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RECCHI E COSTAMAGNA IN CORO: RENZI TORNA! - “QUANDO SI PARLA DI INVESTIMENTI CHE IN ITALIA LATITANO BISOGNA DIRE LE COSE COME STANNO A COMINCIARE DALLA DATA SPARTIACQUE: IL 4 DICEMBRE 2016. IL NO AL REFERENDUM CHE, OLTRE ALLA FINE DEL BICAMERALISMO, CHIEDEVA DI RESTITUIRE ALLO STATO GLI ENORMI POTERI DELEGATI NEL 2001 A REGIONI ED ENTI LOCALI. MA RENZI È SALTATO, PUNTO’’

Renzo Rosati per Il Foglio

 

recchi e costamagna nel dibattito moderato da claudio cerasa2recchi e costamagna nel dibattito moderato da claudio cerasa2

“Quando si parla di investimenti che in Italia latitano bisogna dire le cose come stanno a cominciare dalla data spartiacque: il 4 dicembre 2016. Il no al referendum che, oltre alla fine del bicameralismo, chiedeva di restituire allo stato gli enormi poteri delegati nel 2001 a regioni ed enti locali, con il titolo quinto della Costituzione, ha cambiato radicalmente lo scenario sia per gli investitori stranieri, in peggio, sia per gli amministratori regionali, comunali e provinciali, in meglio, dal loro esclusivo punto di vista.

 

Degli stranieri avevo la fila nei miei uffici, con un entusiasmo anche eccessivo per qualcosa che dall’estero non si era mai visto nel nostro paese: che potessimo essere una terra attrattiva per i capitali. Con un premier quarantenne e un progetto in testa, ovviamente con tutti i difetti: e però un progetto. La Germania di capitali non ha bisogno; la Francia è una cittadella intoccabile; la Gran Bretagna è la destinazione naturale della finanza globale; la Spagna aveva già preso molto grazie al suo duro risanamento. Chi restava in Europa? L’Italia. Ma il referendum è andato come sappiamo. Matteo Renzi è saltato, punto. I miei interlocutori non ci volevano credere”.

valter mainetti e giuseppe recchivalter mainetti e giuseppe recchi

 

Claudio Costamagna, presidente di Cassa depositi e prestiti, al convegno del Foglio “Come accelerare l’Italia. Agenda per un nuovo millennio” di mercoledì 5 aprile presso la Fondazione Sorgente Group, risponde così alla domanda del direttore Claudio Cerasa su come si possono attirare, e di che tipo, gli investimenti. Argomento-chiave riproposto con urgenza anche dalla Corte dei conti, e certo cruciale per trasformare la modesta ripresa italiana in una crescita paragonabile al resto d’Europa.

 

 Costamagna è da poco meno di due anni (luglio 2015) a capo della Cdp, il più potente strumento di economia industriale nelle mani del governo, su nomina renziana. Ma le sue parole tranchant non sembrano dettate dalla mera riconoscenza.

 

brexit farage junckerbrexit farage juncker

L’altro protagonista del dibattito, il presidente esecutivo di Tim Giuseppe Recchi, il colosso privato più noto come Telecom, ex monopolista delle comunicazioni, con azionista maggioritario il gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré, concorda sul fatto che l’Italia in questo momento è vista con preoccupazione. Tim è il primo investitore in Italia con capitali propri (ha stanziato 11 miliardi nel triennio 2017-2019).

 

“L’interruzione dell’azione di governo”, dice Recchi, “e quindi l’instabilità politica, sono sempre fattori che mettono in fuga gli investitori. In Italia abbiamo un fattore in più, i diritti di veto in mano ai poteri locali che ostacolano il fare impresa, basta guardare alle reti, alle infrastrutture, all’energia”.

recchi e costamagna nel dibattito moderato da claudio cerasarecchi e costamagna nel dibattito moderato da claudio cerasa

 

E qui ecco appunto, poche ore da queste parole, il Tar del Lazio che ieri ha bloccato l’espianto dei famosi 200 ulivi di Melendugno (Puglia), scudo vegetale di quanti, politici locali (leggi Michele Emiliano) e no global vari, si oppongono all’approdo del gasdotto Tap, Trans Adriatic Pipeline, che dovrebbe portare in Europa il gas del mar Caspio. Per inciso: gli 878 chilometri del Tap corrono per 550 in Grecia, 215 in Albania, 105 sul fondale adriatico, e otto nella terraferma italiana, ma solo su questi si concentrano le ribellioni.

