IL CINEMA DEI GIUSTI – QUESTO “ZUSTISSIA”, SUL CASO DI BENIAMINO ZUNCHEDDU, PASTORE SARDO CHE HA PASSATO 33 ANNI IN CARCERE PER UN TRIPLICE DELITTO CHE NON HA COMMESSO, È UN SERIO TENTATIVO DI RIPORTARE SULLO SCHERMO IL CINEMA CIVILE DEI BEI TEMPI ALLA DAMIANI&PETRI E I CASI DI MALA-GIUSTIZIA, CHE PURTROPPO NON MANCANO NEL NOSTRO PAESE - PER ESSERE UN’OPERA PRIMA, DIREI CHE È UN BUON FILM, CHE HA QUALCHE LUNGHEZZA, MA CHE ALLA FINE, GRAZIE ALLA FINEZZA DEI SUOI ATTORI PRINCIPALI, MICHELE RIONDINO E FABRIZIO FERRACANE, RACCONTA BENE IL DRAMMA DI BENIAMINO E LA GRAN CONFUSIONE DELLA NOSTRA GIUSTIZIA, CHE NEGLI ANNI DI NORDIO MINISTRO NON CREDO PROPRIO SIA GRANCHÉ MIGLIORATA… - VIDEO
Marco Giusti per Dagospia
“Adesso, vorrei tornare a casa”. E’ quello che risponde Beniamino Zuncheddu, pastore sardo, dopo 33 anni passati in carcere per un triplice delitto che non ha commesso. E di questi ben otto li ha passati negli ingranaggi fastidiosi e lentissimi della giustizia italiana e nelle procedure infinite per rivedere i processi considerati sballati. E per fortuna che a casa ha una famiglia che lo sta aspettando e un avvocato, Mario Trogu, che ha fatto di tutto per farlo uscire.
Questo “Zustissia”, opera prima di un giovane regista di corti sardo, Francesco Piras, prodotto da Carlo Degli Esposti della Palomar, il produttore di “Montalbano”, scritto dall’esperta di serie Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili, già autori insieme di “Dov’è la fiesta” e distribuito da Piperfilm, è un serio tentativo di riportare sullo schermo il cinema civile dei bei tempi alla Damiani&Petri, i casi di mala-giustizia, che purtroppo non mancano nel nostro paese.
L’occasione la offre la storia, abbastanza incredibile per lunghezza, di Beniamino Zuncheddu, pastore sardo di un paese dell’interno abbandonato da Dio, accusato da un testimone oculare di aver ucciso, nel periodo dei sequestri in Sardegna, ben tre persone. Il motivo? Una vendetta per l’uccisione di qualche pecora.
Quando il caso viene affidato a un giovane avvocato, Mario Trogu, interpretato con il solito slancio da Michele Riondino, già giovane Montalbano, il povero Beniamino, interpretato dal sempre magnifico Fabrizio Ferracane, che è siciliano però e non sardo, ma prende perfettamente il personaggio, sembra arrivato al capolinea. Non crede più né agli avvocati né alla giustizia italiana.
Ma l’avvocato non demorde e, dopo aver guardato le carte capisce che ci sono troppe cose che non tornano nel caso di Beniamino. Non solo non è lui il colpevole e nulla c’entra con gli omicidi, ma la sua colpevolezza ha chiaramente oscurato la natura e il movente del delitto, legato probabilmente al giro di rapimenti in Sardegna degli anni ’90 e alla cura del giudice di allora nel proteggere i suoi confidenti.
Nel corso di una battaglia estenuante con la giustizia del continente che durerà otto anni, Beniamino diventerà il simbolo di una lotta tutta sarda per la sua liberazione, coinvolgendo Radio Radicale, raffigurata nel personaggio della giornalista di Geppi Cucciari, fino alla vittoria finale e alla uscita dal carcere dell’innocente pastore. Un’uscita che nulla ci dice, ahimé, su un delitto rimasto totalmente impunito di oltre 33 anni prima.
Per essere un’opera prima, scritta da un gruppo di autori non legati al genere, Lisa Nur Sultan è stata capoprogetto di “Call My Agent – Italia”, direi che è un buon film, che ha qualche lunghezza, ma che alla fine, grazie alla finezza dei suoi attori principali, Riondino e Ferracane, e alle belle facce vere dei comprimari scelti evidente sul posto, racconta bene il dramma di Beniamino e la gran confusione della nostra giustizia, che negli anni di Nordio ministro non credo proprio sia granché migliorata. Già in sala in Sardegna e dal 15 nel continente.





