franco debenedetti carlo de benedetti steve jobs

“AI TEMPI DELL’OLIVETTI MIO FRATELLO CARLO RIFIUTÒ DI DIVENTARE SOCIO DI APPLE, LO CONSIDERA IL SUO ERRORE PIÙ GRANDE” – IL MANAGER E EX SENATORE FRANCO DEBENEDETTI RICORDA CHE STEVE JOBS OFFRI’ ALL’INGEGNERE IL 10% DI APPLE PER 20 MILIONI DI DOLLARI: "MIO FRATELLO NON ACCETTO’ PERCHE’ CONSIDERÒ LA CIFRA INCOMPATIBILE CON I BILANCI DI ALLORA DELL'OLIVETTI” – I SOLDI PRESTATI DAGLI AVI ALLA FAMIGLIA DI PAPA FRANCESCO, LA CANDIDATURA NEL PDS E QUANDO DA PICCOLO IL FRATELLO CARLO SPUTÒ SU UN SOLDATO SVIZZERO: “ERA UN PO’ DISCOLO”

Filippo Maria Battaglia per “la Stampa” - Estratti

 

(...) Debenedetti nei suoi primi 92 anni ha fatto il manager, il senatore, il consigliere di amministrazione in banche, società e fondazioni. E, soprattutto, l'ingegnere: laureandosi prima del fratello Carlo — l'ingegnere per definizione — che di anni ne ha due in meno. 

franco debenedetti 44

Il primo in famiglia a uscire dal Politecnico di Torino fu però suo padre Rodolfo. 

 

«Si laureò dopo il ritorno dal fronte della Grande guerra. All'inizio degli anni'20 decise di aprire una fabbrica per produrre qualcosa che in Italia ancora non si faceva: i tubi metallici flessibili. Servivano per le docce, e intuì che con un po'più di benessere gli italiani le avrebbero usate più diffusamente. Per iniziare la produzione, si accordò con una grande società tedesca, la Witzenmann». 

 

Da dove arrivarono i soldi? 

«Dagli zii e dai cugini ricchi, che scommisero su quel giovane ingegnere. I nostri avi prestarono denaro anche alla famiglia di Papa Bergoglio per l'acquisto di un terreno. Anni fa trovammo i documenti e li spedimmo a Francesco. Ci rispose con la benedizione apostolica». 

 

Torniamo ai tubi: suo padre, con quelli, fece una certa fortuna. 

«Nella seconda metà degli anni'30 brevettò gli "Avioflex", che consentivano di alimentare i motori degli aerei evitando che la benzina logorasse la gomma. Era ebreo e con le leggi razziali non avrebbe potuto assumere dipendenti "ariani", men che mai possedere imprese.Ma quei tubi erano indispensabili per l'aviazione del regime: per questo godevamo di quella eccezione». 

carlo de benedetti

 

La fabbrica era a Torino? 

«Certo. Vivevamo in affitto al secondo piano di casa Agnelli, in corso Matteotti — allora corso Oporto. Quando l'edificio fu bombardato, ci trasferimmo in collina. Ogni sera, per evitare che i ladri rubassero le gomme dell'auto di papà, mio fratello e io smontavamo le ruote e le portavamo in casa. La mattina dopo le rimontavamo». 

 

Nel '43, dopo l'occupazione nazista, vi salvaste andando in Svizzera. 

«Passammo il confine grazie al figlio di un collaboratore di papà, che lui aveva fatto studiare e che nel frattempo era diventato responsabile della dogana di Chiasso». 

 

Il rischio di essere respinti o rimpatriati era alto. 

«Successe purtroppo anche a due nostri cugini: catturati, finirono al Binario 21 di Milano e di lì ad Auschwitz. Lei fu scuoiata viva, lui sopravvisse, ma impazzì: papà se ne prese cura fino a quando morì. Noi ci salvammo grazie a un imprenditore svizzero amico di mio padre, Otto Meyer. Era stato avvertito del nostro arrivo a Chiasso: per due giorni aspettammo con ansia la sua telefonata». 

 

Rimaneste fino alla fine della guerra? 

