IL MONDO È IN BALIA DI DUE SOCIOPATICI – FEDERICO FUBINI, NEL SUO LIBRO “IMPERI ALLO SPECCHIO”, METTE A CONFRONTO LE INFANZIE DI DONALD TRUMP E VLADIMIR PUTIN PER SPIEGARE I PARALLELISMI E PERCHÉ ENTRAMBI SIANO INCAPACI DI EMPATIZZARE E DISTINGUERE IL GIUSTO DALLO SBAGLIATO, CON UNA FACILITÀ NEL MENTIRE E NEL PREVARICARE: “SIA PUTIN CHE TRUMP SONO STATI FIGLI MALTRATTATI E ABBANDONATI. ENTRAMBI DIVENUTI PRESTO COSÌ INGESTIBILI CHE LE FAMIGLIE DECISERO DI PUNIRLI INTERNANDOLI IN COLLEGI MILITARI. DI TRUMP MOLTO È NOTO. SI SA MENO DI PUTIN, ANCHE PERCHÉ TRE DEI GIORNALISTI CHE INDAGARONO SULL’APPARENTE MISTERO DELLA SUA INFANZIA SONO MORTI IN CIRCOSTANZE BRUTALI…”
Estratto dal libro di Federico Fubini “Imperi allo specchio. Dovevamo cambiare la Russia, la Russia ha cambiato noi” (Mondadori)
FEDERICO FUBINI - IMPERI ALLO SPECCHIO
I sintomi di una personalità sociopatica sono la mancanza di empatia, una notevole facilità nel mentire, una generale indifferenza verso ciò che generalmente si percepisce come giusto o sbagliato, una tendenza a prevaricare e una sistematica mancanza d’interesse per i diritti altrui. Sia Vladimir Putin che Donald Trump rientrano senza difficoltà nella definizione.
Ho cercato di raccontare come sia stato possibile che uomini della loro natura siano riusciti a emergere, a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, in questo secolo che prometteva tutt’altro. È stato facile, in un certo senso, come tutte le diagnosi dei casi conclamati. Più complicato e molto al di là delle mie competenze è capire come sia possibile uscire da questo sortilegio.
Viviamo in un secolo segnato fino a questo momento da figure di anziani, maschere di sé con pochi anni davanti, che portano i segni di ferite e distorsioni della propria struttura mentale formatesi moltissimo tempo fa e ormai impossibili da raddrizzare.
murale vladimir putin donald trump
Che la vicenda dei loro due paesi abbia finito per consegnare tanto potere in mani simili dice quanto profondi siano i guasti. Solo in un ambiente mala-to un sociopatico può emergere, trovandosi perfettamente a proprio agio in un ecosistema che esalta le sue caratteristiche.
Quindi egli stesso si incaricherà di far evolvere ancora di più l’ambiente esterno nella direzione che meglio gli si addice. Una società malata incorona alla propria testa soggetti consoni, ma questi non possono che compromettere ancora di più la loro comunità e, per cerchi concentrici, tutto ciò che riescano a raggiungere al di fuori.
Come interrompere questa spirale prima di arrivare al fondo è esattamente la domanda alla quale mi risulta così difficile rispondere. Non posso fare a meno di pensarci passeggiando di primo mattino per la piazza del teatro di Kharkiv, a 40 chilometri dal confine russo e meno ancora dalla linea del fronte. Sono qui per trovare almeno qualche elemento di una risposta.
Se Kharkiv resiste dopo quattro anni e cerca ogni volta di ricostruire una vita normale, caffè illuminati con gusto, un’aria ordinaria di civiltà, allora dev’essere possibile. Prima dell’alba anche oggi si sono sentite le solite esplosioni, i droni russi in volo sopra i tetti e l’artiglieria ucraina che cerca di colpirli.
Ma adesso, alle sette del mattino, regnano il silenzio e la compostezza. Fra i pochi passanti che si recano al lavoro, un netturbino spazza con precisione la poca sporcizia dal ghiaccio vivo del selciato.
Qui c’è la statua di una ballerina che si inchina nel gelo davanti alla facciata del teatro dell’Opera, l’ultima costruzione che l’Unione Sovietica ha completato in città prima di disintegrarsi. Alle spalle della piazza due palazzi sono stati colpiti brutalmente e restano in piedi a stento, sventrati.
