brexit

CHI HA PAGATO DAVVERO LA BREXIT - A DIECI ANNI DALLO SCIAGURATO REFERENDUM VOLUTO DA DAVID CAMERON, IL REGNO UNITO SI SCOPRE SEMPRE PIU’ POVERO E CON UN’INSTABILITA’ POLITICA SENZA PRECEDENTI (CITOFONARE A STARMER) - LA BREXIT E’ RICADUTA SOPRATTUTTO SULLE FAMIGLIE MENO ABBIENTI, LE PICCOLE IMPRESE E I GIOVANI - AL DI LA’ DELLA MANICA C’E’ STATA UNA “LENTA EROSIONE” DEL BENESSERE. E CON LA CADUTA DI STARMER LE PROSPETTIVE NON POSSONO CHE PEGGIORARE...

Estratto dall’articolo di Marco Bresolin per “la Stampa” 

 

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La crescita economica che segna il passo, il rallentamento della produttività, la frenata degli investimenti, il calo dell'occupazione, l'export che fatica nonostante una sterlina sempre più debole che spinge in alto l'inflazione. Dieci anni di Brexit hanno permesso ai governi britannici che si sono succeduti di «riprendersi il controllo» delle decisioni legate alle politiche pubbliche, ma al prezzo di un'instabilità politica senza precedenti (già sei primi ministri si sono alternati a Downing Street, presto ne arriverà un settimo) e soprattutto di un significativo deterioramento economico. 

 

A farne le spese, le famiglie più povere, le imprese più piccole e soprattutto i giovani. E anche le promesse di flussi migratori più contenuti sono state disattese: il saldo netto ha registrato un forte aumento in questi dieci anni, fino a toccare il picco del 2023 (quasi un milione di arrivi in più rispetto alle partenze). 

 

Dopo i negoziati confusi dei primi anni per definire l'accordo di recesso, ora si è passati alle trattative con l'Unione europea per cercare di mettere qualche toppa: far riprendere la mobilità giovanile e ridisegnare la partnership bilaterale, soprattutto in campo militare ed energetico. Ma senza una grande visione strategica. E ora l'uscita di scena di Keir Starmer rischia di complicare ulteriormente i lavori in corso, come dimostra la decisione di rinviare il summit Ue-Uk inizialmente previsto per il prossimo 22 luglio. 

 

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Sono passati dieci anni esatti da quando il Vecchio Continente si è svegliato con lo shock provocato dal referendum nel Regno Unito voluto da David Cameron, che ha portato il Paese fuori dall'Unione europea. E anche se gli effetti giuridici dell'uscita si sono materializzati soltanto tre anni e mezzo dopo (il 31 gennaio del 2020), le conseguenze economiche legate all'incertezza della situazione si sono fatte sentire sin da subito. Poi sono arrivati il Covid, il conflitto in Ucraina con la crisi energetica, le tensioni commerciali provocate da Donald Trump e la guerra nel Golfo: scosse che hanno colpito tutti i Paesi europei, ma che - secondo gli economisti - hanno visto il Regno Unito subire la botta in maniera più pesante di quanto non l'avrebbe subita rimanendo tra le mura della casa comune europea. 

Brexit1

 

L'impatto, infatti, è stato decisamente asimmetrico: secondo Iain Begg della London School of Economics, l'effetto economico negativo della Brexit sul Regno Unito è stato di cinque volte superiore rispetto a quello sull'Unione europea. 

I dati ufficiali dell'Ufficio per la responsabilità di bilancio, organismo indipendente del Tesoro britannico, dicono che entro il 2030 la crescita del Pil sarà di quattro punti percentuali inferiori rispetto a quanto sarebbe stata in caso di permanenza nell'Unione europea. 

 

Ma si tratta di stime ottimistiche: secondo uno studio realizzato dal National Bureau of Economic Research (Nber) americano, condotto dal britannico Nicholas Bloom e da altri economisti, la zavorra della Brexit è misurabile in 6-8 punti di Pil già nel periodo 2016-2025. La produttività si è contratta del 3-4%, idem l'occupazione, che ha visto un aumento dei giovani che non studiano e non lavorano. Non c'è stato un "big bang" economico provocato da una recessione, ma piuttosto una fase di "stagnazione" o di "lenta erosione", come ha sottolineato John Springford del Center for European Reform. 

 

brexit

Lo studio del centro di ricerca Nber stima un calo degli investimenti di 12-13 punti percentuali, che altri studi quantificano addirittura al 18%. In questo caso, la frenata maggiore si è registrata nei primissimi anni post referendum, quando Londra ha gestito con grande difficoltà i negoziati per l'accordo di recesso con Bruxelles. 

 

Ma è proseguita anche nel periodo 2021-2022, quando l'accordo di scambio e cooperazione era già entrato in vigore. Le aziende hanno dovuto affrontare l'incertezza e l'incremento degli oneri burocratici che le ha costrette a togliere risorse alla produttività, penalizzando in modo significativo quelle di piccole dimensioni. 

Nel frattempo, il Paese ha registrato uno shock inflazionistico che ha danneggiato le finanze pubbliche e i conti delle famiglie. [...]

 

festeggiamenti per la brexit

Il mercato unico Ue resta il primo partner commerciale, ma la platea dei fornitori del Regno Unito è cambiata e la Cina - secondo un report di Allianz Research - oggi è diventata il primo partner industriale, scavalcando la Germania. Con tutto ciò che ne consegue. 

 

Un capitolo a parte merita il discorso legato ai flussi migratori, tra i principali motori che avevano spinto gli elettori britannici a votare l'uscita dall'Unione europea. Gli arrivi di cittadini Ue (che all'epoca del referendum rappresentavano tre quarti del totale) sono effettivamente diminuiti, ma quelli di cittadini extra-Ue sono aumentati in maniera esponenziale e oggi rappresentano il 90% degli ingressi. 

 

Nel 2016 il saldo degli arrivi era di circa 300 mila unità, ma negli anni è aumentato - fino a toccare il picco di 900 mila nel 2023 - salvo poi scendere a 171 mila nel 2025 in seguito alla stretta decisa dal governo. Una quota significativa riguarda forza lavoro poco qualificata che genera scarsa produttività e ha un limitato effetto sul Pil, mentre Londra attrae sempre meno "cervelli". 

 

L'aumento delle tasse universitarie ha frenato l'arrivo di studenti universitari europei, così come l'uscita dal programma Erasmus. [...]

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