1- QUIRINO CONTI RICORDA: “ERA BELLO STARE IN CASA BOCCA, DISCORRENDO DI TUTTO, MA COME SE PER LA PRIMA VOLTA SE NE VEDESSE L’ESSENZIALE. E COME SI RIDEVA DEI SERVILISMI, DELLE BRAMOSIE, DEI CONFORMISMI. CHE COSÌ SI RIDUCEVANO A CIÒ CHE ERANO REALMENTE: SCONCEZZE E INDECENZA. ORA GLI AUGURO QUELLA PACE CHE CONOSCEVA E SAPEVA, E PREGO PER LUI PERCHÉ CI MANCHERÀ IL SUO CORAGGIO” 2- NATALIA ASPESI RICORDA: “LA SENTENZA DELLA SUA FINE ERA ARRIVATA A METÀ NOVEMBRE, CON UNA SERIE DI ESAMI DAI RISULTATI TRAGICI (METASTASI AL FEGATO)” 3- LE IMMAGINI DEL FUNERALE (IN CHIESA) DEL GRANDE GIORNALISTA, PRESENTE LO STATO MAGGIORE DELL'INFORMAZIONE, DA GIULIO ANSELMI A NATALIA ASPESI, DA MARIO CERVI AD EZIO MAURO, DA DE BORTOLI A UMBERTO ECO, DA STELLA A MANFELLOTTO, MARCO TRAVAGLIO

1- PER GIORGIO BOCCA
Quirino Conti per Dagospia.

Quale meraviglioso pessimocarattere era quello di Giorgio Bocca: come ormai si può solo leggere dal resoconto di chi ebbe la fortuna di accostare all'inizio del secolo il Grande Russo, o dalle pagine di Anatole France. Per caratteri ora rari come un'alba boreale e dai quali non ci si può aspettare che acuminata sincerità e intristita indignazione. Cristallina l'una, quasi disperata l'altra. Ma per ragioni sempre più profonde e prossime al mistero della vita stessa.

Alla sua tavola, alla quale "appariva" come uscendo da un bozzolo impenetrabile: quello del suo studio - e che era il motore di tutto -, prima in una bella casa nel centro di Milano, poi in quella nuova costruita attorno a lui e per lui, come si faceva attorno a una sorgente o a una roccia risanante, per un santuario.

Così com'era stato per Tolstoj, appunto, o per quel reverendo Lantaige nel bellissimo Storia contemporanea. Quasi un ingranaggio costruito per contenerlo e rendergli possibile la disciplina del suo mestiere.

Ti accoglieva festoso, elegante. E senza troppe anticamere correva veloce al nocciolo delle sue curiosità. Cosicché, se ne eri all'altezza potevi scorgere nel suo sguardo tagliato nella pietra scintille di attenzione, e persino tenerezza.

Cosa erano quelle bellissime serate! Con ospiti inimmaginabili purché all'altezza del suo esame, che era senza attenuanti. Vi incontravi poetesse, teologi, letterati, attori, biblisti e naturalmente giornalisti e scrittori. E gente perbene. E mentre il tempo s'incupiva e crudelmente involgariva, era come stringersi su una zattera attorno a chi, senza sconti né illusioni, poteva almeno indicare una direzione o una riva. Guardando diritto alle cause; e senza perdere troppo tempo, come si è fatto per quasi vent'anni, attorno agli effetti.

E per un argomento che poteva sollecitarlo ne restituiva immediatamente la struttura portante ridotta all'essenziale. Senza illusioni né bei sentimenti, né lamentosità. Pur essendo sensibile e persino emotivo.

Come potevano essere allegre quelle serate! Discorrendo di tutto, ma come se per la prima volta se ne vedesse l'essenziale. E come si rideva dei servilismi, delle bramosie, dei conformismi. Che così si riducevano a ciò che erano realmente: sconcezze e indecenza.

Era bello stare in casa Bocca, con Silvia e con gli amici suoi e di Giorgio: persino preparando un albero di Natale, mentre il gatto si stirava percorrendo da equilibrista lo schienale del divano. E com'era bello ricevere i suoi libri, con una dedica sempre attenta; e poterne poi parlare, di quelle analisi senza sconto. Soprattutto quando gridò per primo cosa in Campania e a Napoli era tanto infetto e malato da sembrare disperato e senza cura; e che invece passava per salvifico e onestissimo. Con tutti i benpensanti e i potentati pronti al mugugno. Ma lui guardava, vedeva e riferiva. Senza chiedere applausi, quando poi la sua analisi diveniva di tutti.

