robert duvall

IL NECROLOGIO DEI GIUSTI - ROBERT DUVALL HA SEMPRE LASCIATO IL SEGNO. ANCHE SE INTERPRETAVA PERSONAGGI DIVERSI, PROBLEMATICI, CONTORTI, FASCISTOIDI, RIVOLUZIONARI, DEPRESSI O SU DI GIRI - IL SEGNO CHE LASCIA SULLO SCHERMO DUVALL È SEMPRE QUELLO DI UN ATTORE DI GRANDE PRESENZA, CHE PORTA SE STESSO E LA SUA FACCIA SULLA SCENA, MA CHE SA PERFETTAMENTE COME TRADURRE IN CINEMA LA GRANDE LETTERATURA AMERICANA CHE INTERPRETA – È SEMPRE STATO PRONTO, SENZA RIMPIANTI, A LASCIAR TUTTO E A REINVENTARSI COSTANTEMENTE. QUATTRO MOGLI, L’ULTIMA LA INCONTRA IN ARGENTINA, LUCIANA PEDRAZA, 41 ANNI MENO DI LUI, LA SPOSA. E SI INNAMORA ANCHE DELL’ARGENTINA, IMPARA IL TANGO AL PUNTO DA GIRARE UN FILM CON LEI LEGATO AL TANGO…

Marco Giusti per Dagospia

 

robert duvall

“Adoro l’odore del Napalm la mattina”. Nessuno era più vicino al colonnello Bill Kilgore dello stesso Robert Duvall, scomparso a 95 anni nella sua tenuta in Virginia, a Middleburg. Non sarebbe stato mai lo stesso personaggio con un altro attore. E nemmeno Tom Hagen, il consigliori di Don Vito Corleone ne “Il Padrino” di Francis Coppola sarebbe stato lo stesso personaggio. O il Mac Sledge di “Un tenero ringraziamento” di Bruce Beresford, sceneggiato da Horton Foote, col quale vinse il suo unico Oscar nel 1983.

robert duvall

 

O l’Augustus McCrea di “Lonesome Dove”, miniserie di Simon Wincer, tratta dal romanzo di Larry McMurtry, che fu il suo personaggio preferito. O il durissimo Earl Macklin di “The Outfit”, capolavoro noir di John Flynn, dove riuscì a dare vita a uno dei migliori Parker di sempre, l’eroe dei romanzi di Donald E. Westlake. In realtà da quando apparve per la prima volta al cinema, nel 1962, come Boo Radley, misterioso personaggio chiave di “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan, tratto dal romanzo di Harper Lee, sceneggiato da Horton Foote, Robert Duvall ha sempre lasciato il segno.

diane keaton, robert deniro, robert duvall, francis ford coppola, james caan, al pacino and talia shire

 

Anche se fa personaggi diversi, problematici, contorti, fascistoidi, rivoluzionari, depressi o su di giri, a fianco di John Wayne come di Marlon Brando, di Robert Redford come di Tommy Lee Jones, il segno che lascia sullo schermo Duvall è sempre quello di un attore di grande presenza, che porta se stesso e la sua faccia sulla scena, ma che sa perfettamente come tradurre in cinema la grande letteratura americana che interpreta, Larry McMurtry, Harper Lee, Horton Foote, Donald E. Westlake, perfino le battute di Paul Schrader, e sa come dare il meglio con registi che stanno facendo la storia del cinema americano, da Francis Coppola a Arthur Penn, da George Lucas a Sidney Lumet, da Robert Altman a Robert Mulligan.

 

kevin costner robert duvall terra di confine open range

E sa esattamente quanto vale. Si rifiuta di riprendere il suo personaggio di Tom Hagen, dicendo no al suo amico Francis Coppola quando scopre quanto prende Al Pacino. “Non avrei detto nulla se avesse preso il doppio, ma non tre o quattro volte il mio compenso”. Però ci manca Robert Duvall ne “Il Padrino 3”.

 

Come ci mancano John Cazale e James Caan. “Il più divertente tra i due Padrini era il primo”, dirà, “perché c’era James Caan”. Caan, come Dustin Hoffman e Gene Hackman era stato suo compagno di recitazione. Adorava recitare con lui. Con Hoffman e Hackman aveva diviso anche l’appartamento a New York. Con Caan aveva recitato in uno dei primi film di Robert Altman, “Conto alla rovescia”, e in meraviglioso film di Coppola, “Non torna a casa stasera” con Shirley Knight. Hackman lo incontrerà in “La conversazione”, capolavoro di Coppola, girato tra i due Padrini.

robert duvall nei panni di tom hagen

 

Ma è pronto, senza rimpianti, a lasciar tutto e a reinventarsi costantemente. Quattro mogli, l’ultima la incontra in Argentina, Luciana Pedraza, 41 anni meno di lui, la sposa. E si innamora anche dell’Argentina, impara il tango al punto da girare un film con lei legato al tango. Nato a San Diego, California, nel 1931, figlio di un ammiraglio della Marina Americana, William Howard Duvall e di un’attrice dilettante, Virginia Hart, pronipote del Generale Robert E. Lee, che interpreterà nella serie tv “Gods and Generals”, e quindi imparentato alla lontana addirittura con George Washington, è uno dei pochi attori che si dichiararono da sempre repubblicani.

