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“CALABRESI CHI?’’ – COSA HANNO IN COMUNE MELONI E SCHLEIN? LA VANITÀ DEL POTERE, “QUI, COMANDO IO!” E LA SCELTA DEL CANDIDATO ALLE COMUNALI MILANESI DEL 2027 È ROBA MIA. PUNTO! – SE ALLA DUCETTA DELLA GARBATELLA FA SCOPPIARE L’ORTICARIA IL NOME DEL MODERATO MAURIZIO LUPI, LANCIATO DA IGNAZIO LA RUSSA, DOMINUS DELLA LOMBARDIA CHE CONOSCE BENE GLI UMORI E I DISGUSTI DELLA BORGHESIA A MISURA DUOMO (NON A CASO A MILANO I M5S RACIMOLANO LA MISERIA DEL 2%) – DALL’ALTRO LATO, ALLA DUCETTA DEL NAZARENO LA VOLONTÀ DI UN ESPONENTE DELLA SOCIETÀ CIVILE DI SCENDERE IN CAMPO, HA FATTO STORCERE IL NASINO FINO ALLE ORECCHIE: ‘’MARIO CALABRESI? PRIMA I PROGRAMMI E POI I NOMI” – DEL RESTO, LA SEGRETARIA CON L’ESKIMO AVEVA CONSIGLIATO ALL’EX DIRETTORE DELLA ‘’STAMPA’’ E DI ‘’REPUBBLICA’’ DI NON CORRERE: IL SUO CANDIDATO È PIERFRANCESCO MAJORINO, ALA SINISTRA DEL PD - EPPURE IL NOME DI CALABRESI, COME È SUCCESSO A GENOVA CON IL FORMAT CIVICO DI SILVIA SALIS, È UN ASSO VINCENTE PERCHÉ ALLARGHEREBBE LA BASE DI CONSENSO: PIACE AI RIFORMISTI DEL PD, AI CIRCOLI RADICAL E INTELLÓ, PIACE AI CENTRISTI DI CARLO CALENDA, CHE A MILANO CONTANO IL DOPPIO RISPETTO A ROMA, E CHE NON SOSTERREBBERO IL SINISTRO MAJORINO - MALGRADO LA DESTRA MENEGHINA PARTA AZZOPPATA GRAZIE A VANNACCI, CHE GLI HA BUTTATO TRA I PIEDI IL GENERALISSIMO CARMELO BURGIO, DOPO 10 ANNI DI GIUSEPPE SALA A PALAZZO MARINO, CHI RISCHIA DI PIÙ È LA SINISTR-ELLY…

Schlein: “Calabresi? Non stupirà se anche qui dico che è presto, prima i programmi e poi i nomi”.

 

Daniela Preziosi per “Domani” 

 

Da Roma a Milano è partito ad alta velocità un consiglio. Il messaggio per ora contiene una sola parola: «Calma».

 

La mossa di Mario Calabresi, ex direttore della Stampa e di Repubblica, figlio del commissario Luigi, di lasciare il lavoro da giornalista – Chora Media e Will Media – è un trasparente primo passo per la candidatura alle primarie del centrosinistra per il sindaco del capoluogo lombardo.

 

E così ora Pierfrancesco Majorino, che si sente il candidato “naturale” del Pd, vorrebbe anticipare l’ufficializzazione della propria corsa. 

 

Calma, è il ragionamento che irraggia dal Nazareno, mancano dieci mesi alle comunali, non c’è ancora un programma della coalizione, anzi non c’è la coalizione – che dovrà imbarcare M5s ma fare i conti con Azione, che ha subito alzato il pollice sul giornalista – scriverlo non sarà semplice perché bisognerà mettere in asse «la discontinuità» con l’era di Beppe Sala richiesta dalla sinistra e la «continuità» di un Pd che governa dalla nascita.

 

Serve «un processo ordinato e governato», per non finire in un caos sgovernato. A rischiare è il Pd, non la città. A oggi la destra meneghina non ha un candidato e parte azzoppata grazie a Roberto Vannacci, che gli ha buttato tra i piedi il generalissimo Carmelo Burgio. 

 

La prossima settimana il responsabile organizzazione Igor Taruffi lascerà la festa nazionale di Reggio Emilia e andrà a Milano. E a occhio declinerà il commento, freddino, della segretaria: «È presto, stiamo seguendo e supportando il percorso del Pd di Milano che si concentra sui temi. Prima scriviamo il programma, poi troviamo i nomi».

