Fu un messaggio di potere”, scrive Oliva, “con cui la propaganda unitaria volle accreditare la propria vittoria e delegittimare gli sconfitti”. L’ordine del 1864 dopo l’uccisione di alcuni bersaglieri (“vendicateli e siate inesorabili come il destino”) riassume il clima di scontro totale.

 

Il libro collega la repressione al caos politico e sociale di quegli anni, in un Paese dove – citando Raffaele De Cesare – “i reazionari temevano i liberali e i liberali i reazionari, e il governo temeva tutti”. Oliva rilegge anche la tradizione meridionalista, da Villari a Fortunato, che aveva interpretato il brigantaggio come lotta di classe tra “galantuomini” e “cafoni”, poi filtrata dalla visione gramsciana del fenomeno come “terrorismo elementare” privo di guida politica.

brigantaggio 5

 

Per Oliva, invece, la repressione del nuovo Stato fu segnata dall’urgenza di “fare in fretta”: rastrellamenti, fucilazioni, assenza di distinzione tra civili e ribelli, in una corsa all’ordine che impedì di affrontare le radici economiche e sociali del disagio meridionale.

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