COSA LEGA I FILOPUTINIANI CONTE E VANNACCI? ENTRAMBI HANNO UN INTERESSE COMUNE: FAR FALLIRE IL BIPOLARISMO - PEPPINIELLO E IL GENERALE POSSONO CONDIZIONARE LA FORMAZIONE DELLE MAGGIORANZE - SE NESSUNA COALIZIONE RAGGIUNGERÀ IL 42 PER CENTO, IL PREMIO NON SCATTERÀ E LA PARTITA SI TRASFERIRÀ IN PARLAMENTO. CONTE HA GIÀ GUIDATO GOVERNI SOSTENUTI DA MAGGIORANZE DIVERSE E SE DALLE ELEZIONI USCISSE UN PAREGGIONE SAPREBBE COME MUOVERSI ATTRAVERSO ACCORDI TRASVERSALI, VANNACCI INVECE POTREBBE OCCUPARE LO SPAZIO DELLA DESTRA CHE RIFIUTA LE MEDIAZIONI - MA VANNACCI POTREBBE PER DIVENTARE DECISIVO PER LA MELONI AI FINI DELLA CONQUISTA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA…
Lorenzo Castellani per “Domani” - Estratti
Conte e Vannacci sono legati da un filo quasi invisibile. I due hanno un forte interesse comune: impedire che la competizione politica si chiuda in un bipolarismo nel quale siano altri a stabilire le regole.
Ciascuno, nel proprio campo, deve conservare abbastanza forza da condizionare la formazione delle coalizioni e delle maggioranze. La nuova legge elettorale potrebbe rafforzare questa interdipendenza indiretta tra Conte e Vannacci, tanto se produrrà un vincitore la sera delle elezioni quanto se si tornerà al parlamentarismo puro.
Nel secondo caso, se nessuna coalizione raggiungerà il 42 per cento, il premio di maggioranza non scatterà e la partita si trasferirà in Parlamento. Si tornerebbe così alle maggioranze da costruire dopo il voto.
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Conte ha già dimostrato di sapersi muovere in questo ambiente. Ha guidato governi sostenuti da maggioranze diverse e trasformato la mediazione tra forze incompatibili in una risorsa politica. Inoltre, Conte è, a sinistra, il leader più accreditato tra Vaticano, Stati Uniti e Russia, poteri configgenti ma che aumentano la propria influenza nelle situazioni di stallo.
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In un sistema proporzionalizzato più di tutto conta potersi muovere liberamente. Il controllo del Movimento 5 stelle permetterebbe all’ex premier di trattare con un margine di autonomia maggiore rispetto ai leader vincolati da correnti, alleati e competizioni interne.
Vannacci potrebbe ricavare un vantaggio dalla stessa situazione, scegliendo però la strategia opposta. Se Conte potrebbe aver interesse a governare il compromesso, il generale ne avrebbe a denunciarlo. Se dalle elezioni uscisse una maggioranza costruita attraverso accordi trasversali, Vannacci potrebbe occupare lo spazio della destra che rifiuta le mediazioni. Restare all’opposizione gli consentirebbe di catalizzare il dissenso senza assumersi il costo delle decisioni di governo.
La loro forza non sarebbe coordinata ma diventerebbe complementare. Conte potrebbe diventare centrale nella costruzione di una maggioranza; Vannacci nella mobilitazione contro di essa. Più laboriosa fosse la trattativa parlamentare, maggiore sarebbe lo spazio per entrambi: Conte sarebbe corteggiato dalle forze che hanno già governato, mentre Vannacci potrebbe scagliarsi contro qualunque compromesso che coinvolga i partiti del centrodestra.
Esiste però un secondo scenario. In questo caso, il campo largo trova un’intesa definitiva, organizza le primarie e Conte le vince, diventando il candidato alla presidenza del Consiglio.
A quel punto cambierebbe anche il calcolo politico di Meloni. Una candidatura Conte renderebbe probabilmente più temibile il campo largo e per la premier si farebbe più pressante l’esigenza di raccogliere tutti i voti disponibili a destra. Se Vannacci potesse contribuire al raggiungimento del 42 per cento, escluderlo diventerebbe una scelta elettoralmente costosa. La distanza politica potrebbe allora essere ridimensionata in nome della necessità di vincere.
Anche la politica estera entrerebbe in questo calcolo. La presenza di Vannacci espone il centrodestra all’accusa di indebolire la propria collocazione atlantica. Ma con Conte candidato premier del centrosinistra, contrario alla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina, Meloni avrebbe un argomento per respingere l’attacco: come si potrebbe accusare, infatti, il centrodestra di essere condizionato dal generale filorusso se il leader del campo largo fosse il pacifista Conte?
Questa eventualità renderebbe meno efficace l’uso della politica internazionale come linea di separazione netta tra i due schieramenti. Anzi, in questo caso la posizione internazionale del centrosinistra sarebbe forse più problematica rispetto al riarmo e alla Nato di quella del centrodestra.
È qui che le strade si incrociano davvero. Se il bipolarismo fallisce, Conte può guadagnare potere negoziale e Vannacci spazio di opposizione. Se invece si ricompone intorno a Conte, Vannacci può diventare più accettabile per il centrodestra.
I destini dei due, pur agli estremi, si tengono l’un l’altro.