VLADIMIR PUTIN - DONALD TRUMP - VERTICE ANCHORAGE, ALASKA
Se per questo, la ballerina è anche l’unico monumento in città a rimanere libero, a volto scoperto. Gli altri sono imprigionati da impalcature, coperti da sacchi di sabbia, da un isolante e infine avvolti in uno spesso telo nero.
Monconi di guerra in ciascuna piazza: resistono tutti uguali, deformi sotto i quattro strati. Sembrano monumenti alla soppressione, alla censura; invece sono la prova dell’ostinazione nel custodire i simboli dell’identità e della memoria di una comunità sotto attacco.
A quest’ora del mattino qualche genitore attraversa la piazza del teatro, accompagnando con calma i figli lavati e pettinati per la giornata a scuola: tra poco scenderanno le scale di una vicina stazione della metropolitana, dove si svolgono le lezioni per tenere gli scolari al riparo dei bombardamenti senza far perdere loro ore di studio a ogni allarme.
Del resto, a differenza che a Kiev, le sirene qui sono superflue; il fronte è così vicino che spesso l’obice è già arrivato prima che quelle inizino a suonare. Nelle stazioni della metropolitana gli insegnanti e i genitori si sono coalizzati per portare tutto il necessario: i radiatori per il riscaldamento, i banchi, le lavagne, i tavoli per le postazioni dei bidelli fuori dalle aule improvvisate, i disegni delle classi appesi ai corridoi.
Fuori dalle porte di ogni scuola, c’è la solita baraonda di bambini che corrono e madri a scambiare due chiacchiere, mentre poco più in là passano di fretta i pendolari del trasporto pubblico e i chioschi vendono caffè take-away.
Poiché Kharkiv non è una grande città e le stazioni della metro adatte non sono più di sette o otto, ci si è divisi le aule su tre turni. Capita di entrare o uscire da scuola in orari improbabili. In compenso nessuno si perde un giorno. È il tipo di cura che a bambini come Vladimir Putin o Donald Trump dev’essere mancato quando il loro carattere si poteva ancora plasmare: non era il fossile di oggi, contorto da cicatrici e fratture di tre quarti di secolo prima.
1. Esiste una quantità di indizi per pensare che sia Putin che Trump siano stati, una settantina di anni fa, figli maltrattati e abbandonati. Entrambi divenuti presto così ingestibili che le famiglie decisero di punirli internandoli, ancora bambini, in collegi militari di mediocre qualità: quegli istituti dove si ricevono sanzioni fisiche per non aver rifatto il letto con precisione ospedaliera e dove i ragazzi più grandi vi mettono le mani addosso per noia, sapendo che tanto nessuno vi verrà in aiuto.
DONALD TRUMP CON IL PADRE FRED
Fa parte dell’educazione. Sono quei posti dove gli adulti infilano i piccoli perché gli si inculchi la disciplina, non avendo saputo far crescere in loro l’equilibrio e l’autocontrollo.
Di Donald Trump molto è noto. Il padre, orfano dall’adolescenza, aveva in qualche modo salvato l’azienda del nonno immigrato tedesco – ristoranti, piccoli alberghi, bordelli – trasformandola in una società immobiliare del Queens, New York. Frederick Trump è un uomo duro, totalmente assorbito dal lavoro, inflessibile con i tre figli maschi, distante e indifferente verso le due femmine, ma sempre pronto a umiliare la prole al primo tentativo di emanciparsi dalla sua visione cruda della vita.
donald trump e il padre fred 5
La madre Mary Ann MacLeod era arrivata in America in cerca di lavoro e soprattutto di un marito da una remota isoletta delle Ebridi, fra le più lontane dalla costa scozzese, da cui la Grande Guerra e uno spaventoso naufragio avevano spazzato via un’intera generazione di maschi.
Trump è il penultimo di cinque figli, nato a una certa distanza dai fratelli più grandi. Quando ha due anni e mezzo, la madre si ammala gravemente, rischia di morire e resterà assente per un anno intero fra operazioni, ospedali e una lunga ripresa che non sarà mai completa.
La tendenza già presente in Mary Ann a commiserarsi e ad appoggiarsi ai figli per un sostegno emotivo, invece di darne lei, non farà che acuirsi. Donald e il fratello minore Robert, troppo piccoli per capire, sono i più esposti al vuoto affettivo che si apre intorno a loro.
donald trump e il padre fred 3
I cinque fratelli crescono emotivamente isolati l’uno dall’altro. Il padre è convinto che occuparsi dei figli non sia compito suo e continua a lavorare al ritmo di dodici ore al giorno, sei giorni alla settimana. I bambini sono abbandonati a una donna di servizio incaricata di far funzionare la casa, non di prendersi cura in qualunque modo del loro sviluppo.