MARINE LE PENMARINE LE PEN

 

Chiusa la parentesi, riecco la parola a Recchi. “Abbiamo due vizi: il non volerci confrontare con ciò che accade nel resto del mondo, con la altrui velocità di decisione e l’habitat che si crea all’estero per gli imprenditori ed il lavoro; e, secondo punto, la tendenza a considerare la nostra ricchezza, la nostra torta, in sé immutabile, quindi solo da redistribuire, magari consensualmente, mai da accrescere”.

panoramica dell'incontro allo spazio espositivo tritone2panoramica dell'incontro allo spazio espositivo tritone2

 

Ma il referendum è andato è bisogna fare i conti con il presente. Dunque, domanda Cerasa, dove, come e quanto investire, tenuto conto del debito pubblico e dei vincoli regolatori? “In Germania”, dice Costamagna, “la spesa pubblica è fatta per un terzo dall’amministrazione, per due terzi da investimenti. I tedeschi si possono criticare, eppure è la realtà. Dunque la spesa pubblica, federale e dei land, è buona, produce crescita, lavoro e benessere.

 

In Italia troviamo in primo luogo le barricate delle regioni e dei comuni, che una ricchezza la amministrano, ma statica e improduttiva. Come Cassa, che ha il 90 per cento dei mutui agli enti locali, abbiamo chiesto mille volte alle amministrazioni di prendere quel patrimonio, metterlo sul mercato, utilizzarlo per cofinanziare gli investimenti dei quali c’è bisogno.

 

recchi e costamagna nel dibattito moderato da claudio cerasa 3recchi e costamagna nel dibattito moderato da claudio cerasa 3

I comuni di Milano, Bologna, Torino, Roma, Trieste hanno enormi quote di controllo delle municipalizzate di acqua e gas – A2A, Hera, Iren, Acea – e mi chiedo, dopo averlo chiesto a loro, di che se ne fanno. Zero, nessuna risposta. Nel frattempo nominano consiglieri e amministratori”.

 

Proprio la Corte dei conti fornisce la cifra delle partecipazioni in mano agli enti locali: 14 miliardi che rappresentano una piccola frazione se visti come quota di abbattimento del debito pubblico, mentre sarebbero un volano formidabile se reinvestiti. “Abbiamo fatto la scissione di Italgas dalla Snam”, ricorda Costamagna, “per creare partnership nella distribuzione di gas e acqua, che sempre distribuzione è, bisogna solo dare maggiore efficienza. Volevamo liberare i comuni dagli oneri di gestione, in definitiva mettergli soldi in tasca: ma da quella parte la reazione è di zero assoluto”. Recchi concorda, ma aggiunge.

l'economista veronica de romanisl'economista veronica de romanis

 

“La spesa pubblica non è tutta uguale. Quella buona è quella utilizzata per gli investimenti; quella cattiva è quella che non produce; è spesso un costo ampiamente superiore al servizio che genera. Mi chiedo come sia possibile non riuscire a creare un minimo di efficienza anche solo del 3 o 5 per cento sui costi dell’amministrazione dello stato, cosa che produrrebbe un impatto pari a una manovra. E poi c’è il business environment in cui le aziende sono costretta a operare: in Italia ormai fare impresa è mestiere da eroi, specie se non hai le dimensioni di TIM”.

 

panoramica dell'incontro allo spazio espositivo tritonepanoramica dell'incontro allo spazio espositivo tritone

Di fronte a tanto scoramento, il direttore del Foglio ricorda come l’Italia sia uscita dalla crisi, e, se pure di poco, sia tornata a crescere. “Ma non basta”, rileva il presidente di Tim. “Non basta, come ho detto, perché la teoria della torta immutabile, della redistribuzione, non produce crescita. E non basta perché il nostro sistema sociale è refrattario alle novità. Affrontare le sfide economiche a perimetro costante, come io lo chiamo, porta a situazioni tipo quella dei taxi. Prima di Uber a San Francisco c’erano 60 mila tassisti, 60 mila noleggiatori e zero addetti a Uber. Ora ci sono 40 mila tassisti, 60 mila noleggiatori e 300 mila auto Uber. La torta è cresciuta. Certo vanno trovate soluzioni per ammorbidire la discontinuità, ma da noi proprio non si riesce a fare”.

