IL GIORNALISMO SERVE ALLA NOTORIETA' CHE SERVE A FATTURARE - SONO SEMPRE DI PIÙ’ I GIORNALISTI CHE CALCANO I PALCHI DEI TEATRI E VANNO PER LE PIAZZE: DA TRAVAGLIO A SCANZI, PASSANDO PER CRUCIANI E SAVIANO - MA CHI HA SPOPOLATO DI PIÙ È L’EX CONDUTTORE DI REPORT SIGFRIDO RANUCCI, REDUCE DA UN TOUR TEATRALE ESTIVO CON TONI DA SALVATORE DELLA PATRIA - MA TRA GLI ADDETTI AI LIVORI C’È CHI NON VEDE DI BUON OCCHIO LE “INCURSIONI GIORNALISTICHE” SUL PALCO. IL CABARETTISTA MAURIZIO BATTISTA: “NON CAPISCO PERCHÈ DENOMINARLI SPETTACOLI”
Estratto dall’articolo di Francesco Palmieri per “il Foglio”
[...] E’ la rivincita della provincia minima. Spuntano, li citiamo pescando a caso, nomi che non tutti saremmo capaci di localizzare d’emblée sulla carta geografica. Calcinato, Tricase, Sant’Omero, Seriate, Vittoria, Casalfiumanese, Cetona, Gravellona, Seriate.
E poi ci sono i capoluoghi come Terni, Varese, Salerno, Pescara, Reggio Calabria, Palermo, Bologna; c’è Milano e c’è Roma – “la mia Garbatella”: queste alcune delle tappe già compiute o annunciate, fino a tutta primavera 2027, del tour Diario di un trapezista di Ranucci.
E’ tanto ormai che i giornalisti vanno per piazze o per teatri, come Marco Travaglio, Andrea Scanzi, Giuseppe Cruciani, Roberto Saviano. A giugno Gad Lerner, Attilio Bolzoni e Maurizio Mannoni hanno calcato pure il suolo delle Madonie; Corrado Augias venerando decano racconta con soprano e pianista Il mio Novecento: Firenze, Napoli e Parma le prossime date.
Nessuno ha però spopolato quest’estate quanto Sigfrido, che potrebbe rivendicare a buon diritto la supremazia nei palcoscenici minori dopo il primato per le inchieste e i premi giornalistici, per la lamentata character assassination e per i cuori rubati, se la maestra Milena Gabanelli non ha detto una bugia. Gli esperti del Guinness World Records sono pronti a certificare eventuali riconoscimenti.
Per ambire alle platee maggiori, tuttavia, Sigfrido dovrà divorarne pagnotte: ce ne vuole a riempire l’Augusteo di Napoli o la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, due dei diciassette appuntamenti previsti nel tour di Saviano con Quel che resta di me tra gennaio e giugno prossimi (più una tappa londinese a maggio).
Però Ranucci ha lavorato alla riscossa della provincia, contribuendo pure alla revanche della stampa locale e localissima al tempo della globalizzazione, dove tutti assomigliano a tutto.
Nel giro di Sicilia le evoluzioni (metaforiche) del “trapezista”, che a chi ne scrive da lontano riaccendono le immagini tornatoriane dell’“Uomo delle stelle” Joe Morelli, o dei cinema ambulanti dell’Istituto Luce, hanno mobilitato i cronisti delle testate periferiche. Un congedo suggestivo da una terra che, ancora una volta, ha risposto con grande calore all’impegno e alla testimonianza civile”.
Manca la posa di una prima pietra e non c’è un taglio di nastro, ma se traslate il resoconto nell’intonazione littoria altro che Cantagiro: è un risucchio nelle atmosfere dei borghi meridionali di quando c’era Lui, che Luigi Zampa rievocò nel film Gli anni ruggenti. Sigfrido non gradirebbe il paragone; né, aggiungerebbe, lo gradirebbe “la mia gente”.
Per confermarlo d’altronde basta il look: la purezza della “camisa bianca di lino” che Tommaso Campanella vagheggiava per l’utopica Città del sole ma che Fabrizio De André in un famoso brano si vantò di non avere.
Per Ranucci è l’abito di vita & scena poiché negli “spettacoli” è egli stesso il personaggio: se si presentasse con una button down a righe o a quadrettoni forse vacillerebbero nella certezza (“è lui o non è lui?”) persino i fan più devoti, coloro che al suo ingresso s’alzano ad applaudire manco fossero magistrati dell’Anm.
L’abito fa il monaco. Se Cesare Gabrielli, celeberrimo ipnotista che imbambolava le platee della Penisola, e affascinò persino Thomas Mann, si fosse palesato sulla scena senza l’immancabile frac, non avrebbe conseguito i prodigiosi effetti che gli valsero l’appellativo di “artefice magico” (copyright Gabriele d’Annunzio).
Roland Barthes spiegò la materia in un’arguta lezione dedicata al mondo del catch, anche se sul ring di Ranucci gli antagonisti, ossia i cattivi, sono ovviamente combattuti o evocati in absentia: come la perfida Palantir quando lui ha svelato al (suo) popolo che esiste qualcosa chiamato Big Data.
