"TAFAZZI È LA PIÙ PERFETTA RAPPRESENTAZIONE DEI DIFETTI DELLA SINISTRA" - WALTER VELTRONI È IL REGISTA DEL DOCUFILM CHE CELEBRA I 40 ANNI DELLA GIALAPPA'S BAND: "TAFAZZI È UN PERSONAGGIO SITUAZIONISTA, È QUALCOSA CHE HA A CHE FARE CON IL NULLA. ERO DIRETTORE DELL’UNITÀ E RIMASI FOLGORATO. PASSATI 30 ANNI SIAMO ANCORA LÌ. IL TAFAZZISMO È UN’ABITUDINE CHE CONTINUA NEL TEMPO" - VELTRONI: "NON C’È NESSUN ALTRO CASO AL MONDO DI UNA BANDA CHE ABBIA FATTO RIDERE PER 40 ANNI UN INTERO PAESE SENZA MAI COMPARIRE" - "LA COMICITÀ È FATTA DELL’ACCETTAZIONE DELL’IDIOZIA. TRUMP È UN PERSONAGGIO CHE STAREBBE BENISSIMO IN UN PROGRAMMA DELLA GIALAPPA" - VIDEO
Estratto dell'articolo di Renato Franco per “Sette – Corriere della Sera”
Una galleria di personaggi che è entrata nelle nostre vite. Tafazzi (Giacomo Poretti), tuta nera da mimo e sospensorio, si martellava con una bottiglia lì dove fa più male, perché in fondo chi di noi non si è auto-sabotato nella vita. Felice Caccamo (Teo Teocoli), il giornalista sportivo napoletano dal linguaggio ampolloso con annessa strepitosa cravatta bucata dal chroma key che mostrava il golfo di Napoli.
L’Ingegner Cane (Fabio De Luigi), che già allora voleva costruire il ponte sullo Stretto ma non sapeva nemmeno progettare un paio di mensole Ikea. Nico (Giovanni Storti), il sardo che aveva nove fratelli (Garraro, Sonnuro, Patagaio, Patannino...) che ogni volta cambiavano nome ma non mancava mai «Franco». [...]
E poi «Ascolta un cretino!»: chi se non Micio (Claudio Bisio), procuratore maneggione, di calciatori di giorno e di prostitute di notte. Pier Piero (Antonio Albanese), ricchissimo e bizzarro giardiniere interista di Arcore.
Nives (Luciana Littizzetto), pianista dalle facili allusioni sessuali nonché «topa di lusso». Carcarlo Pravettoni (Paolo Hendel), parodia del capitalista totalmente privo di scrupoli morali, fiscali e ambientali. All’opposto del candido, stralunato e ingenuo Epifanio (ancora Albanese).
A tirare le fila tre voci – quelle di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto, ovvero la Gialappa –, tre protagonisti assoluti della storia della tv che – senza mai apparire, altro tocco di genio – hanno scardinato e reinventato il linguaggio dell’intrattenimento televisivo.
Mai dire Gol è stato un fenomeno di costume perché ha creato un lessico condiviso (il gollonzo, la tocco piano, la sabongia...), tormentoni e personaggi entrati nell’immaginario collettivo. Ma soprattutto ha insegnato che la televisione poteva essere guardata non soltanto come spettacolo, ma anche come specchio, e talvolta come caricatura, di ciò che siamo.
La loro rivoluzione è stata soprattutto una rivoluzione dello sguardo: non mettersi al centro della scena, ma puntare l’obiettivo su un mondo – quello del calcio – che si prende terribilmente sul serio. Lì, in quel recinto protetto che viaggiava tra i cieli rarefatti dell’assurdo, si mescolavano calciatori e allenatori, personaggi televisivi e comici che sono diventati protagonisti di una commedia nazionale.
antonio albanese il filosofo mino martinelli
La Gialappa ha intercettato così una verità spesso più potente della satira dichiarata: il ridicolo non sempre va inventato, basta saperlo riconoscere. In fondo i loro personaggi avevano quasi tutti uno stesso tratto: erano degli idioti. E infatti a un certo punto il capocomico è diventato il Mago Forest, che a sembrare idiota è un fuoriclasse.
Ora, a quarant’anni dagli esordi a Radio Popolare, la Gialappa ripercorre la propria storia comica nel film-documentario diretto da Walter Veltroni, L’assurda storia della Gialappa’s Band, che ricompone le tessere di una comicità unica, capace di attraversare le generazioni e diventare parte integrante della cultura popolare italiana. Il film sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma martedì 20 ottobre e uscirà nelle sale dal 22 ottobre distribuito da Medusa Film.