 

ilaria fasano e claudio cerasailaria fasano e claudio cerasa

 I cambiamenti finora li ha provocati l’Europa, magari talvolta a spintoni. Ora con la fine del Quantitative easing, l’allentamento monetario di Mario Draghi, arrivano al pettine i nodi del debito pubblico. Come ridurlo, anche per “fare in definitiva un regalo ai nostri figli?”, chiede Cerasa. Magari privatizzando, compreso il 15 per cento della stessa Cassa depositi e prestiti, idea attribuita al ministero dell’Economia? Il diretto interessato Costamagna un poco scantona, un poco precisa. “Ovviamente questo riguarda l’azionista Tesoro. E certo in caso di privatizzazione anche parziale dovrebbe mutare la missione di Cdp, che dal 1850 non ha per scopo di far profitti ma di massimizzare utili e capitali amministrati per finanziare progetti e infrastrutture locali e nazionali. Per quanto ci riguarda il capitale è l’ultimo dei problemi, vista anche la grande massa di liquidità che gira”.

 

giuseppe recchi presidente esecutivo di tim2giuseppe recchi presidente esecutivo di tim2

Ma il Qe sta pur sempre per finire. L’Italia rischia di trovarsi nella stessa situazione del 2011? Risponde Recchi: “Se si guarda ai vincoli europei che dovrebbero portare alla riduzione del debito, la Francia non è messa molto meglio. L’indebitamento in rapporto al Pil è inferiore, ma da anni la Francia non produce un avanzo di bilancio primario, al netto degli interessi. Questo, oltre a rivelare una minore virtù contabile, porta matematicamente al costante aumento del debito”.

 

Il numero uno della Cdp ne fa una questione di volontà politica, parte dalla Brexit e va controcorrente: “Credo di essere stato tra i pochi che si auguravano l’uscita della Gran Bretagna. Non per avversione verso quel paese, anzi, ma perché storicamente e finanziariamente Londra è stata una cosa a parte e opposta rispetto alla costruzione europea. I suoi interessi sono da sempre divergenti con la Ue, per non parlare dell’euro.

giuseppe recchi presidente esecutivo di timgiuseppe recchi presidente esecutivo di tim

 

Questa novità fa chiarezza. Però l’Unione senza gli inglesi ha ora la piena responsabilità di se stessa. Può decidere se andare avanti, rinnovandosi e accelerando verso un’Europa federale, o rintanarsi su se stessa arrendendosi ai populismi. In altri termini, se avere o non avere un progetto. La data chiave è il 7 maggio, ballottaggio delle presidenziali in Francia”.

 

Ma su un punto la questione-debito scatena il disaccordo tra Costamagna e Recchi, e scalda gli animi in platea. “In sintesi”, dice il primo, “ci sono due possibilità. Poiché l’indebitamento è in rapporto al Pil, o fai salire il primo o abbatti drasticamente il secondo. La crescita che sarebbe necessaria sommata all’avanzo primario ancora non si vede. E per tagliare non c’è altra strada che l’odiata patrimoniale. Da realizzarsi sui beni immobili, le case, e non sui risparmi, anche perché notoriamente questi possono scappare, a differenza delle prime”.

 

giuseppe recchi presidente esecutivo di tim e claudio cerasa, direttore il fogliogiuseppe recchi presidente esecutivo di tim e claudio cerasa, direttore il foglio

Si tratta però della ricetta politicamente e socialmente più odiata. “Sì, ma è anche vero che l’Italia è l’unico tra i maggiori paesi a non avere più alcuna tassa sulla prima abitazione, che invece esiste ovunque”. Recchi non è per nulla d’accordo. “Innanzi tutto una patrimoniale avrebbe senso solo se si inserisse in una nuova attitudine del Paese a ridurre la spesa pubblica e ad abbassare i suoi costi. Altrimenti, siccome il gettito annuo sarebbe assai modesto e non in grado di abbassare l’enorme debito pubblico, non sarebbe altro che un fardello sulle spalle degli italiani.

 

L’Italia ha un equilibrio sociale frutto di un risparmio accumulato per l’acquisto di abitazioni, la casa non è certo una rendita, anzi è la garanzia di tranquillità che gran parte delle famiglie è riuscita a darsi. Sarebbe molto meglio incanalare l’altro risparmio, finanziario, verso investimenti nelle aziende, soprattutto piccole e medie, anziché pensare ad altre patrimoniali alla Torquemada, cioè prendo i soldi dove posso”.

claudio costamagna di cdpclaudio costamagna di cdp

 

 Il contrasto è (amichevolmente) insanabile. E dunque, visto anche che la patrimoniale non appare negli schermi radar della politica, se non forse dei grillini, si parla delle due grandi incognite delle prossime elezioni. Se dico Marine Le Pen, chiede Cerasa, che cosa vi viene in mente? “Scary”, risponde Costamagna. “Paura”. Il presidente di Tim spende due parole in più: “A me evoca ideologia antieuropea, quindi un sentimento altrettanto negativo anche se inquadrato in un partito tradizionale. Nel senso che il Front National è un movimento con il quale la Francia ha a che fare da anni, e quindi gli ha preso le misure. Un movimento, aggiungo, molto strutturato e organizzato”.