«Sì. Nell'aprile del 1945 l'insegnante della classe che frequentavo ci diede un tema da svolgere. Titolo: "In attesa della pace". Scrissi sette pagine, piacque molto: lo pubblicarono sul giornale locale». 

 

Andava bene a scuola? 

franco carlo de benedetti

«Andare bene allora voleva dire studiare tanto, e io studiavo. Mio fratello Carlo, due anni più giovane, un po' meno. Da piccolo era un po' discolo: un giorno sputò su un soldato svizzero e quello pretese di assistere a una punizione adeguata». 

 

Dopo la guerra tornaste a Torino? 

«Sì, e riprendemmo a produrre tubi. La fabbrica era stata distrutta probabilmente dagli aerei degli Alleati: quegli stessi aerei alimentati grazie al brevetto di mio padre. Ma lui non si perse d'animo: ricostruì il capannone un pezzo alla volta». 

 

Finché lei e suo fratello, dopo la laurea, non entraste in azienda. 

«Il mio lavoro era fare i tubi, quello di mio fratello venderli. Entrambi lo facevamo con successo, soprattutto Carlo: era bravissimo nell'attività commerciale. 

 

Poco dopo, venne eletto presidente dell'Unione Industriali di Torino». 

 

E nel 1976 fu scelto come amministratore delegato della Fiat. 

«La proposta arrivò da Umberto Agnelli: era stato suo compagno di scuola». 

 

Restò appena cento giorni. 

«Non aveva l'indole per lavorare per conto terzi: voleva essere autonomo». 

Lei però fece in tempo a seguirlo alla Fiat. 

jobs wozniak de benedetti

«E quando Carlo andò via, su suo suggerimento, dissi a Umberto: resto se divento direttore del settore componenti. Accettò. Gestivo oltre 30 fabbriche, con 45 mila dipendenti: fu il periodo professionalmente più stimolante della mia vita». 

 

Dopo la Fiat andò alla Olivetti, di nuovo con suo fratello. 

«Carlo era stato chiamato dal banchiere Enrico Cuccia per risollevarla. Io avevo molti dubbi a seguirlo, ma mi convinse a diventare direttore tecnico». 

 

Fu in quegli anni che Steve Jobs offrì a suo fratello di diventare socio di Apple: il 10% per 20 milioni di dollari. Perché non accettò? 

«Considerò la cifra incompatibile con i bilanci di allora dell'Olivetti. Fu, per sua stessa ammissione, l'errore della sua vita». 

 

Nel 1994 lei lasciò tutti gli incarichi e divenne senatore Pds. Come finì un liberale a candidarsi coi postcomunisti? 

steve jobs

«In quegli anni privatizzare era considerato più di sinistra che di destra. In campagna elettorale andai a parlare anche in alcune sezioni di Rifondazione: il mio argomento preferito era spiegare perché l'articolo 18 — quello sul reintegro in caso di licenziamento illegittimo — fosse contro l'interesse dei lavoratori. Fui eletto». 

 

Oggi ci sono spazi per un nuovo interventismo dello Stato? 

«No. Lasciare fare ai privati ha portato sempre indubbi vantaggi». 

 

Eppure, a leggere le cronache politiche, la tentazione c'è. 

«È il riflesso di una vecchia storia: l'obiettivo della Democrazia cristiana, sin dal congresso del '49, non fu quello di creare fabbriche competitive ma di raggiungere lo stato della massima occupazione, legittimando l'intervento pubblico per svolgere direttamente un'attività economica. L'errore che ne è derivato, per usare le parole di don Luigi Sturzo, è stata una cieca fede nello statalismo e un'ostilità crescente verso l'iniziativa privata». 

carlo de benedetti 45FRANCO DEBENEDETTIfranco debenedetti

 

(…)