 

Dunque «calma e gesso». Lo ha copiaincollato in un WhatsApp ai suoi stretti sostenitori la vicesindaca Anna Scavuzzo, convinta anche lei di fare le primarie. 

 

La segretaria a Calabresi aveva consigliato di non correre, non si aspettava l’accelerazione e non ha ancora messo la testa su Milano. Eppure dovrebbe. Perché nella tornata di primavera, il voto delle grandi città, la capitale lombarda l’unica in cui si peserà anche lei.

 

A Bologna, Roma e Napoli i sindaci in carica, Matteo Lepore, Roberto Gualtieri e Gaetano Manfredi, raccoglieranno il loro secondo mandato: sempreché il secondo o il terzo non vengano richiamati a Roma dalla coalizione nazionale. 

 

A Milano però Calabresi è un vero papabile. Piace ai moderati, e ai riformisti del Pd, che in questa città vanno chiamati «miglioristi» in omaggio all’indimenticabile Gianni Cervetti, scomparso lo scorso maggio. 

 

Piace ai centristi di Carlo Calenda, che qui contano il doppio rispetto a Roma, e lo vorrebbero candidato senza passare per «il tritacarne» delle primarie, e che non sosterrebbero Majorino. 

 

Ma le primarie si faranno, perché l’ala sinistra dell’alleanza non accetterebbe di sostenere senza un programma e un percorso condiviso un nome, e che nome. Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe, ha già scritto sui social su di lui: «Chi non voterò». 

 

Vale per Avs, e per M5s che chiedono primarie a Milano e intendono primarie anche a Roma, quelle fra Schlein e Conte. Calabresi piace anche a circoli radical e intelló. 

 

Majorino invece ha tutto un altro profilo: ala sinistra del Pd, vicinissimo alla segretaria, in segreteria nazionale responsabile delle politiche migratorie e del diritto alla casa.

 

Soprattutto ha un cursus honorum da politico da quando era ragazzino, figicciotto a 14 anni, da pioniere dell’Unione degli studenti andava a comiziare nelle università occupate dalla Pantera, poi consigliere comunale, assessore del sindaco Giuliano Pisapia, europarlamentare, candidato presidente alla Regione Lombardia, dove ora guida l’opposizione. 

 

Da tempo lavora a sostituire Beppe Sala, e due sondaggi Swg non recenti lo davano vincente su Calabresi. I suoi sostenitori spiegano che «ha un forte radicamento popolare», e che lo scontro delle primarie sarà «una bella sfida alto-basso». 

 

Non sarà l’unico candidato del Pd. Fra quelli che si muovono da tempo ci sono Scavuzzo e il giovane sinistrissimo Lorenzo Pacini. Ma è in corsa anche il civico Tommaso Goisis e ci sta riflettendo Carlotta Cossutta, femminista, filosofa e ricercatrice, nipote del dirigente comunista. 

 

La mossa di Calabresi è stata apprezzata da quei milanesi che da lui hanno ricevuto un messaggio «lineare, giusto, pulito» (lo ha scritto Marco Castelnuovo sul dorso milanese del Corriere della sera) mentre da mesi hanno un sindaco con una maggioranza imballata e che dalle inchieste sull’urbanistica sembra aver esaurito la spinta.

 

Certo, c’è chi invece l’ha presa male. Come Luca Paladini, fondatore dei “Sentinelli”, a cui sono «cascate le braccia»: «Ma c’è qualche legge speciale che impone che a Milano sia vietato far diventare sindaco qualcuno con un’esperienza di amministrazione politica già consolidata?  A cosa servono allora i partiti?». 

 

Calabresi chiuderà la festa cittadina a Corvetto, con don Luigi Ciotti, il 12 settembre. Majorino salirà sul palco con Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza l’8. 

Schlein alla festa non andrà. Ma ora, con tutta la calma che ritiene, deve metterci la testa.

 

Cosa succederebbe se Majorino non vincesse le primarie? Le voci riformiste «di dentro» sperano che il Pd nazionale – leggi la segretaria – scelga un ruolo da «garante di un grande processo», anziché schierarsi con il proprio candidato. 

 

A metà anni Novanta, quando Rocco Buttiglione, vicinissimo a Giovanni Paolo II, cominciò a dare segnali di volersi candidare a sindaco di Roma, il papa chiamò un potente cardinale romano, si fece raccontare bene la vicenda, e poi gli chiese: «Vuol dire che se perde Buttiglione perdo io?».

 

Cambiate le cose da cambiare, e certo ce ne sono parecchie, la riflessione che la segretaria deve fare su Milano assomiglia a quella di Wojtyla su Roma. 

 

 

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