LA ROMA DEI GIUSTI – QUESTO STREPITOSO “FATHERLAND”, DIRETTO DAL POLACCO PAWEL PAWLIKOWSKI, È UN FILM DI ALTO LIVELLO, ILLUMINATO DALLA FOTOGRAFIA IN 35MM IN BIANCO E NERO DI LUKASZ ZAL - QUELLO CHE SEGUIAMO È IL VIAGGIO STRAZIANTE DI THOMAS MANN, IN UNA GERMANIA MASSACRATA DAL NAZISMO E DALLA GUERRA E DALLE TRAME CHE DOVREBBERO FARLA RISORGERE. UNA GERMANIA CHE HA DELLE FERITE PROFONDE, IMPOSSIBILI NON SOLO DA NASCONDERE, MA ANCHE DA EVITARE PERCHÉ CI DEVI PROPRIO CAMMINARE DENTRO – E QUALE È IL RUOLO DEI MANN NEL LORO GIRO TRA OVEST E EST OLTRE AL FAR VEDERE AI TEDESCHI CHE SONO ANCORA VIVI? – VIDEO
Fatherland di Pawel Pawlikowski
Marco Giusti per Dagospia
Finalmente si ragiona. Esce oggi alla Festa del Cinema di Roma, dopo l’esordio lo scorso maggio a Cannes, dove vinse il premio per la miglior regia, e lo trovate da domani in sala, distribuito da Mubi, questo strepitoso "Fatherland" diretto dal polacco Pawel Pawlikowski ("Guerra fredda"), fotografato in un glorioso bianco e nero da neorealismo da Lukasz Zal, con una monumentale Sandra Hüller come Erika Mann, la figlia, l'Hanns Zieschler di "In viaggio nel tempo" come Thomas Mann, il padre, e l’August Diehl di “Bastardi senza gloria” come Klaus Mann, il figlio, che ruba la scena a tutti nei primi dieci minuti di film.
Magari, si pensò già a Cannes, è un Thomas Mann per vecchi signori che, oltre a averlo letto, ancora sognano il bianco e nero e pensano come Nietzsche che si arrivi a Dio attraverso Beethoven o attraverso Bach, come invece pensava Klaus Mann, figlio maledetto di Thomas che ha la bella idea di suicidarsi mentre il padre e l'adorata sorella, Erika, sono in giro per la Germania del 1949, divisi tra americani e russi, e, in mezzo, la classe padrona tedesca, per nulla radicalmente estinta, che ha permesso l’ascesa del nazismo e ora punta alla nuova Germania.
Quale è, in questo contesto, il ruolo dei Mann nel loro giro tra Ovest e Est oltre al far vedere ai tedeschi che sono ancora vivi? Magari quello di chi può scegliere: Stalin o Topolino?, quando avrebbero solo voglia di tornare a casa. Ma dove è casa? In questa Germania frantumata ma ancora fascista dell'Ovest? In quella restrittiva dell'Est?
Nell'America che li ha accolti per anni? A Weimar a parlare di Goethe e di Faust? Il film si apre con una strepitosa sequenza da un albergo di Cannes, con il vento che muove le palme. Klaus Mann, August Diehl, parla con la sorella Erika al telefono a Los Angeles, mentre il suo amante occasionale è steso sul letto.
Si unirà a loro nel viaggio in Germania?, le chiede Erika In qualche modo si. Quello che seguiamo è il viaggio straziante di un Thomas Mann reso da Hanns Zieschler da manuale, controllato dalla figlia Erika, Sandra Hüller, già moglie di Grundgens, il grande attore nazista amico di Goering descritto proprio da Klaus Mann in "Mephisto" e poi di W.H.Auden, tutti campioni di scarsa virilità, in una Germania massacrata dal nazismo e dalla guerra e dalle trame, spesso immorali, che dovrebbero farla risorgere.
Una Germania, che, come nel celebre padiglione tedesco della Biennale di Hans Haacke, o in “Europa 51” di Roberto Rossellini, ha delle ferite talmente profonde impossibili non solo da nascondere, ma anche da evitare perché ci devi proprio camminare dentro.
“Fatherland” è un film di alto livello, illuminato dalla fotografia in 35mm in bianco e nero di Lukasz Zal che non ci fa rimpiangere i tanti progetti su Thomas Mann che si sono tentati e sono spesso saltati. Troppo difficili. Il triangolo tra il padre e i due figli è il cuore del film. E esplode nella scena finale dominata da Bach. Gran film.








