etiopia ambasciatore sem fabrizi giorgia meloni ad addis abeba con il primo ministro etiope abiy ahmed

CHE FIGURA DI PALTA PER GIORGIA L’AFRICANA! – L’ITALIA HA RICHIAMATO L’AMBASCIATORE IN ETIOPIA, SEM FABRIZI, DOPO APPENA DIECI MESI DALL’INIZIO DEL SUO MANDATO – UNA DECISIONE ARRIVATA SU PRESSIONE DEL PRIMO MINISTRO ETIOPE, ABIY AHMED – LA FARNESINA PARLA DI UN “RIENTRO CONCORDATO”, MA PER LA DIPLOMAZIA ITALIANA SI TRATTA DI UN EPISODIO DI UNA GRAVITÀ INAUDITA, COME SOTTOLIENA ANCHE GIUSEPPE MISTRETTA, AMBASCIATORE AD ADDIS ABEBA DAL 2014 AL 2017 – SUL TAVOLO DEL MINISTRO TAJANI POTREBBE FINIRE UNA REVISIONE DEI DOSSIER DEL PIANO MATTEI, VISTO CHE L’ETIOPIA È UNA PRINCIPALI BENEFICIARI DEL FUMOSO PIANO DI COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO CON L’AFRICA PROMOSSO DALLA DUCETTA…

Articolo di Ennio Bassi per www.associatedmedias.com

 

sem fabrizi

Il richiamo a Roma dell’ambasciatore italiano in Etiopia Sem Fabrizi, dopo appena dieci mesi dall’inizio del suo mandato, non può essere considerato un semplice avvicendamento diplomatico. E neppure una questione personale destinata a esaurirsi nel silenzio delle cancellerie.

 

A sollevare interrogativi pesanti sul significato politico della vicenda è Giuseppe Mistretta, ambasciatore italiano ad Addis Abeba dal 2014 al 2017 e autore del libro Tigray, la guerra invisibile.

 

In un intervento pubblicato dalla rivista missionaria Nigrizia, con il titolo eloquente “L’Etiopia ci detta l’agenda, e noi eseguiamo”, Mistretta ricostruisce un episodio senza precedenti nella storia recente dei rapporti tra Roma e Addis Abeba. Fabrizi non sarebbe stato formalmente dichiarato “persona non grata”, ma il suo rientro anticipato sarebbe maturato dopo una crescente insofferenza manifestata dalle autorità etiopiche, e in particolare dal governo del primo ministro Abiy Ahmed.

 

Giorgia Meloni ad Addis Abeba con il primo ministro etiope Abiy Ahmed

La versione ufficiale della Farnesina è più prudente. Il ministero degli Esteri ha smentito l’ipotesi di un’espulsione, parlando di un rientro concordato con il diplomatico per ragioni personali e in vista di un futuro incarico.

 

Ma proprio la distanza tra questa spiegazione e la ricostruzione di Mistretta alimenta i dubbi. Tanto che sul caso sono già state annunciate iniziative parlamentari per chiarire le reali circostanze della partenza dell’ambasciatore anche alla luce della centralità che Addisa Abeba ha avuto nella gestione del Piano Mattei, tanto caro alla Premier Giorgia Meloni.

 

giorgia meloni abiy ahmed ali vertice italia africa

Secondo diverse fonti della Farnesina consultate da Associated Medias, la vicenda sarebbe tutt’altro che conclusa. All’interno del ministero sarebbe in corso una valutazione non soltanto sulla gestione del rapporto con Addis Abeba, ma anche sulle conseguenze politiche e operative del precedente che si è creato.

 

La questione non riguarda più soltanto Fabrizi: investe il grado di autonomia della diplomazia italiana, la tutela dei suoi rappresentanti e la tenuta complessiva della strategia costruita dal governo in Etiopia.

 

Il punto sollevato da Mistretta è infatti sostanziale. Nei momenti più difficili delle relazioni bilaterali, compresi gli anni della dittatura marxista di Menghistu Haile Mariam e del “terrore rosso”, nessun governo etiope aveva mai provocato il rientro anticipato di un ambasciatore italiano.

 

sem fabrizi

Neppure vicende estremamente delicate, come le deportazioni nella regione del Tana Beles o la lunga permanenza nell’ambasciata italiana degli ex gerarchi del regime di Menghistu, avevano prodotto una rottura di questa natura.

 

Secondo la ricostruzione pubblicata da Nigrizia, Fabrizi non sarebbe stato accusato di un singolo episodio irreparabile. A renderlo poco gradito sarebbero state piuttosto alcune rigidità nella gestione dei dossier bilaterali, un maggiore rigore nelle procedure e una particolare attenzione alla situazione dei diritti umani.

 

Elementi sufficienti a deteriorare il rapporto personale e istituzionale con il governo di Abiy Ahmed, ma difficilmente paragonabili alle ragioni che normalmente conducono al richiamo definitivo di un capo missione: spionaggio, grave malagestione, interferenza politica o comportamenti incompatibili con lo status diplomatico.