Donald viene su dedito a tormentare il fratello minore, a mentire, a rendersi insopportabile. Capisce che per evitare le umiliazioni che vede inferte dal padre al fratello maggiore Freddy per le sue presunte debolezze, bisogna mostrarsi duri a tutti i costi, dei bulli, pronti a millantare, mai disponibili a scusarsi di niente.
donald trump e il padre fred 2
Nella visione del padre, essere gentili significa essere deboli, perché nei rapporti umani può esserci solo un vincitore, mentre tutti gli altri sono dei perdenti. La vita è un gioco a somma zero, quel che conquisto devo averlo per forza portato via a qualcun altro. Per sopravvivere alla deprivazione umana nella quale cresce, Donald sviluppa una corazza di narcisismo aggressivo.
Vedrà il fratello maggiore morire alcolista ad appena 42 anni per il senso di colpa di aver tentato una propria strada come pilota d’areo, osteggiato dal padre, fuori dall’ombra della famiglia e della sua società immobiliare;
donald trump e il padre fred 1
Donald stesso lo aveva aggredito e ammonito per aver osato «deludere il padre». Da questa esperienza deriverà il completo rifiuto dell’alcol da parte del presidente. La sua personalità, da ottuagenario nella Casa Bianca, è ormai fredda e consolidata come una pietra lavica.
2. Si sa meno di Vladimir Putin, anche perché tre dei giornalisti che indagarono sull’apparente mistero della sua infanzia sono morti in circostanze brutali nel momento stesso in cui lui ascendeva al potere supremo.
Senz’altro non sembrano restare molti racconti, foto o testimonianze di persone che lo abbiano conosciuto prima dei suoi 8 o 10 anni – a seconda della versione a cui si crede –, mentre tutto il resto è in discussione dal momento che esistono diverse identità.
C’è il presidente Vladimir Putin, così come lo presenta la biografia del sito ufficiale del Cremlino: nasce il 7 ottobre 1952 a Leningrado e lì cresce fino a entrare nel KGB grazie a qualche relazione del padre, un artigiano, che aveva lavorato nella polizia segreta ai tempi di Stalin.
In questo caso c’è una famiglia di sopravvissuti, che si porta dietro profonde cicatrici della guerra: il padre, Vladimir anche lui, è ferito gravemente durante una missione suicida dietro le linee nemiche durante l’assedio di Leningrado; due fratelli maggiori sono morti molto prima che il piccolo Vladimir nascesse, l’ultimo di stenti proprio durante l’assedio nazista.
C’è poi un secondo Vladimir Putin, che tutti chiamano Vova: nato lo stesso giorno dell’altro (ma due anni prima) a Terekhin, nell’oblast’ di Perm’ sul Volga, e cresciuto in un miserrimo villaggio rurale della Georgia fino all’età di 10 anni o poco meno.
Il primo Putin è quello di ogni versione ufficiale, ma su di lui mancano credibili riferimenti relativi ai primi otto o dieci anni di vita. Del secondo Putin resta il nome nel registro della scuola più vicina al villaggio di Metekhi, non lontano dal Caucaso.
Non rimangono tuttavia altre foto né documenti, perché sarebbero stati prelevati dalla casa della madre a Metekhi dopo che l’altro Vladimir Putin, quello ufficiale, è diventato presidente.
DONALD TRUMP ALLA CASA BIANCA MOSTRA LA SUA FOTO CON VLADIMIR PUTIN - FOTO LAPRESSE
I due Putin si sarebbero riunificati in un’unica persona quando il secondo, quello arrivato dalle campagne della Georgia, viene adottato da una famiglia di San Pietroburgo calandosi per sempre nelle vesti del primo.
L’ambiguità sulle origini del dittatore è legata alla figura di Vera Putina, una russa di Terekhin nata nel 1926 e trasferitasi a vivere in Georgia con il marito poco dopo la metà del secolo. Vera vede Vladimir Putin in televisione nel 1999, quando questi diventa una figura pubblica come primo ministro e candidato alla successione di Boris Eltsin; da allora l’anziana donna non ha dubbi: quell’uomo è il suo Vova, il figlio che lei aveva abbandonato una quarantina di anni prima e del quale sapeva solo che in età adulta era entrato a far parte del KGB.
