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IL DIVANO DEI GIUSTI /2 – E IN STREAMING CHE VEDIAMO? PIÙ CHE ALLE SERIE PUNTEREI AI FILM. CE NE SONO MOLTI CHE NON SONO NEANCHE USCITI IN SALA O CHE HANNO AVUTO DELLE USCITE SFORTUNATE, COME “CHRISTY”, IL FILM SU UNA CAMPIONESSA DI BOXE CON LA PROROMPENTE SYDNEY SWEENEY – SU NETFLIX INVECE HANNO INSERITO UNO DEI MIGLIORI FILM VISTI ALLA FESTA DI ROMA, “40 SECONDI”, CHE RICOSTRUISCE L’OMICIDIO DI WILLY MONTEIRO A COLLEFERRO - SU AMAZON SONO STATI DA POCO INSERITI IL QUASI HORROR “SEND HELP” E LO STREPITOSO “28 ANNI DOPO – IL TEMPIO DELLE OSSA” - FRA I VECCHI FILM RECUPERATI DA AMAZON OCCHIO A “CIAO, PUSSYCAT”…  - VIDEO

Marco Giusti per Dagospia

 

sydney sweeney in christy 5

E in streaming che vediamo? Più che alle serie punterei ai film. Ce ne sono molti che non sono neanche usciti in sala o che hanno avuto delle uscite sfortunate o sono stati massacrati dalle poche copie. “Christy”, il film su una campionessa di boxe diretto dall’australiano David Michod con la prorompente Sydney Sweeney, ad esempio, che trovate su Sky.

 

In America è piaciuto molto “The Best You Can”, sempre Sky, piccolo film diretto da Michael Weithorn con Kevin Bacon e Kira Sedgwick, coppia anche nella vita, che si mettono in scena. Leggo che è una delizia. Ho visto invece “La camera di consiglio”, ottimo film sul maxiprocesso diretto da Fiorella Infascelli con Sergio Rubini e Massimo Popolizio che fanno i giudici.

 

ammazzare stanca 7

O “Ammazzare stanca”, storia di un indranghetista che ha deciso di non uccidere più, diretto da Daniele Vicari con due fantastici giovani attori italiani, Gabriel Montesi e Selene Caramazza. Sempre Sky. Su Netflix invece hanno inserito uno dei migliori film visti alla Festa di Roma, “40 secondi”, diretto da Vincenzo Alfieri, tratto dal libro di Federica Angeli, ricostruzione della terribile morte di un ragazzo di Capo Verde di 21 anni, Willy Monteiro Duarte, ucciso nel 2020 a Colleferro mentre cercava di porre fine a una rissa da una serie di colpi micidiali di due fratelli gemelli di Artena, i gemelli Bianchi.

40 secondi 11

 I 40 secondi sono appunto il tempo che ci ha messo Willy a morire. Un episodio clamoroso di violenza, razzismo e ignoranza. Il tutto è raccontato da Vincenzo Alfieri, regista di più generi (“I peggiori”, “Gli uomini d’oro”), e dal suo cosceneggiatore Giuseppe Stasi (“The Bad Guy”), che non riusciamo ancora a definire, ma qui in grado di tenere in mano un film non facile, con la stessa struttura narrativa che vediamo ormai in tanti film e tante serie di Netflix e delle altre piattaforme.

 

Cito per tutti “A House of Dynamite”. Cioè, devi raccontare un evento? Lo racconti prima con un personaggio, poi una seconda volta seguendone un altro, fino ad arrivare a quello più importante che chiuderà il ciclo. Nel corso del racconto si ripeteranno delle piccole situazioni che hai già visto, ma imparerai di più sull’accaduto, fino ad avere un quadro completo della storia.

 

40 secondi 4

Come tutti i meccanismi narrativi alla fine stufano, ma in questo caso mi sembra che funzioni perfettamente, anche perché deve spiegare non tanto il fatto in sé, quanto una serie di personaggi, dal ragazzo nerd, Francesco Gheghi, che si fa trascinare alla discoteca di Colleferro dove avverrà il fattaccio da un amico più balordo di lui, Enrico Borello, legato ai gemelli, alla ragazza, Beatrice Puccilli, di uno di loro, per giunta incinta, figlia di un vecchio professore di filosofia, Sergio Rubini, ai gemelli picchiatori che vivono con la mamma grossa e il padre infame.