 

giorgia meloni in etiopia con il primo ministro abiy ahmed ali

È qui che il caso assume una dimensione politica. L’Etiopia è diventata uno dei principali interlocutori africani del governo Meloni e uno dei paesi centrali nell’attuazione del Piano Mattei. Addis Abeba ha ospitato il secondo vertice Italia-Africa nel febbraio 2026, reso possibile anche dall’intervento personale di Abiy Ahmed presso gli altri leader del continente. Il paese è inoltre uno dei maggiori beneficiari delle iniziative italiane di cooperazione e investimento.Acquistare Mappe E Atlanti Geografici

 

Una recente pubblicazione della rete diplomatica italiana indicava proprio Etiopia, Gibuti, Kenya, Tanzania e Ruanda come snodi della crescita manifatturiera dell’Africa orientale, sottolineando il ruolo del Piano Mattei nei progetti infrastrutturali, energetici e logistici della regione. Nello stesso documento Sem Fabrizi figurava ancora tra gli ambasciatori chiamati a illustrare le prospettive della cooperazione economica italiana. La centralità dell’Etiopia nella strategia africana del governo rende quindi impossibile archiviare il suo richiamo come un incidente amministrativo.

 

Giorgia Meloni Antonio Tajani

Le fonti consultate da Associated Medias spiegano che anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani sarà chiamato a valutare le conseguenze del caso per poi riferire a Meloni. Diversi dossier del Piano Mattei che passano dall’Etiopia potrebbero essere riesaminati, sia sotto il profilo politico sia sotto quello delle garanzie offerte dal governo di Addis Abeba.

 

Non si tratterebbe necessariamente di bloccare i progetti, ma di verificare se il rapporto privilegiato costruito negli ultimi anni sia davvero equilibrato e se l’Italia disponga di sufficienti strumenti di tutela dei propri interessi e dei propri rappresentanti.

 

sem fabrizi

Tra i programmi più discussi figurano gli interventi ambientali nell’area del Lago Boye e nella città di Jimma, luogo di nascita del primo ministro etiope, oltre alle forme di sostegno diretto al bilancio statale. Investimenti che assumono un significato ancora più delicato alla luce delle persistenti tensioni nel Tigray, dei conflitti nelle regioni Amhara e Oromo e delle ambizioni etiopiche per ottenere un accesso al Mar Rosso.

 

La questione posta da Mistretta va dunque oltre il destino professionale di Fabrizi. Un ambasciatore rappresenta lo Stato, non sé stesso. Se un governo straniero può ottenerne la sostituzione perché non ne apprezza il metodo, il rigore o l’attenzione verso dossier scomodi, si crea un precedente destinato a incidere sull’intera rete diplomatica italiana. E il messaggio che arriva alle capitali africane rischia di essere quello di un’Italia pronta a sacrificare un proprio rappresentante pur di non incrinare rapporti politici ed economici considerati strategici.

 

abiy ahmed ali giorgia meloni etiopia

Il Piano Mattei è stato presentato come una nuova forma di partenariato paritario con l’Africa. Ma un partenariato può dirsi paritario soltanto se entrambe le parti sono disposte ad accettare osservazioni, divergenze e richieste di trasparenza. Se invece la tutela dei progetti prevale sulla libertà d’azione della diplomazia, il rischio è che la cooperazione si trasformi in acquiescenza.

 

Il caso Fabrizi, dunque, non è chiuso. La versione ufficiale del rientro concordato non elimina le domande sul ruolo esercitato dal governo etiope, sulle decisioni assunte a Roma e sulla mancata difesa del capo missione. Ora spetta alla Farnesina e al ministro Tajani chiarire quanto è realmente accaduto e stabilire se i rapporti con Addis Abeba possano continuare senza una revisione politica dei dossier aperti.

 

antonio tajani e giorgia meloni alla camera foto lapresse

Perché il problema non riguarda soltanto un ambasciatore rimasto in carica dieci mesi. Riguarda la credibilità internazionale dell’Italia, la sua capacità di difendere la propria autonomia diplomatica e la coerenza di un Piano Mattei che, per essere davvero credibile, non può prescindere dalla reciprocità, dal rispetto istituzionale e dalla tutela dei diritti.

hassan sheikh mohamud abiy ahmed ali giorgia meloni

giorgia meloni con il primo ministro etiope abiy ahmed ali URSULA VON DER LEYEN E GIORGIA MELONI - VERTICE SUL PIANO MATTEI PER L AFRICA - FOTO LAPRESSEURSULA VON DER LEYEN E GIORGIA MELONI - VERTICE SUL PIANO MATTEI PER L AFRICA - FOTO LAPRESSEil primo ministro dell etiopia abiy ahmed ali con giorgia meloni

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