Ultimi Dagoreport

giorgia meloni istat sergio mattarella ursula von der leyen

DAGOREPORT – GIORGIA DÀ I NUMERI! COSA C’È DIETRO L’ATTACCO DI MELONI ALL’ISTAT, PER LA CERTIFICAZIONE DEL DEFICIT AL 3,1%? LA DUCETTA È CONVINTA CHE IL DEEP STATE ABBIA DECISO DI “ZAVORRARE” IL GOVERNO IN VISTA DELLA PROSSIMA MANOVRA, IMPEDENDO L’USCITA DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE – PER FRATELLINI D’ITALIA, IN TEMPI DI “FINANZA CREATIVA, UN DECIMALE O DUE PER FAR TORNARE I CONTI SI POTEVA TROVARE – L'INSOFFERENZA PER L’ESTABLISHMENT SI CONDENSA NELL’ATTACCO SCOMPOSTO DELLA PREMIER A MATTARELLA SULLA SCUOLA  – L’ALTRO FRONTE DI GUERRA PER LA STATISTA DELLA SGARBATELLA È QUELLO EUROPEO, CON LA COMMISSIONE INFASTIDITA PER LA SCELTA DI FINANZIARE LA MANCETTA ELETTORALE DELLO STOP AL BOLLO AUTO CON I “RISPARMI” DEL PNRR – CON L’ONDA NERA CHE AVANZA, VON DER LEYEN NON CONCEDERA’ UN CENTESIMO IN PIÙ DEL DOVUTO ALLA MELONI E ALLE DESTRE…

cirielli tajani barelli bergamini marina berlusconi schifani mule falcone

DAGOREPORT – I GUAI NEL CENTRODESTRA NON FINISCONO MAI: IN CAMPANIA IL FRATELLO D’ITALIA CIRIELLI E’ STATO MESSO DA PARTE PER LE SUE SPARATE PRO-VANNACCI E PRO-FICO (E VIENE SCALZATO DA SANGIULIANO A CUI LANCIA STILETTATE SUI SOCIAL) – MARINA BERLUSCONI SI TIENE A DISTANZA DA FORZA ITALIA E IL DUO TAJANI-BARELLI SPADRONEGGIA: I DISSIDENTI FINISCONO AI MARGINI E PURE GIANNI LETTA E DEBORAH BERGAMINI, VICINI A MARINA, HANNO CAPITO CHE E’ MEGLIO INABISSARSI – IN SICILIA IL GOVERNATORE SCHIFANI HA IL FOGLIO DI VIA E CERCA UNA EXIT STRATEGY (SOGNA IL CSM) – L’ISOLA VA AL VOTO NEL 2027 E SCALPITANO GIORGIO MULE’ E MARCO FALCONE PER FORZA ITALIA MA IGNAZIO LA RUSSA VUOLE GIOCARE LA CARTA GALVAGNO – IL RUOLO DEL “CAVALLO PAZZO” CATENO DE LUCA E DELL’EX IENA LA VARDERA…

corsini piervincenzi di pasquale malara monteleone ranucci

FLASH! - MAI DIRE RAI! FERMENTO NELLA REDAZIONE DI “REPORT”: CORSA A BLINDARE TUTTI I CONTRATTI DELLA SQUADRA, A PARTIRE DAI CONDUTTORI (DANIELE PIERVINCENZI E CLAUDIA DI PASQUALE): NEL CASO IN CUI VINCESSE IL RICORSO PER IL REINTEGRO, SIGFRIDO RANUCCI SI RITROVEREBBE A DOVER ACCETTARE IL FATTO COMPIUTO (ANCHE SE NON E’ DETTO CHE LA RAI, IN CASO DI CONDANNA, OTTEMPERI AL RICOLLOCAMENTO DI SIGFRIDO A “REPORT”) - INTANTO VOLANO GLI STRACCI INTORNO A “FILOROSSO”: IL RESPONSABILE DEGLI APPROFONDIMENTI, PAOLO CORSINI, E IL SUO VICE, GIUSEPPE MALARA, HANNO I NERVI A FIOR DI PELLE DOPO L’ENNESIMO FLOP D’ASCOLTI - SULLA GRATICOLA FINISCE ANCHE ANTONINO MONTELEONE PER LA SCELTA DI AFFIDARE IL MONOLOGO ALL’EX “RAGAZZO DELLA TERZA C”, FABIO FERRARI…