Tra i tanti aggettivi possibili, Veltroni ne ha scelto uno. Perché è assurda la storia della Gialappa’s? «Perché è la storia di tre ragazzi che si sono conosciuti per caso, in modo assurdo. Come quando Carlo si presentò a una festa con una scatola di pandoro in testa a mo’ di cappello. E poi è assurda perché non c’è nessun altro caso al mondo di un trio che abbia fatto ridere per 40 anni un intero Paese senza mai comparire. È tutto meravigliosamente assurdo in questo racconto, come anche i personaggi che hanno lanciato: la cifra che li caratterizza è proprio la dimensione surreale della loro comicità. E quindi l’aggettivo si ripropone a diversi livelli».
[...] Il nome nasce poco dopo dalla mania di Santin, attento e folle lettore del vocabolario, che si imbatte nella parola «gialappa», una pianta floreale messicana dal cui tubero si estrae un lassativo per cavalli. Intanto la tv prende forma, con Mai dire Banzai, che apre le porte al marchio Mai dire..., destinato a diventare la matrice di ogni titolo successivo, a partire da Mai dire Gol (1990) che illumina Italia1.
Eppure la prima proposta fu per la Rai: «Ci risposero che il calcio è una religione e non si bestemmia sul sagrato». Per loro invece «bestemmiare» era un approdo naturale: «Tutta la nostra generazione guardava il calcio facendo battute: non abbiamo inventato niente, ci siamo semplicemente ritrovati a farlo in modo professionale».
A Mai dire Gol arriva colui che loro stessi definiscono il primo «gialappo», ovvero Teo Teocoli. L’idea delle voci fuori campo è sua. «A lui dobbiamo tutto» ricorda il signor Carlo, altro appellativo che nasce da Teo. «Ha inventato un ruolo per noi: la spalla invisibile radiofonica in televisione non esisteva. Teo mi diceva: “Tu devi farmi le domande, gli altri due entrare a massacrarmi”». È stato un trionfo.
Antonio Albanese riassume bene l’identità e i ruoli dei tre: «Carlo era quello che metteva ordine, innanzitutto era quello che arrivava in orario, era l’autore che costruiva la cornice. Giorgio era quello che aveva la battuta, il senso dell’ironia alto, quello che riusciva a entrare perfettamente in controtempo. Marco, come i partner degli studi di commercialisti e di avvocati, aveva il dono di riuscire a contattare le persone».
[...] «Sono tre autori con un elevatissimo senso dell’umorismo» spiega ancora Veltroni, «con un talento nella scoperta e nella selezione delle persone che si sono offerte a loro, che loro hanno cercato. Gran parte dell’industria culturale italiana è passata da Mai dire Gol. Hanno coniugato una doppia caratteristica: esserci e non esserci, essere spalle e al tempo stesso registi, ma anche rabdomanti del talento altrui. L’altro aspetto curioso è che il loro programma – come quelli di Arbore o di Serena Dandini – non faceva 10 milioni di spettatori come accadeva per Fantastico.
Tuttavia le parole di Fantastico sono scomparse dalla nostra memoria, mentre l’edonismo reaganiano piuttosto che il pedalò di Ferrini hanno attraversato i decenni. Evidentemente ci sono combinazioni che uniscono comicità per lo più surreale – che è quella che meglio resiste al tempo –, satira e indagine sul presente che sono capaci di andare oltre i confini degli ascolti misurati. E questa è stata la bellezza della Gialappa».
Dai caratteri dei titoli al finale del film, Veltroni ha molto insistito sulla dimensione circense della loro avventura: «Mi sono convinto progressivamente, sia da spettatore, ma anche in questo viaggio, che in realtà loro abbiano montato la tenda di un circo e per 40 anni se la siano portata appresso cambiando di volta in volta il domatore, la belva, il clown, ma senza abbandonare mai quel grado di astrazione e suggestione poetica che il circo porta con sé.
Molti dei loro personaggi – il pagliaccio cardiopatico di Fabio De Luigi, il mimo che parla di Bisio, i bulgari di Aldo, Giovanni e Giacomo – sono tutti personaggi oltre la realtà, potrebbero uscire dai mondi di Tim Burton. Questa suggestione fantastica ha fatto sì che non venissero schiacciati dalla satira, perché loro hanno fatto ben poca satira in senso stretto, non era la loro cifra.