Ora gli auguro quella pace che conosceva e sapeva, e che non poteva sfuggire alla sua intelligenza.
E prego per lui perché ci mancherà il suo coraggio.


2- SALOTTI, AMORI, BORGHESIA COSÌ HA RACCONTATO MILANO
Natalia Aspesi per La Repubblica

Non è passato neppure un mese da quando la sua firma è apparsa l´ultima volta sull´Espresso, in cui teneva da anni la rubrica settimanale "L´antitaliano". La sua uscita di scena è stata veloce, la sentenza della sua fine era arrivata a metà novembre, con una serie di esami dai risultati tragici (metastasi al fegato), che gli erano stati tenuti nascosti: quando aveva letto che Rossana Podestà non aveva detto all´amatissimo compagno Walter Bonatti la gravità della sua malattia, Giorgio Bocca aveva commentato, «Ha fatto bene, meglio non saperlo».

Sino a tre giorni prima di Natale, ha continuato ad alzarsi tutte le mattine e a mettersi alla scrivania a leggere i giornali, con poca voglia però di scrivere, come se gli pesasse raccogliere le idee, gli sfuggisse la concentrazione, e come se quell´indignazione contro i troppi orrori del mondo che nutriva la sua scrittura, si fosse spenta in altri pensieri intimi, angosciosi.

Ricorda sua moglie: «E´ stato coraggioso sino all´ultimo, con l´accettazione di un saggio patriarca; diceva, ho scritto tanto, per me anche troppo, e con questa malattia avrò la scusa per smettere. Poi si incupiva e diceva, mi sparerei, e io gli rispondevo, ma il revolver non ce l´hai. Ho voluto che il nostro rapporto continuasse come sempre, cioè discutendo e contraddicendoci, come abbiamo fatto dal primo giorno in cui ci siamo incontrati».

Giorgio Bocca ed io siamo entrati al ‘'Giorno'' quasi contemporaneamente, mi pare nel 1961, poi insieme a tanti altri colleghi di quel quotidiano che era stato grande, nel 1976 fummo chiamati alla ‘'Repubblica''. Lavoravamo negli stessi giornali, ma sin da subito a livelli diversi, io al Festival di Sanremo, lui a Gerusalemme a scrivere articoli memorabili sul processo al nazista Eichmann.

Non so chi ebbe l´idea antipatica di farci lavorare una volta insieme in una inchiesta sulle periferie milanesi: lui intervistava politici, sindacalisti, amministratori e in un baleno gli veniva un articolo esemplare, pieno di notizie, io andavo per supermercati, case popolari e ospizi e faticavo moltissimo anche perché allora ero timida, ma all´ombra dei suoi pezzi anche i miei diventavano accettabili.

Come qualunque giornalista ansioso di rubargli il mestiere leggevo e sottolineavo la sua prosa lucida e avvincente (l´ho sempre fatto), e di lui avevo, ho sempre avuto molta soggezione. Sentivo il suo scarso apprezzamento delle donne che cominciavano in quegli anni a entrare nei quotidiani, come fossero dei corpi estranei, inadatti a un mestiere considerato particolarmente virile (che poi si rivelò particolarmente femminile).

Lo irritava soprattutto come mi vestivo, e certamente aveva ragione, visto che osavo portare i famosi hot pants d´epoca. Ci incontravano in case milanesi cosiddette intelligenti (ma non troppo), di signore alla moda e quindi socialiste, a un certo punto però passate di colpo da Craxi a Formentini, del resto come lui, ma per ragioni completamente diverse: per Bocca la Lega dava la voce a chi non l´aveva mai avuta, mandava all´aria le troppe ruberie, per molte signore, purtroppo a ragione, era un mutamento che non cambiava niente, tranne gli ospiti alle cene.

Ai tempi di Craxi e degli hot pants mi consigliava di vestirmi come la Silvia, diventata la sua seconda moglie, cioè con quelle gonne di tweed di gran classe che a me stavano malissimo. Ai tempi di Formentini cominciò a consigliarmi di far correggere i miei pezzi (sempre dalla Silvia) per migliorare almeno la sintassi.

