UN ALTRO CHIODO SULLA BARA DELLA IDEOLOGIA WOKE: ANCHE I MARCHI DI ALTA MODA MOLLANO L'IDEA DI ESSERE UN'INDUSTRIA "PIÙ INCLUSIVA" - COME VOLEVASI DIMOSTRARE, QUELLA DELLE MODELLE CON PANZA E CELLULITE ERA UNA MODA PASSEGGERA: LA FOLLIA DEL WOKE È STATA ARCHIVIATA ANCHE NEL SETTORE DELLA MODA - IL CRITICO ANGELO FLACCAVENTO: "QUEL PERIODO, A MIO PARERE, È STATO UNO DEI PIÙ RIDICOLI NEL PENSIERO OCCIDENTALE, PERCHÉ SI FONDAVA SU UN DOGMATISMO FORTISSIMO, CHE È POI UN ASPETTO DELLA CULTURA AMERICANA. UN DOGMATISMO 'IMPERIALISTICO' NELLA MANIERA IN CUI È STATO IMPOSTO. NON TUTTI I MARCHI DEVONO PARLARE A CHIUNQUE"
Estratto dell'articolo di Silvia Schirinzi per https://d.repubblica.it/
C’è stato un momento, nella moda, in cui su ogni passerella e campagna pubblicitaria era chiaramente riconoscibile la quota di ragazze e ragazzi di ogni etnia, così come era visibile la “quota curvy”. Online, si discuteva sul significato di “appropriazione” e “apprezzamento” quando le collezioni si misuravano con oggetti e costumi tradizionali, presi in prestito da culture minoritarie o percepite come “altre”.
Ricorderete le polemiche negli anni in cui si è imposta l’agenda woke: dal 2018 al 2023 circa, prima che il riflusso portasse alla rielezione di Trump nel 2024. Negli anni precedenti c’era stato il #MeToo e le conversazioni sulla violenza, gli abusi e le diseguaglianze di genere, unite allo sbandierato impegno sulla sostenibilità (di cui oggi non si parla praticamente più).
La moda è specchio della società, ed è stata investita dalle stesse domande che hanno riguardato la politica, per di più amplificate dall’attenzione mediatica cui è soggetto il settore. Ha fatto tutto e il contrario di tutto, correndo ai ripari dopo essere stata smascherata nella sua proverbiale superficialità. Abbiamo assistito a cancellazioni, backlash e shitstorm.
È successo a Dolce&Gabbana, nel 2018, quando una campagna per lanciare la sfilata che si sarebbe dovuta tenere in Cina venne criticata perché piena di stereotipi offensivi. È successo a Prada, che sempre nel 2018 era stata costretta a ritirare le immagini della collezione Pradamalia, che includeva accessori, portachiavi e orecchini raffiguranti un personaggio con enormi labbra rosse: fu accusata di rimandare all’iconografia razzista della blackface.
Per lo stesso motivo, nel 2019, era finito sotto la lente di ingrandimento Gucci di Alessandro Michele: un maglione a collo alto riproduceva la stessa bocca rossa. E poi gli account di “denuncia”, Diet Prada su tutti, che in quel periodo avevano sdoganato la categoria degli influattivisti, censori digitali pronti ad additare al pubblico biasimo chi non segue la linea.
La cancel culture (com’è stata ribattezzata dalle destre che la utilizzano come leva di propaganda), da promotrice di progresso è diventata agli occhi di molti dogmatica e inaflessibile. In quel periodo sono entrati nel linguaggio comune termini che per lungo tempo erano stati appannaggio di studiosi e/o attivisti, come intersezionalità, razzismo sistemico, post colonialismo, cisgender, transfeminism, Dei (Diversity, Equity, Inclusion), identity politics, fatphobia, misgendering e micro-aggression.
Concetti che riferiscono al contesto americano e all’accademia, e che sono stati traslati in maniera acritica altrove (soprattutto in Italia), per finire rigurgitati in slogan dai social media. Ciononostante, sono stati anni di discussioni interessantissime, complice l’effetto detonatore della pandemia e del movimento Black Lives Matter. E oggi? La deputata democratica Alexandra Ocasio-Cortez è passata dall’indossare al Met Gala l’abito con la scritta “tassare i ricchi” a definire “folle” il primo woke: tutto, insomma, viene rimesso in discussione. La domanda quindi è: il woke ha fatto bene o male alla moda? Ne abbiamo parlato con giornalisti, artisti ed esperti.
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Si percepisce la sensazione di qualcosa che poteva essere e non è stato, sebbene alcuni miglioramenti siano stati senz’altro introdotti, la moda resta un settore chiuso, omogeneo e focalizzato sulla massimizzazione dei profitti ben più che sulla risposta alle istanze sociali. È emerso, insomma, quanto difficile sia promuovere una trasformazione strutturale, in un’industria dominata da dinamiche complesse, dalla supply chain alla formazione e l’accesso di chi ci lavora.
Ma cosa non ha funzionato? “Credo che la risposta dipenda da quanto le aziende avessero o meno la volontà di apportare davvero cambiamenti significativi”, dice la giornalista premio Pulitzer Robin Givhan, già firma del Washington Post e del New York Times. “Ci sono una miriade di ostacoli e sfide da affrontare se si vuole progredire nella diversità e inclusività. Devi lavorare sui tuoi pregiudizi.
E il cambiamento reale ha bisogno di tempo”, spiega. La qualità di quell’impegno, così come la discussione intorno a esso, è centrale anche per il critico Angelo Flaccavento (Business of Fashion e Il Sole 24 Ore):
“Quel periodo, a mio parere, è stato uno dei più ridicoli nel pensiero occidentale, perché si fondava su un dogmatismo fortissimo, che è poi un aspetto della cultura americana. Un dogmatismo “imperialistico” nella maniera in cui è stato imposto, pur essendo, nelle sue premesse, un pensiero corretto.
La moda, poi, spesso si muove in maniera un po’ sventata tra le cose, i riferimenti, le culture. Si pensi agli episodi di blackface: ha rivelato una mancanza di pensiero assoluto anche nelle sue più alte sfere”. Una faciloneria che ha dimostrato sin da subito le sue crepe. “Quando non vuoi offendere nessuno, finisci per censurarti”, dice Flaccavento.
“Non c’è movimento in avanti perché non c’è reale confronto. È così che nasce la cultura: si ingloba l’altro o lo si sputa fuori, ci si incontra o non ci si digerisce. Ma senza un tentativo di appropriazione – che non è un termine negativo – non può esserci reale progresso, ci siamo sempre evoluti in questo modo. Chi vuole vendere a tutti non è il designer, è l’amministratore delegato che deve fare la crescita a doppia cifra ogni anno. Quello è il problema. E in realtà il woke in questo senso ha fatto il servizio del conglomerato. Non tutti i marchi sono Uniqlo o Zara, che devono parlare a chiunque”. [...]