 

harvey keitel con robert duvall in apocalypse now

Fece anche campagna per John McBain. Poteva recitare con Marlon Brando ma anche con John Wayne ne “Il grinta”. Fa il soldato tra il 1953 e il 1954, studia al Principea College in Illinois, poi va a far l’attore studiando con Sanford Maines. E’ allora che conosce Dustin Hoffman, Gene Hackman e James Caan. Non ha il fisico da protagonista, ma è bravo. Fa una marea di telefilm nei primi anni ’60. Al cinema esordisce alla grande con il personaggio di Boo Radley ne “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan.

 

Lo ritroviamo ne “La caccia” di Arthur Penn con Marlon Brando e Robert Redford. Un anno dopo lo troviamo nel primo film di Robert Altman, “Conto alla rovescia” con James Caan. Lo richiamerà l’anno dopo per il ruolo del maggiore Burns in “M*A*S*H*”. Fa il detective in “Inchiesta pericolosa” di Gordon Douglas con Frank Sinatra. Non lo ricordavo, come non lo ricordo in “Bullitt” di Peter Yates, dove fa il tassista.

ROBERT DUVALL

 

Ha un ruolo minore anche in “Il grinta” di henry Hathaway con John Wayne. Ma lo ricordiamo in “Non torno a casa stasera” di Coppola con Shirley Knight e James Caan, dove entrò prendendo il posto di Rip Torn e funzionò benissimo. Non a caso lo ritroveremo presto assieme a James Caan ne “Il Padrino”.

 

Andrebbe recuperato il curioso “Il rivoluzionario” di Paul Williams, dove recita con Jon Voight e Seymour Cassell, che ricordo come film politico, sulla lotta di classe. Circolò pochissimo. E’ più a suo agio nel western di Michael Winner “Io sono la legge” con Burt Lancaster, Robert Ryan e Lee J. Cobb. E’ protagonista in “THX 1138”, il primo film di Geroge Lucas, che esce assieme a “Il Padrino” nel 1971. L’anno dopo è Jesse James in “La banda Jesse James” di Philip Kaufman, con Cliff Robertson come Cole Younger. Recita con Clint Eastwood nel non riuscitissimo “Joe Kidd” di John Sturges.

 

ROBERT DUVALL

Ma è grande in “The Outfit” o “organizzazioni crimini” di John Flynn, un film che andrebbe recuperato. Ricordo a stento un altro bel poliziesco che lo vede protagonista, “Badge 373” di Howard W. Koch, dove è un poliziotto razzista sospeso perché si pensa che abbia ucciso un sospettato durante l’arresto, ma si redime andando a caccia di chi ha tagliato la gola a un suo compagno.

 

Negli anni ’70 Duvall è un attore fondamentale pronto a interpretare di tutto, da “Killer Elite” di Sam Peckinpah, dove ritrova James Caan, a “Sherlock Holmes: La soluzione sette per cento” di Herbert Ross dove è Watson e Nicol Williamson è Sherlock Holmes. Ma darà il meglio di sé in “Apocalypse Now” di Coppola, in “L’assoluzione” di Ulu Grosberg con Robert De Niro, fino a vincere l’Oscar nel 1983 con “Un tenero ringraziamento" di Bruce Beresford.

 

ROBERT DUVALL

Non si capisce come sia finito nel cast del curioso, ma oggi dimenticato “Hotel Colonial” di Cinzia Th Torrini con John Savage e Massimo Troisi, o in “Stalin” nei panni addirittura di Stalin. Si reinventa regista di ottimi film come “L’apostolo” o "Assassination Tango” o “Cavalli selvaggi”. Seguita a lavorare fino a pochi anni fa. Lo abbiamo visto in “Widows” di Steve McQueen come padre di Colin Farrell, “The Judge” di David Dobkin come padre di Robert Downey Jr perfino nel recente “The Pale Blue Eye” di Scott Cooper con Christian Bale, che sarà il suo ultimo film. Sempre perfetto.

ROBERT DUVALL

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