Solo poco tempo fa, incontrandolo al ricco premio "E´ giornalismo" di cui era il giudice più severo (dopo la scomparsa di Montanelli e Biagi che lo avevano affiancato) mi ha confessato, forse per gentilezza, che pur non apprezzando le donne giornaliste, del mio lavoro era geloso, al punto di leggermi.

Ai tempi di "Milano da Bere" Giorgio Bocca era una star dei cosiddetti salotti, in cui arrivava con le sue brutte giacche, i modi rustici, i giudizi feroci e uno sguardo buonissimo. Le signore lo corteggiavano con insistenza, e lui che pure veniva giudicato un Don Giovanni, non sapeva come cavarsela, perché venuto a Milano dalla provincia piemontese ed essendo del 1920, come dice adesso sua moglie, concepiva i rapporti non tra donna e uomo, ma tra femmina e maschio e si sa che al maschio fa paura la femmina intraprendente.

Fu comunque in uno di quei salotti che incontrò la Silvia, lui abbandonato dalla prima moglie, lei dal primo marito: mettendosi subito a discutere su una di lui rubrica che lei giudicava bruttissima, ma apprezzandone il lauto compenso, non si lasciarono più, continuando a litigare per più di 40 anni.

Con Milano Bocca ha sempre avuto un rapporto strano, l´amava, dicono i suoi amici, senza riuscire a capirla, e ne scriveva in continuazione, scavando nei suoi misteri, contraddizioni, contrasti, lussi e crimini, proprio per arrivare a sentirla sua.

Ma, dicono, Bocca non è stato né milanese né cuneese, ma un uomo solitario le cui sole radici vere, di cui non ha mai smesso di parlare e di amare, di sentire come sola patria, sono stati i luoghi della vita partigiana, i boschi, le valli, le cascine.

Intanto, mentre i salotti cambiavano ancora colore, naufragando nel berlusconismo, Bocca si ritirava da quella classe padrona che lui, figlio di maestri e legato col cuore e il cervello alla gente dalla vita difficile, cominciò a bastonare duramente, diventano un nemico, come la Camilla Cederna, l´unica giornalista che come lui era stata una impareggiabile cronista degli anni di piombo e della Milano borghese.

Lui stesso ha ricordato come all´Europeo, nel ‘54, si era «a scuola dalla Camilla Cederna, che era una gran signora milanese, una donna elegante e curiosa, senza un´ombra di stanchezza, testimone attenta con il gusto di raccontare». Via le brutte giacche, Giorgio Bocca accettava ormai da tempo pochi inviti, badando soprattutto alla qualità del cibo.

Quindi sì alle cene di Inge Feltrinelli, tutto cucinato in casa e ospiti con cui parlar male dei tempi sempre più grami, sì alla festa per i suoi novant´anni a Villadeati, previa assicurazione che ai tanti ospiti sarebbe stata ammannita una colazione sull´erba di provenienza piemontese, sì anche negli ultimi giorni di vita al cotechino mandatogli da un amico parmigiano, però subito giudicato non all´altezza di quelli di Cuneo.

Anche ultimamente c´era chi gli rimproverava di aver lavorato, del resto prima che Berlusconi scendesse in politica, nelle sue televisioni, e di aver avuto una infatuazione per la Lega. «Accettammo un invito ad Arcore e si litigò subito - racconta Silvia - , tanto che finimmo col chiamarlo Berluscotti e Veronica si complimentò con noi per avergli risposto malamente come non era mai successo. Quanto a Bossi venne anche a casa nostra in golfino rosso, e non ne disse una giusta, e quindi Giorgio si ricordò della sua mamma, che faceva la custode di una fabbrica di abbigliamento dove noi anni prima andavamo per i saldi, che sospirava scuotendo la testa, su quel figlio, "l´Umberto, che passa tutta la giornata a leggere fumetti"».

 

Umberto Eco e signora Natalia Aspesi ed Ezio Mauro la bara di Giorgio Bocca Umberto Eco con la moglie Silvia Giacomoni e Gianni Mura Gad Lerner e la moglie Uberta Nando Dalla Chiesa Mario Cervi Marco Travaglio e Bruno Manfellotto La moglie di Giorgio Bocca Silvia Giacomoni Ottavio e Rosita Missoni La figlia e la nipote di Giorgio Bocca Larrivo della bara di Giorgio Bocca Il vicesindao Maria Grazia Guida e don Virginio Colmegna Il feretro di Giorgio Bocca Giulio Anselmi

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