IL CINEMA DEI GIUSTI - LA VERITÀ È CHE “DIGGER”, IL DISASTRATO KOLOSSAL DA 200 MILIONI DI DOLLARI DI ALEJANDRO G. IÑÁRRITU, AVREBBE POTUTO ESSERE UN BUON FILM, SE SOLO IL REGISTA, GLI SCENEGGIATORI E IL PROTAGONISTA TOM CRUISE NON SI FOSSERO IMPANTANATI IN UN FILM DOVE SI METTE IN SCENA A TEATRO PROPRIO IL FILM - EPPURE, COME ABBIAMO VISTO NELLA PRIMA MEZZORA, IL FILM E IL SUO PERSONAGGIO PROTAGONISTA HANNO UNA LORO FORZA E UNA LORO LOGICA DI RACCONTO. DIGGER ROCKWELL È UN GRAN PERSONAGGIO E IL TEMA CHE SI TRASCINA DIETRO È IL TEMA DEL MOMENTO. MA QUANDO IL FILM SI APRE TOTALMENTE AL GROTTESCO, TUTTO VIENE GIÙ. PESANTEMENTE. UNA DARK COMEDY CHE NON FA MAI NÉ RIDERE NÉ SORRIDERE E ALLA FINE SI ESCE DALLA SALA PIÙ IMBARAZZATI CHE STUPITI…- VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
“Se non possiamo controllare il corso della natura, almeno possiamo controllare la narrazione”.
La verità è che “Digger”, il disastrato kolossal da 200 milioni di dollari sul declino del mondo occidentale, diretto da Alejandro G. Iñárritu, che lo ha scritto con Alexander Dinelaris e Nicolás Giacobone, interpretato e prodotto da un Tom Cruise pesantemente truccato da vecchio male in arnese che pensa di vincerci l’Oscar, ma potrebbe - ahimé - fare l’effetto imbarazzante di Alberto Sordi truccato da vecchio per “Nestore l’ultima corsa”, avrebbe potuto essere un buon film.
Magari anche un gran film. Se Iñárritu, i suoi sceneggiatori, il suo protagonista non si fossero impantanati in un film dove si mette in scena a teatro proprio il tuo film. E dove il colpo di scena narrativo deve giustificare il tuo eccesso di stravaganza.
Un po’ “Birdman”, che però funzionava, e dove il piano sequenza era parte integrante della narrazione, un po’ (troppo) “Bardo”, che era invece un disastro totale perché il regista e il regista del film nel film non la smettevano di fellineggiare. Qui, non basta mettere una pala in mano e un cappello in testa a Tom Cruise per farne il Daniel Day-Lewis invecchiato de “Il petroliere” di Paul Thomas Anderson, che era un capolavoro.
Come non basta il VistaVision e il 35mm per farne un kolossal da Oscar come “The Brutalist” di Brady Corbet, che è stato sopravvalutato, anche da me, orfano del 70mm.
In ogni scena il Digger Rockwell di Tom Cruise, il petroliere più ricco del mondo, che lo domina e lo provoca con trivellazioni a rischio, al punto di poterlo distruggere, assieme al Compson di John Goodman, il presidente amico e malato (“Ho un cancro al buco del culo grosso come un procione”) ti deve stordire, deve capovolgere la tua narrazione della storia e del film.
Deve scontrarsi con la sorella ambientalista, l’Emma di Sandra Huller, che il mondo lo vorrebbe salvare, con il capo della sicurezza, l’indiano Ganesh di Riz Ahmed, che sa esattamente come stanno andando le cose e ne vede la tragica inevitabilità, con i generali ottusi del governo, Robert John Burke, col vicepresidente inutile, Michael Stuhlbarg.
E, quando si cala dal personaggio teatrale di Digger in quello dell’attore che lo interpreta, Curtis, non diventa meno frenetico nei rapporti con la moglie, Sophie Wilde, la regista, l’assistente, Emma D’Arcy, e il produttore misterioso, Jesse Plemons.
Eppure, come abbiamo visto nella prima mezzora di film, dove recita principalmente con Maggie, una gatta meccanica morente di 38 anni che lo ha sempre detestato, il film e il suo personaggio protagonista, l’eccentrico Digger Rockwell, miliardario che ha investito miliardi nelle trivellazioni a rischio in Groelandia che stanno provocando il distacco di un iceberg di proporzioni gigantesche che porterà a un disastro ambientale nel Nord Europa con chissà quali ulteriori conseguenze, hanno una loro forza e una loro logica di racconto.
Digger è un grande personaggio. E il tema che si trascina dietro è il tema del momento. Il potere, il petrolio, il confronto con la Cina e la Russia, il disastro ambientale inevitabile. Perfino l’idea di Trump di occupare/comprare/trivellare allegramente in Groelandia. O coprire tutto oscurando le parole chiave sui social.
E’ quando il film si apre totalmente al grottesco, da una parte una sorta di rilettura del kubrickiano“Dottor Stranamore”, dall’altra un gioco continuo di messa in scena nella messa in scena alla “Synecdoche”, senza avere né il brio, la leggerzza, la verve adrenalinica di Terry Southern né l’intelligenza narrativa e visionaria di Charlie Kaufman, che tutto il castello di carte costruito da Inarritu per far ballare il suo protagonista sulla tolda del Titanic per celebrare la fine del mondo, viene giù. Pesantemente.
Perché, malgrado gli sforzi di un cast meraviglioso, dove circolano solo attori di culto di oggi, e dove ognuno cerca di dare il suo meglio, rimane una dark comedy che non fa mai né ridere né sorridere. Pensate solo a “Mars Attack” di Tim Burton con Jack Nicholson presidente…
E dove, al massimo, si rimane stupiti della maestria di Tom Cruise nel reggere il monologo di dieci minuti in piano sequenza sull’orrore del capitalismo americano, o si apprezzano i dialoghi tra Digger e il dottor Ganesh che gli mostra quel che sta accadendo, o notiamo, perché è impossibile non notarlo, il lavoro fatto da Emmanuel Lubezki, il direttore della fotografia storico di Inarritu, e del gruppo di scenografi per la grande scena di Digger che parla al Congresso.
Costruito per farci aprir la bocca di fronte alle invenzioni registiche e narrative, ai piccoli marchingegni visivi e scenografici, purtroppo, si rimane freddi di fronte a tutto. Anche perché sono un eccesso. Se il grottesco non diventa commedia, diventa un macigno per lo spettatore. E trascina nell’indifferenza anche gli attori. Malgrado il loro impegno.
John Goodman, che è un attore meraviglioso, non riesce così a uscire dalla macchietta neanche troppo trumpiana del presidente morente alle prese con una situazione che porterà al disastro ambientale permanente. Alla fine si esca dalla sala più imbarazzati che stupiti.