40 secondi 3

 

Mettiamoci anche i gemelli, Giordano Giansanti e Luca Petrini, inquietanti, Willy, interpretato da Justin De Vivo, il maresciallo, Francesco Di leva, il nostro Stephen Graham. Su Amazon sono stati da poco inseriti il quasi horror “Send Help” di Sam Raimi con Rachel McAdam.

 

Prodotto da Raimi, ma scritto da due sceneggiatori poco adatti, mi pare, al genere, Damian Shannon e Mark Swift, già responsabili assieme della versione film, non memorabile, di “Baywatch” e, singolarmente, di “Freddy vs Jason” e “Capitan Mutanda”.

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L’impiegata Linda Liddle dell’ufficio Strategy & Planning, interpretata da Rachel MacAdams, è bravissima, una prima della classe, ma si presenta male, non fa la fighetta, e sul lavoro è massacrato dai colleghi maschi più aggressivi e motivati, come il Donovan leccaculo di Xavier Samuel, che le ha pure rubato la sua ricerca.

 

Linda si illude di essere promossa a vice-direttrice dal nuovo proprietario dell’azienda, Bradley Preston, Dylan O’Brien, che ha ereditato l’azienda dal padre. Un posto che il vecchio padrone, Bruce Campbell, attore feticcio di Raimi, le aveva promesso. Ma Bradley, trumpiano, fighetto, padronale, con bella fidanzata al suo fianco, e scarpette italiane, progetta, trumpianamente, di cacciarla.

 

Prima però la porterà con tutto il suo staff di maschi yuppie in una riunione in quel di Bangkok con un aereo privato. Quando l’aereo in mezzo a una tempesta affonda in pieno oceano, a salvarsi sull’isola deserta sperduta sono solo loro due, il padrone, Bradley, ferito, che non sa fare nulla e l’impiegata, Linda, espertissima di come si può sopravvivere sull’isola perché segue i survival show in tv.

 

send help

Ovviamente, nel gioco della sopravvivenza, i rapporti cambiano. Bradley non sa fare niente e Linda è l’unica che sappia come muoversi e non farlo morire. Si scatena una lunga battaglia tra i due, perché Bradley non si arrende alla sua inefficienza, pensa sempre di essere il maschio che comanda e Linda si è caricata di un odio di classe e di una voglia di vendetta che la farà diventare una furia.

 

send help 1

Il meccanismo è esattamente quello della seconda parte di “The Triangle of Sadness” di Ruben Östlund, mischiato con motivi che conosciamo da “Misery” e “La guerra dei Roses”. La parte migliore è la prima, ma nella seconda la trasformazione di Rachel MacAdams da sfigata che si mangia il tramezzino di tonno in ufficio prima in eroina da “L’isola dei famosi” e poi in angelo della vendetta che promette al maschio di tagliargli pure le palle con un coltello, fa la differenza.

28 anni dopo il tempio delle ossa 5

Io ho trovato strepitoso anche “28 anni dopo – Il tempio delle ossa” di Nia Da Costa, che è stato un flop clamoroso in sala in tutto il mondo. Magari ha un inizio troppo splatter. Quando il gigantesco Sansone nudo con barbone e pisello di fuori scapoccia un poraccio e gli fa uscire la colonna vertebrale come fosse una sardina, devo dire che ho pensato di aver sbagliato film.

 

Non sono più tanto adatto agli horror. Per non parlare dei ragazzini cattivi biondi alla “Villaggio dei dannati”, agli ordini del Sir Jimmy Crystal di Jack O’Connell che passano dall’imitazione dei Teletubbies al ruolo dei piccoli Jack lo squartatore.

 

Ma il film è una sorta di ritratto perverso dell’Inghilyerra di questi ultimi anni, diretto alla perfezione dalla Nia DaCosta di “Candyman” e “Hedda”, secondo titolo della trilogia già di culto ideata da Alex Garland e Danny Boyle un anno fa con “28 anni dopo”, diretto da Boyle una ventina d’anni dopo il loro fondamentale “28 giorni dopo”.

