stefano reali

STORIE DAL SELVAGGIO SET – RICORDI, INCIAMPI E AVVENTURE DEL REGISTA STEFANO REALI! IL PRIMO LAVORO IN “C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA”: “ERO IL DECIMO ASSISTENTE VOLONTARIO. IL SET DI SERGIO LEONE ERA WILD, UNA SORTA DI SCHIAVITÙ DORATA: ORARI INTERMINABILI, LICENZIAMENTI FACILI” – “PER IL PRIMO FILM, ‘LAGGIÙ NELLA GIUNGLA” AURELIO DE LAURENTIIS MI FECE FIRMARE IL CONTRATTO AL RISTORANTE SU UN TOVAGLIOLO DI CARTA. AVEVO ALCUNI DEL CAST CONTRO. È STATO UN INFERNO, ERO DIVENTATO CARNE DA CANNONE. TUTTI CON LA DISSENTERIA, UNO DEI PROTAGONISTI PRESE UN VIRUS TROPICALE, A ROBERT POWELL VENNE UNA TROMBOFLEBITE AL GINOCCHIO…” – L’ELOGIO DI SABRINA FERILLI: “UNA GRANDE COMPAGNA DI LAVORO, UNA CHE SOSTIENE TUTTI, MI BUTTEREI NEL FUOCO PER LEI” - VIDEO

 

 

Estratto dell’articolo di Alessandro Ferrucci per “il Fatto Quotidiano”

 

STEFANO REALI

Esiste la bellezza del grazie. E Stefano Reali ne è portatore sano. I suoi grazie sono dentro la storia del cinema, del teatro, della musica (“i miei maestri si chiamano Sergio Leone, Gigi Proietti ed Ennio Morricone”); sono tra le pagine dei più grandi sceneggiatori (“Furio Scarpelli mi ha regalato una lezione di vita”).

 

Ma il grazie va anche al suo primo film da regista, Laggiù nella giungla, girato quarant’anni fa tra dolori, inciampi, incomprensioni, pochi soldi e speranze disattese: “Ci sono arrivato grazie al mio primo corto, Exit, un successo approdato agli Oscar”.

 

Da giovincello, subito Los Angeles.

Realizzato con Pino Quartullo, ma arrivarci è stato rocambolesco.

 

Cioè?

Laggiù nella giungla

Per ambire alla nomination dovevi aver vinto alcuni Festival e ci eravamo riusciti. Partiamo, ci presentiamo e scopriamo che quell’anno erano cambiate le regole: era obbligatorio proiettarlo in un cinema per almeno due giorni consecutivi.

 

Ahi.

Tutti i proprietari di cinema di Los Angeles erano ossessionati dagli studenti, dagli aspiranti registi: non ne potevano più di quelli come noi. Fino a quando arriviamo all’ultima sala della lista, proiettava Lui portava i tacchi a spillo, il proprietario ci caccia in malo modo, noi ci giriamo e iniziamo a imprecare. A quel punto ci ferma: “Siete italiani?”. “Sì”. “Ho dei vini italiani pazzeschi, li volete vedere?”. Entriamo nel suo ufficio e stappa.

GIGI PROIETTI E STEFANO REALI

 

Vi intendevate di vini?

Noi? Macché, zero.

 

Avete finto.

Sembravamo attori di una commedia di Age e Scarpelli; poco dopo ha accettato di proiettare il nostro corto.

 

Bene.

Alla prima proiezione la sala è rimasta vuota.

 

Meno bene.

Alla seconda, pure.

 

Angoscia.

Per regolamento il film non doveva solo venir proiettato, ma pure visto.

 

Laggiù nella giungla

A quel punto?

Con Pino ci siamo piazzati per strada: supplicavamo le persone di entrare.

 

Sembra un reality.

Allora vediamo passare un signore insieme a un cagnolino: era Carlo Rambaldi.

“Maestro, architetto!”. Lo abbiamo appellato in ogni modo. “Che fate qui?” “Proiettiamo un corto, è pure di fantascienza”.

 

Morale?

sergio leone - c'era una volta in america

È entrato e si è subito sparsa la voce che Rambaldi lo aveva visto. L’ammissione agli Oscar era su un’autostrada.

 

[…]

 

Prima del corto aveva lavorato in C’era una volta in America. Ero il decimo assistente volontario.

 

Una fila.

Piano piano ho scalato la montagna, tanto ogni giorno licenziavano qualcuno; ero lì grazie a una segnalazione di Sergio Donati.

 

Grande sceneggiatore anche per Leone.

sergio leone - c'era una volta in america

Un uomo stupendo, nato scettico e morto scettico.

 

Il set di Leone?

(Ride) Wild, selvaggio.

 

Cioè?

Tante battaglie sindacali non erano ancora passate, quindi si viveva il set come una sorta di schiavitù dorata: orari interminabili, richieste continue, licenziamenti facili; (pausa) io sono rimasto per 23 settimane.

 

Cast strepitoso.

Mi sono occupato di tutto, pure autista per De Niro; (pausa) a parte De Niro, unico consapevole del suo valore, gli altri attori si sentivano dei miracolati a stare lì.

 

Altri tempi.

Un film “viscontiano”: Leone pretendeva che dentro gli armadi, che non sarebbero mai stati aperti, ci fossero i vestiti giusti, dell’epoca, in modo da creare il clima perfetto.

 

Arriviamo al suo debutto da regista.

Dopo la candidatura all’Oscar era normale ricevere offerte. Il primo fu Aurelio De Laurentiis: a me e Pino ci fece firmare il contratto al ristorante su un tovagliolo di carta.

 

Anche questo è cinema

ennio morricone

Ci chiese un “trattamento” (racconto dettagliato della storia, ndr) ma non gli piacque e neanche a Pino.