 

Dunque un pericolo minore rispetto al grillismo? “Non so immaginare cosa vogliano Beppe Grillo e i suoi. Ignoro chi siano. Confesso che non ho la risposta”, dice Costamagna. Recchi aggiunge: “Penso che la gestione di problematiche complesse – e gestire uno stato è più complesso di una azienda – vada affrontata con corrispondenza fra competenze e difficoltà dei ruoli da ricoprire. Nel nostro paese da troppi anni si è abdicato a questo principio, rinunciando a costruire un metodo per la selezione delle persone né per l’analisi delle strategie”.

 

da sinistra recchi, cerasa e costamagnada sinistra recchi, cerasa e costamagna

 Tra qualche esorcismo sui prossimi appuntamenti elettorali (più per quello italiano che francese), due domande vanno fatte ai due pesi massimi dell’industria italiane, e riguardano le rispettive aziende. Che cosa è andato bene e che cosa non è andato bene per la Cdp, in particolare riguardo ad Atlante (il fondo di salvataggio bancario nel quale la Cassa ha messo 500 milioni) e Ilva?

 

DRAGHI RENZIDRAGHI RENZI

“Abbiamo abbandonato il concetto di gestione dell’esistente” risponde Costamagna “per avvicinarci ai modelli dinamici delle casse francesi e tedesche. Penso che ci stiamo riuscendo abbastanza bene. Poi ovviamente ci sono molte buone iniziative ancora da fare. Ad Atlante non c’erano alternative, anzi aggiungo che poiché si combina con l’intervento pubblico, questo è partito in ritardo, e non per colpa del governo. Ilva è un’azienda straordinaria, la più efficiente acciaieria d’Europa. L’Italia non può dipendere dall’estero, per esempio dalla Cina, per la siderurgia. Ho incontrato decine di imprenditori di ogni dimensione che scongiurano di tenere l’acciaio in Italia. Facciamo parte della cordata con, tra gli altri, Leonardo Del Vecchio e l’indiana Jindal. Dall’altra parte ci sono Marcegaglia e ArcelorMittal, primo produttore al mondo. Restiamo dove siamo, e chiunque vincerà la gara l’importante è aver portato investitori sull’Ilva, che tornerà alla piena efficienza. Nonostante, certo, un notevole protagonismo giudiziario”.

 

giuseppe recchi presidente esecutivo di tim 3giuseppe recchi presidente esecutivo di tim 3

Tim incrocerà i suoi destini con Mediaset? “I nostri investimenti sono concentrati sulla banda larga per fornire a privati e aziende la migliore connessione possibile e cogliere il trend della convergenza fra fisso, mobile, internet e contenuti”, dice Recchi. “Noi siamo l’autostrada su cui corrono i contenuti e a oggi il nostro modello di business è offrirne il più possibile. Nulla abbiamo a che fare con vicenda Mediaset, che invece coinvolge il nostro azionista vivendi”.

 

Giuseppe Bono - AD FincantieriGiuseppe Bono - AD Fincantieri

Ma non esiste un protezionismo francese a senso unico? “Bisognerebbe andare a vedere l’elenco delle operazioni italiane in Francia e viceversa, ma non mi appassiona. Per quanto riguarda il nostro settore, ci misuriamo con Vodafone, una multinazionale basata in Inghilterra, e Wind/3, a controllo russo/cinese. Per me i capitali non hanno passaporto, ma conta se le imprese investono in Italia e danno lavoro a italiani: su questo Tim non potrebbe essere più italiana”.

 

FINCANTIERI MONFALCONEFINCANTIERI MONFALCONE

Anche se, sulla Francia, Costamagna ha molte obiezioni: “Il protezionismo dello stato francese sul cantiere Stx di Saint-Nazaire è inconcepibile. Fincantieri ha comprato il 66 per cento non con un raid, ma dai coreani”. Ieri intanto il ministero dell’Economia francese ha annunciato il raggiungimento di un accordo di massima che permetterà a Fincantieri di diventare azionista di riferimento di Stx France, senza tuttavia averne il controllo assoluto. Fincantieri avrà il 48 per cento di Stx France e sarà affiancato dalla Fondazione CRTieste con circa il 7 per cento. Lo stato francese manterrà il 33 per cento attuale e la francese Dcns (gruppo Direction des Constructions Navales Services che opera nel settore della difesa) avrà il 12 per cento.

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