DRAGHI TENTA UN NUOVO “WHATEVER IT TAKES”, MA STAVOLTA NESSUNO LO ASCOLTA – “MARIOPIO” NELLA SUA LECTIO ALL’ETH DI ZURIGO TORNA A SFERZARE L’EUROPA, INVOCANDO INVESTIMENTI E RIFORME: “SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE L’UE DISPONE DI MENO DEL 5% DELLA CAPACITÀ MONDIALE DI CALCOLO. DOBBIAMO INVESTIRE ALMENO 100 MILIARDI DI RISORSE, È UNA SOMMA ALLA NOSTRA PORTATA” – LA PRESIDENTE DELLA BCE, CHRISTINE LAGARDE, SI ALLINEA: “”NON POSSIAMO CONTINUARE A ESSERE DIPENDENTI DA USA E CINA, CHE CONTROLLANO L’ACCESSO AI MODELLI…”
Estratto dell’articolo di Giuliana Ferraino per il "Corriere della Sera"
Nel giorno in cui la tempesta sui titoli di Stato porta i rendimenti europei ai massimi da anni, Mario Draghi indica il rischio per l’Europa: subire tassi sempre più determinati dai mercati globali senza avere una crescita abbastanza forte da sostenerli.
«L’Europa importa interamente l’aumento dei tassi, ma soltanto una frazione della crescita», avverte l’ex presidente della Bce alla Karl Brunner Lecture all’ETH di Zurigo.
La risposta è completare il mercato unico, integrare i mercati dei capitali e investire insieme nelle tecnologie che possono aumentare la produttività.
Se il tasso pagato sul debito supera la crescita dell’economia, il rapporto debito/Pil «aumenta automaticamente», a meno che il governo non realizzi un avanzo primario, sostiene Draghi al Politecnico di Zurigo. Più si allarga il divario, maggiore è la correzione dei conti necessaria. Ma i tassi più alti frenano a loro volta l’economia.
«La posta in gioco è elevata», dice Draghi: l’aumento dei tassi […] ridurrà complessivamente la crescita di 1,1-1,3 punti percentuali tra il 2026 e il 2028. […]
Per questo «la crescita dovrebbe diventare un obiettivo esplicito condiviso da tutti i governi». Un consolidamento dei conti «è inevitabile», ma affidarlo soltanto a «tagli alla spesa e aumenti delle imposte» difficilmente basterebbe.
Mezzo punto di crescita aggiuntiva all’anno fino al 2040 coprirebbe circa un terzo dell’aggiustamento necessario per riportare il debito su una traiettoria sostenibile.
Per crescere, però, l’Europa deve cambiare scala. Il mercato unico dei servizi resta incompleto, l’unione dei mercati dei capitali procede lentamente e dal 2019 la produttività è aumentata dello 0,3% l’anno nell’eurozona contro l’1,8% negli Stati Uniti. Le riforme nazionali «non possono fornire la scala dalla quale oggi dipendono la tecnologia e, quindi, la crescita. Soltanto l’integrazione può farlo».
L’intelligenza artificiale è il banco di prova. L’Ue dispone di meno del 5% della capacità mondiale di calcolo destinata all’AI. Portarla al 15% entro il 2030 richiederebbe circa 1.300 miliardi di investimenti.
Draghi stima in 100 miliardi la componente pubblica necessaria per ridurne il rischio, «una candidata ideale» per il bilancio Ue: circa il 5% del prossimo budget europeo. «È una somma pienamente alla nostra portata».
E’ sull’AI che Draghi incrocia Christine Lagarde. La presidente della Bce, alla conferenza dell’European Systemic Risk Board, guarda all’altro lato del problema: la dipendenza. Quasi nove grandi banche della zona euro su dieci utilizzano già l’intelligenza artificiale, ma i modelli più avanzati sono concentrati negli Stati Uniti e in Cina. La questione, avverte, è «chi controlla l’accesso ai modelli» dai quali le istituzioni finanziarie europee potrebbero dipendere.
A giugno una direttiva americana sui controlli alle esportazioni di due modelli avanzati ha già provocato per l’Europa «un’interruzione improvvisa» dell’accesso. E se operatori diversi utilizzano gli stessi modelli, avverte Lagarde, possono reagire nello stesso modo a uno choc, amplificando i movimenti dei mercati. […]