Ne è certa anche perché il Vladimir Putin nella televisione «cammina come una papera» – dice – proprio come Vova quando lei stessa lo stava crescendo fino all’età di 9 o 10 anni, a Metekhi.
Vera Putina concepisce il suo primo figlio con un certo Platon Privalov, un russo da cui però si allontana mentre è ancora incinta quando scopre che l’uomo ha già una moglie.
vladimir putin pratica judo nel 1985
Non molto più tardi la donna conosce il georgiano Georgiy Osepashvili, lo sposa e si trasferisce a vivere con lui a Metekhi. Vova, il primogenito nato prima del matrimonio, viene dapprima lasciato dai nonni materni nella cittadina di origine di Vera; poi la madre lo porta a vivere con sé in Georgia. Gli abitanti di Metekhi ricordano un bambino introverso, tranquillo, ma dal carattere ostinato e con la passione di tormentare i polli del vicinato a colpi di fionda.
La convivenza nella famiglia allargata in Georgia non funziona. Osepashvili sopporta a fatica questo bambino figlio di primo letto della moglie. Non lo picchia, ma gli urla contro spesso oppure lo ignora completamente, e avverte Vera che non sarà in grado di mantenerlo ancora a lungo.
La madre decide che Vova non può restare: quando ha circa 10 anni lo riporta in Russia a Terekhin, affidandolo di nuovo ai nonni. Vera racconterà che se ne andò senza salutarlo, perché non piangesse. Non si sarebbero più rivisti. I nonni a loro volta si rendono conto che non riescono a gestire il bambino e lo internano in un collegio militare.
Da lì Vova viene dato in adozione a un parente, uno dei tanti originari di Terekhin che portano il cognome Putin: Vladimir Spiridonovic Putin e sua moglie Maria Ivanovna hanno ormai oltre 40 anni e – come ho detto – hanno già perso due figli, il primo negli anni Trenta, il secondo di denutrizione durante la battaglia di Leningrado.
Ufficialmente Vladimir, il terzo figlio, nasce a dieci anni di distanza nel 1952. È però anche possibile che l’età reale sia quella dell’altro Vladimir Putin, il ragazzo della Georgia con la stessa data di compleanno ma di due anni più grande: entrato forse a scuola nelle classi inferiori perché, provenendo dal Caucaso, doveva ancora imparare correttamente il russo.
Non ho modo di determinare l’esatta verità e non la conosceremo probabilmente mai. È possibile che la versione ufficiale delle origini e dell’infanzia di Putin sia quella corretta.
Sappiamo però che il primo giornalista a occuparsi dell’altra versione – Putin bambino abbandonato e dato in adozione – è stato il russo Artem Borovik, e sarebbe morto a poche settimane dall’elezione dell’interessato a presidente della Federazione Russa, nel 2000.
putin a 4 anni con la mamma maria ivanova putina
Borovik aveva annunciato una storia sensazionale sulle origini familiari del nuovo leader e stava decollando per la Georgia, dove doveva raccogliere foto e ricordi di Vera Putina; era marzo inoltrato, temperatura sopra lo zero, ma per qualche ragione il ghiaccio sulle ali ha fatto schiantare al decollo il suo aereo all’aeroporto di Mosca Šeremet’evo.
È morto anche il secondo giornalista recatosi in Georgia per raccogliere lo stesso materiale, l’italiano Antonio Russo: viene trovato trucidato nell’ottobre dello stesso anno sul margine di una strada dell’ex repubblica sovietica, lo zaino svuotato, in quella che le autorità di Tblisi hanno definito l’azione «di un servizio segreto straniero». Ucciso infine tre anni dopo a colpi di arma da fuoco, in un agguato che è parso subito eseguito su commissione, l’attivista ceceno Vakha Ibragimov; aveva pubblicato un pamphlet sull’infanzia segreta di Vladimir Putin e intervistato a lungo Vera Putina.
vladimir putin con la sua famiglia nel 1985
A lei si sarebbero presentati alcuni uomini per farle un esame del Dna, ma non le comunicarono mai i risultati. Altri uomini entrarono nella sua casa di Metekhi e ritirarono tutte le foto di Vova da piccolo. Ma la verità del passato remoto ormai conta meno del risultato finale di tutto ciò che rende un uomo anziano quello che è.
mercanti dell anima federico fubini 1