Loro hanno cercato personaggi che si collocassero in una dimensione sognante. Non c’è satira, non c’è gioco di parole, cioè gli elementi essenziali di una comicità diretta. C’è invece la costruzione di personaggi che sono figli del loro tempo e però al tempo stesso ne prescindono e sono in qualche misura eterni».
Risate e successi, che oggi sarebbero meme e video virali. Poi l’incanto con Teo – uno che se gli pigliano i 5 minuti meglio stare alla larga – si rompe. Uno scontro durissimo. Con Giorgio Gherarducci si mettono le mani addosso. «Ci hanno dovuto separare», ricorda Teo. «Io avevo lanciato un’idea e quando arrivai la stavano già provando Aldo, Giovanni e Giacomo. Per me fu una mancanza di rispetto». «La verità è che lui non voleva fare quello sketch», ribatte Santin «e noi l’abbiamo fatto lo stesso».
Teo se ne va ancora vestito da Peo Pericoli, una scena di per sé grottesca, lui furibondo ma vestito da cretino... Nel frattempo si trova casualmente a passare di lì Claudio Lippi, che cercava di risolvere una vertenza legale con Mediaset e non viveva un periodo esaltante.
Arruolato subito: «Il risultato è esilarante», ricordano loro, «nel suo personaggio Claudio riesce a mescolare la paludosità del presentatore tradizionale con la goffaggine di un anziano leggermente rimbambito, che cerca di fare il brillante accanto a una bella donna con la metà dei suoi anni».
[...] Se Neri Marcorè svela uno dei segreti del programma («si può improvvisare solo quando è tutto scritto»), Marcello Cesena rivela un paradosso: «Se fai una battuta brutta grazie alla Gialappa si ride di più, perché loro la commentano, la rilanciano, facendoti a pezzi. La battuta mal riuscita risulta più divertente di quella riuscita».
Il tratto comune a tanti personaggi è l’idiozia. Si torna all’assurdo, perché la stupidità – guardata con l’occhio dell’intelligenza – collima con il paradossale. «È vero», conferma Veltroni.
«Gran parte dei personaggi di Mai dire Gol sono idioti: Caccamo, Gianduia Vettorello, tutti i personaggi di Fabio De Luigi, Rolando – il giocatore di calcio interpretato da Aldo –, gli svizzeri che si sparano addosso tra di loro, sono tutti meravigliosamente idioti. Ma la comicità è fatta anche di questo, è fatta dell’accettazione dell’idiozia e della sua sublimazione. Oggi il presidente degli Stati Uniti è un personaggio che starebbe benissimo in un programma della Gialappa».
Se la politica ormai da tempo è diventata spettacolo, Veltroni fu il primo a intuire in Tafazzi la metafora della sinistra italiana, la sua spiccata tendenza a farsi del male da sola, a dividersi e a compromettere le proprie vittorie elettorali attraverso continui litigi interni.
«Tafazzi è un personaggio situazionista, è qualcosa che ha a che fare con il nulla, è una calzamaglia, un sospensorio, una bottiglia di plastica, è muto, non c’è una parola, è solo lui, contento di prendersi a martellate. Ero direttore dell’Unità e rimasi folgorato perché mi sembrava che fosse la più perfetta rappresentazione dei difetti della sinistra. E chiamai Sandro Veronesi per scrivere un pezzo». Passati 30 anni siamo ancora lì. «Il tafazzismo è un’abitudine che continua nel tempo».
[...] I tre ringraziano a modo loro l’autore del doc: «Io l’avevo detto che farlo fare a Veltroni era una cagata. Ci voleva uno bravo... Eh, ma uno bravo mica lo faceva un film su di noi».
gioele dix versione alberto tomba
i personaggi inventati dalla gialappas jean claude
mago forest 3
mago forest 1
gialappa's band mai dire gol pravettoni
giorgio gerarducci 4
the jackal 1
teo teocoli imita peppino prisco
giorgio gerarducci 5
gialappa's band 6
mai dire gol gialappa's
pier peter antonio albanese
mai dire gol gialappa's marco santin
marina massironi versione natolia
frego e stop antonio albanese
fabio de luigi versione dottor scarpa
aldo giovanni e giacomo i bulgari