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Spettacolare Ralph Fiennes truccato da Old Nick, cioè Satana, che canta sotto al Tempio di Ossa che ha costruito con ossa umane una fondamentale canzone satanica degli Iron Maiden, “The Number of the Beast”, ma anche il Sansone di Chi Lewis Parry che diventa il migliore amico nei morfina parties del dottor Kelson, che ha la pazza idea di curare gli zombie.

 

I fan del primissimo film, impazziranno per l’arrivo del primo Jim, quello di Cillian Murphy, che fu protagonista di “28 giorni dopo” come lo sarà della terza e ultima parte della trilogia, ancora senza titolo e senza regista, come per la colonna sonora, c’è pure il pezzo di Brian Eno, “An Ending” che apriva la saga su Londra vuota dopo l’arrivo del virus, una delle immagini più forti del cinema di questo inizio di millennio.

 

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Far procedere un film di transizione, la seconda parte di una trilogia, non è elementare. Inoltre Alex Garland le ha davvero ideate come un serie da vedere una dopo l’altra. Devo dire che Nia DaCosta si è ben bilanciata tra una giusta dose di autorialità e la fedeltà ai personaggi e ai temi della saga. Adattando il proprio stile alla saga, ma senza rifarsi al cinema inglese anni ’90 di Danny Boyle.

 

E trova in Jack O’Connell, pazzo Sir Lord Jimmy Crystal, che ha visto la famiglia massacrata dagli infetti e il padre, vicario, morto e rinato come capo dei mostri nel primo “28 anni dopo”, il giusto cattivo del momento, lo è anche nel fondamentale “Sinners” di Ryan Coogler e lo sarà nel prossimo film di Boyle, “Ink”, ragazzino cresciuto male dai denti marci che si sente al tempo stesso figlio, di Satana (Old Nick) e padre di tanti altri sanguinari Jimmy che ha allevato nel sangue.

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Così, seguendo il copione di Garland, Nia DaCosta cuce una complessa ragnatela di figli e figlie alla ricerca di padri, a cominciare dal piccolo protagonista, lo Spike dell’adorabile Alfie Williams, orfano della mamma, come ben sapete dalla puntata precedente, e lontano qui anche dal vero padre, caduto nelle mani del folle e sanguinario Sir Jimmy. Ma perfino l’Alpha Zombie Sansone interpretato dal vero gigantesco pugile Chi Lewis-Parry (2 metri e 6) ha bisogno di un padre.

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Fra i vecchi film recuperati da Amazon occhio a “Ciao, Pussycat” di Clive Donner con Peter O’Toole, che venne alla fine preferito a Warren Beatty, sul quale era costruito il modello dello sciupafemmine protagonista con la sua addiction sessuale, sua era la battuta (“What’s new Pussycat”) che diceva a tutte le ragazze quando voleva far sesso, Peter Sellers, Ursula Andress, Romy Schneider, Capucine, Woody Allen al suo primo film e perfino Richard Burton in una brebe gag con O’Toole.

 

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Leggo che Beatty avrebbe voluto un ruolo per la sua fidanzata ufficiale, Leslie Caron, ma il produttore, Charles K. Feldman, voleva lo stesso ruolo per Capucine, sua protetta. Così Beatty uscì dal film, e con lui la possibilità di avere Groucho Marx come suo psicanalista, e entrarono Peter O’Toole, ancora fresco di “Lawrence d’Arabia”, e Peter Sellers.

 

Non dico chi mi ha detto che Romy Schneider era pazza di Peter O’Toole sul set, il quale la evitava regolarmente. Beveva già parecchio, ma non perdeva la lucidità sul set. Potremmo anche rivederci “Mia sorella Evelina” diretto da Richard Quine, scritto con Blake Edwards con Jack Lemmon, Janet Leigh, Bob Fosse, Betty Garrett, seconda versione del musical “My Sister Eileen”, con nuove canzoni di Jules Styne e Leo Robin. E’ il primo film che vede come coreografo ufficiale Bob Fosse. Lo vediamo ballare in coppia con Tommy Rall.

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