 

Mai arrendersi.

Sono andato avanti da solo, ma non avevo fatto i conti con l’esperienza, non avevo messo in conto la tempesta.

 

Tradotto?

Se con Exit tutto è andato bene, con Laggiù nella giungla tutto è andato male: con alcuni del cast non sono andato d’accordo, anzi li avevo contro. Ed è stato un inferno, ero diventato carne da cannone; poi l’organizzatore cercava di risparmiare in ogni modo.

 

E lei?

sabrina ferilli ph adolfo franzo'

Ho sbagliato ad accettare qualunque condizione, pure meteorologica: giravo a prescindere; (cambia tono) uno dei protagonisti prese un virus tropicale, a Robert Powell venne una tromboflebite al ginocchio e per due settimane sono stato costretto a trovare una controfigura; poi se doveva camminare, lo piazzavo su un carrello e lo riprendevo a mezzo busto.

 

Dissenteria?

Ovvio, tutti massacrati: quando sono tornato in Italia pesavo 13 chili di meno; (pausa, cambia tono) per quel film ho preso solo schiaffi, anche dopo.

 

[…]

 

Scuola di vita.

No, la più grossa serie di schiaffi e calci della mia esistenza. In quel momento ho capito gli errori.

 

Da lì è rimasto fermo qualche anno.

Il film è stato ignorato e pure deriso, nonostante la candidatura ai David ottenuta perché era piaciuto a Suso Cecchi D’Amico.

 

 

[…] La resurrezione: nel 1992 gira Una storia italiana, sui fratelli Abbagnale.

Con Raoul Bova giovanissimo, aveva 19 anni e pure Sabrina (Ferilli, ndr) 25enne e già strepitosa: sembrava un’attrice consumata e non si fermava davanti a nulla.

 

Esempio.

UNA STORIA ITALIANA - RAOUL BOVA

Con lei raramente andavo oltre i due ciak; e poi è una grande compagna di lavoro, una che sostiene tutti, non solo il regista: una volta, dopo una giornata difficilissima di riprese a tremila metri, con la pioggia finta e lei distrutta e bagnata, era arrivato il momento in cui poteva andar via. È rimasta sotto l’acqua battente solo per dare le battute a un collega.

 

Lei commosso.

Ancora mi butterei nel fuoco per lei: il suo mix di entusiasmo e di sensibilità nei confronti delle persone è immutato.

 

Raoul Bova.

Oltre a essere bello aveva e ha gli occhi buoni e fragili di chi ha un’anima vulnerabile.

 

Gli occhi del “salvami”.

Le donne lo amano e gli uomini ci vorrebbero vedere la partita, un po’ come Paul Newman; con Raoul ho girato successi clamorosi tipo Ultimo, Come un delfino o Il quarto re.

 

[…]

stefano reali e federica di stefano

 

Chi è il regista?

(Resta zitto, diventa ancor più serio) Ho avuto la fortuna di avere tre mentori: Gigi Proietti, Sergio Leone ed Ennio Morricone.

 

E... ?

Erano dei finissimi intellettuali che volevano parlare con il pubblico, non con gli altri intellettuali; non puntavano a essere invitati alle feste o non gli interessava piacere ai direttori dei festival o ai politici. La loro ossessione era risultare popolari.

 

Proietti era conscio del suo valore?

Sapeva di avere troppo talento per non essere facilmente perdonato dagli addetti ai lavori; oltre al palco sapeva disegnare, suonare qualunque strumento, comporre sonetti alti; poi era un drammaturgo, un soggettista.

 

E Morricone?

pino insegno con pino insegno stefano reali e andrea guerra

Aveva una serie di talenti: se il regista lo invitava, poteva entrare nel copione, dare un giudizio; sapeva di montaggio, non era uno che attaccava la musica e se n’andava; (resta zitto) Morricone insisteva sul tempo: “Sai che hai realizzato un buon prodotto quando dopo 25 anni uno si avvicina e ti dice: mi hai emozionato con quel film...”.

 

A lei è capitato?

Sì, con In barca a vela contromano (1997); pure Angelo Guglielmi mi ha fermato...

 

C’è un super Antonio Catania.

Attore fantastico; (pausa) ho un altro grazie.

 

Eccolo.

A Furio Scarpelli. Da ragazzo amavo il cinema statunitense, volevo vedere solo John Ford o Howard Hawks, mentre Furio ti dava Turgenev, ti spingeva sui russi e con forza: “Quello che c’è da imparare sul racconto, è lì”. Ma da lui ho ricevuto una lezione di civiltà.

 

Quale?

Mi coinvolgono in un progetto. Propongo Scarpelli come sceneggiatore. Ci parlo. Accetta. Lo dico al produttore e dopo pochi giorni mi richiama Furio: “Stefano, vogliono me, ma non te, perché visto che ci sono io desiderano un regista di grido.

Ho rinunciato e gli ho attaccato il telefono”.

 

Una correttezza del genere è rarissima.

STEFANO REALI

Proietti, Ferilli, Morricone hanno un dato comune: tutti romanisti.

Venivano da me per vedere le partite. Insieme.

 

Il più esuberante?

Sabrina. Morricone davanti alla partita restava sobrio.

Ennio aveva due “dimensioni”: quella ufficiale da uomo serio, duro, intransigente; in quella privata usciva l’uomo romano, romanista e romanesco, grande barzellettaro. Però non gli ho mai sentito proferire una parolaccia.

 

Lo descrivono come parsimonioso.

Ha vissuto la fame, quella vera. E anche da grande si ricordava dei tempi in cui era costretto a utilizzare una forchetta e una boccia d’inchiostro per disegnare i pentagrammi sulla carta del fornaio […]

STEFANO REALISTEFANO REALISTEFANO REALI

 

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