Al pubblico, scriveva Barthes, “non importa ciò che vede ma ciò che crede”, sicché la funzione di un certo lottatore è “compiere esattamente i gesti che ci si aspettano da lui”.
Perché il personaggio buono nel catch, così come il titolare dell’impegno civile, “ha soprattutto il compito di mimare un concetto puramente morale: la giustizia. L’idea di ripagamento è essenziale al catch e il ‘Fagli male’ della folla significa prima di tutto un ‘Fagliela pagare’”.
E’ l’equivalente dei “denunciali tutti!!!” che fioccano copiosi, contro i suoi colleghi “giornalai”, sotto i post Facebook del luchador Sigfrido, il Rey Mysterio, il Superman del mestiere “a schiena dritta”, annosa metafora ortopedica che richiama pure la straight back del gergo wrestling. [...]
E’ il risultato di quel che il critico televisivo Aldo Grasso ha definito, trattando di Massimo Giletti sul Corriere della Sera, “una continua rappresentazione di sé: il cronista coraggioso, l’uomo che non si piega, quello che ‘va a vedere’, che ‘mette le cose in fila’, che ha ‘la schiena dritta’. La postura, insomma, è diventata contenuto”.
Sono tramontati i tempi in cui, per prima cosa, l’io narrante dei reporter s’espungeva dal taccuino; ora “l’ostentazione del coraggio finisce per assomigliare più al narcisismo che alla forza d’animo. Il conduttore entra nella notizia, la occupa, la interpreta”. Paradosso finale: egli stesso “diventa il personaggio principale di ogni storia che dovrebbe raccontare”.
Se vale per Giletti, pesa ancor più su Sigfrido Superman: lo riveste dei panni del supereroe, sia in copertina che in 67 citazioni nel testo, Maria Rosaria Boccia in Guai a chi lo tocca: Io, Sigfrido e le tempeste, un libro per cui attinge, a sua volta, dalla precedente autobiografia ranucciana “che aveva raccontato il fascino esercitato su di lui, fin dall’infanzia, proprio dal costume dell’Uomo d’Acciaio”; ma è un eroe che convive, chiosa l’autrice, con le proprie fragilità malgrado non abbia intenzione alcuna “di consegnare il mantello” – la conduzione di “Report” – “senza discutere”. “Guai” però “a chi lo tocca”: per chi frequenta gli spettacoli del trapezista o stai con lui o contro.
Di qua o di là. Buoni e cattivi: non a caso s’intitolerà Il Bianco e il Nero la sua nuova fatica editoriale. E’ un aut aut, l’epitome della polarizzazione da cui s’esclude ogni sfumatura di grigio sebbene sia un colore intrigante, nella vita e nelle inchieste giudiziarie come quella sull’“amorosa bomba” piazzata su mandato dell’amico Valter Lavitola, il 16 ottobre 2025, sotto casa di Sigfrido. Pare che lui in cucina stesse mettendo le castagne al fuoco. Sincronicità junghiane.
Non tutti i mali vengono solo per nuocere. Ranucci col suo tour arricchisce l’offerta destinata agli appassionati del genere, che magari hanno già prenotato una poltrona per il recital di Travaglio: Cornuti e contenti, prima data 3 novembre a Genova.
Non v’è certezza invece sul calendario completo di Scanzi, che è sbottato l’altro giorno sul suo canale YouTube: “Diteci quando c… si vota perché ci ho da capire chiaramente quando devo farlo il prossimo tour teatrale. Mi hanno appena cercato per due date all’estero…”. Almeno per lui, nei Palazzi si diano una mossa.
Fatto sta che le incursioni giornalistiche nel circuito teatrale suscitano qualche prurito agli addetti ai lavori, pure a chi è avvezzo ai sold out come Maurizio Battista: “Non capisco perché denominarli spettacoli.
Ecco la definizione della parola nel vocabolario Treccani: ‘Rappresentazione di opere teatrali, liriche, cinematografiche, d’arte varia; in senso ampio, qualsiasi esibizione artistica che si svolge davanti a un pubblico di spettatori appositamente convenuto’.
Mi dite dov’è la componente artistica? Diario di un trapezista è un’altra cosa, è informazione. Magari sono cose che il conduttore ha già scritto o presentato in tv e nemmeno c’è lo sfizio di assistere a un contraddittorio”. Il comico romano la chiude con filosofia: “Ciascuno è libero di fare soldi occupando gli spazi che vuole e il teatro è un luogo aperto a tutti, da Aristofane a Maurizio Battista.
Però per me, e per la Treccani, questi signori nella categoria ‘spettacolo’ restano un po’ abusivi anche se si sentono grandi showman”. (Curiosità: il manager teatrale di Ranucci è Fabio Censi, lo stesso che curava gli interessi di Battista, il quale lo ha denunciato per una presunta truffa da circa due milioni su cui si pronuncerà la magistratura). [...]
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