TANTO RUMORE PER NULLA: IL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA, RENATO SCHIFANI, NON SI DIMETTERÀ – SCHIFANI AVEVA FATTO VENIRE UN COCCOLONE A TAJANI MINACCIANDO DI LASCIARE IL SUO INCARICO, MA ALLA FINE CI HA RIPENSATO: IL DIKTAT ARRIVATO DA TUTTO IL CENTRODESTRA È “RESISTERE” FINO ALLA FINE – LA MINACCIA HA FATTO SALTARE GLI OTOLITI A TUTTA LA COALIZIONE, AVENDO FATTO SALTARE IL GIOCHINO IMMAGINATO DA PALAZZO CHIGI: ELEZIONI REGIONALI SULL'ISOLA INSIEME ALLE POLITICHE E ALLE AMMINISTRATIVE, ALL’ELECTION DAY DI MAGGIO
Estratto dell’articolo di Federico Capurso per “la Stampa”
RENATO SCHIFANI E ANTONIO TAJANI
Il presidente della Sicilia Renato Schifani non si dimetterà. I rapporti con Forza Italia sono ormai lacerati e l'inchiesta della procura di Palermo ha travolto il suo fidato consigliere, Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione, con l'accusa di corruzione, ma il diktat di tutto il centrodestra è «resistere».
E Schifani [...] alla fine comunica al leader di Forza Italia Antonio Tajani e al commissario del partito in Regione, il deputato Nino Minardo, che da parte sua non ci saranno colpi di testa nelle prossime ore.
Una rassicurazione necessaria, quella di Schifani, perché proprio il governatore ieri aveva mandato in fibrillazione i partiti della coalizione convocando una riunione della giunta regionale per oggi pomeriggio, lasciando trapelare la possibilità concreta di un suo passo indietro.
La minaccia era nata dall'ultimo violento scontro interno a Forza Italia, quando Minardo, vista la gravità delle notizie che arrivavano dalla procura, aveva invocato una fase politica nuova nell'Isola.
Una frase nata dalla voglia della stragrande maggioranza del partito di tagliare i ponti con il governatore in futuro: niente bis in Regione e niente paracadute al Consiglio superiore della magistratura.
[...] La minaccia, nella giornata di ieri, sortisce l'effetto sperato: a Roma le segreterie di partito vanno in agitazione. Pensavano di poter controllare i tempi con cui staccare la spina in Sicilia. I leader del centrodestra avevano una strategia già pronta: portare la Sicilia alle urne in primavera, insieme alle Comunali.
ANTONIO TAJANI E RENATO SCHIFANI
In Regione il centrodestra è ancora forte e una vittoria - ragionavano - riequilibrerebbe la sconfitta già annunciata nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli), dove il centrosinistra parte in largo vantaggio.
L'effetto di bilanciamento avrebbe una sua ulteriore utilità, poi, se si voterà, sempre in primavera, anche per le elezioni politiche nazionali. Questo Schifani lo sapeva. Fare un passo indietro subito, già oggi, costringerebbe la Sicilia a tornare alle urne in anticipo, tra dicembre e gennaio. È la leva che contava di usare per aprire una trattativa.
Quando fa sapere di aver convocato la giunta regionale, i primi segnali che raccoglie nel pomeriggio sono positivi. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, che per conto di Fratelli d'Italia non ha mai smesso di tenere d'occhio le partite politiche sull'isola, si affretta a far trapelare il suo apprezzamento per il lavoro svolto fin qui dal governatore di FI.
Il reggente della Lega al Sud, Claudio Durigon, fa lo stesso: «Ci auguriamo che la situazione interna a Forza Italia si risolva per continuare il lavoro che stiamo svolgendo».
Sono forme di pressione, quelle che arrivano da Roma, ma utili a rafforzare la propria posizione in Regione. Nel suo partito, Forza Italia, il clima però resta pesante.
Pierluigi Matta e Gaetano Armao 4
La telefonata con Tajani di martedì sera non è andata bene. Ed è finita anche peggio [...]. Quando poi trapela la minaccia di dimissioni, Minardo cerca di distendere gli animi. Propone a Schifani un incontro a Roma, con lui e Tajani, nei prossimi giorni.
[...]
Al di là delle strategie politiche, resta lo spettro dell'inchiesta che potrebbe allargarsi. La vicinanza di Schifani con Armao, d'altronde, era nota. Il governatore aveva spinto, con i referenti del centrodestra, per riconfermare Armao a capo della Commissione tecnica che si occupa delle autorizzazioni ambientali. Non riuscendo, lo aveva nominato suo consigliere e i due avevano l'ufficio l'uno di fianco all'altro a Palazzo d'Orleans.
Ieri, poi, in procura è stato ascoltato Marcello Caruso, il braccio destro di Schifani. I risvolti giudiziari possono ancora rendere inevitabili quelle dimissioni che il centrodestra vuole scongiurare.
Forza Italia, comunque, ha già pronto il suo candidato: il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. Un avversario interno che Tajani sarebbe felice di non avere più a Roma.
Anche Minardo ci ha fatto un pensiero, ma in molti gli stanno consigliando di lasciar perdere e lui sembra persuaso. In ogni caso, FI dovrà fare i conti con Fratelli d'Italia. La convinzione è che Giorgia Meloni gli lascerà la Regione, ma dovrà esserci una contropartita. E per il commissario di FdI in Sicilia, Luca Sbardella, non c'è nulla di scontato: «Se arrivano le dimissioni, si apre la partita».