giorgia meloni roberto vannacci friedrich merz antonio tajani matteo salvini

DAGOREPORT – CAMERATI, LA PAROLA D'ORDINE E': ASPETTIAMO E VEDIAMO! - A GIORGIA MELONI, IN FORMATO "PREMIER DURACELL", CONVIENE PROVARE A PORTARE A TERMINE LA LEGISLATURA FINO A SCADENZA NATURALE, A OTTOBRE 2027, QUANDO SARA' PIU' CHIARO L'ASSETTO DELLE FORZE IN CAMPO NELL'UNIONE EUROPEA - SPIRA UN VENTO DI DESTRA NELL'UE E SE MARINE LE PEN VINCESSE LE PRESIDENZIALI IN FRANCIA, I NEO-FRANCHISTI DI VOX ANDASSERO AL GOVERNO IN SPAGNA E LA CDU, SFANCULATO MERZ, CERCASSE UN ACCORDO CON LE SVASTICHELLE DI AFD, ALLORA ANCHE LA DUCETTA POTREBBE PIU' FACILMENTE "SVOLTARE A DESTRA" E CERCARE UN'ALLEANZA ELETTORALE CON VANNACCI - QUEL CHE OGGI APPARE COME UNA FOLLIA, DOMANI, CON UN'EUROPA "IN NERO" DIVENTEREBBE UNA MOSSA QUASI NATURALE. A QUEL PUNTO, FORZA ITALIA E LEGA NON POTRANNO CHE FARE PIPPA E INGOIARE L'AMARO BOCCONE...

tommaso calderone vannacci schifani tajani

DAGOREPORT - COME MAI IL FORZISTA TOMMASO CALDERONE TRASLOCA DA VANNACCI E DIVENTA IL NONO DEPUTATO DI FUTURO NAZIONALE? - AVVOCATO SICILIANO CAMPIONE DI PREFERENZE (NE HA RACCOLTE 11.200  NELL'ISOLA ALLE POLITICHE DEL 2022) E' ENTRATO IN CONFLITTO SIA CON IL GOVERNATORE RENATO SCHIFANI, SIA CON ANTONIO TAJANI, CHE NON GLI AVREBBERO GARANTITO IL POSTO DA CAPOLISTA ALLE PROSSIME ELEZIONI - SI TRATTA DEL TERZO SCIPPO DELL’EX GENERALE AI DANNI DI FORZA ITALIA DOPO GLI “ACQUISTI” DI ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI (ENTRAMBI PASSATI PURE DALLA LEGA) - PROTAGONISTA DI MOLTE BATTAGLIE CONTRO I MAGISTRATI, CALDERONE E’ VICEPRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA (UN SALTO DI QUALITA' PER VANNACCI E LA SUA “SPORCA DOZZINA”)

repubblica gedi mirja cartia d’asero kyriakou

DAGOREPORT – CHE ARIA TIRA ALLA “REPUBBLICA” DI ATENE? NELL’INCONTRO TRA IL CDR DEL QUOTIDIANO E L’AD DI GEDI, MIRJA CARTIA D’ASERO, È STATO CHIARITO IL METODO DEL NUOVO EDITORE GRECO, THODORIS KYRYAKOU: PIÙ PARTECIPAZIONE DEI GIORNALISTI, PERCHÉ IL RILANCIO NON PUÒ ESSERE CALATO DALL’ALTO, E SOPRATTUTTO ATTENZIONE AI CONTI – IL VERO INNESTO È SULL’INNOVAZIONE, CON L’INGRESSO DI VERONICA DIQUATTRO, MANAGER CON UN PASSATO IN SPOTIFY E GOOGLE, PER IL RILANCIO DEL DIGITALE – IL PIANO INDUSTRIALE 2027-2030: IL PAREGGIO DI BILANCIO IN TRE ANNI, SENZA LICENZIAMENTI E SENZA UN PREPENSIONAMENTO IN PIÙ RISPETTO A QUELLI GIÀ PREVISTI – IL PRIMO BANCO DI PROVA DEL NUOVO CORSO SARÀ IL LANCIO DI “REPUBBLICA EUROPE”...